La strage di Portella: memoria con poca retorica

Articolo pubblicato il 30 aprile 2015
Articolo pubblicato il 30 aprile 2015

Luca, laureatosi da poco con una tesi sulla strage di Portella della Ginestra, ci ha condotto nel luogo simbolo di tutti gli uno maggio italiani, che merita una visita sul filo del ricordo di coloro che hanno vissuto in prima persona i fatti del 1947.

Se in Italia c'è un luogo simbolo del primo maggio, sappiamo che è Portella della Ginestra. Lo sappiamo perché durante il ventennio fascista la festa dei lavoratori era stata spostata in altra data. Nel 1947, a Portella, era il terzo anno in cui i festeggiamenti erano tornati a tenersi il primo maggio. Quel giorno si svolgeva anche un comizio sindacale, che si interruppe in maniera tragica: un gruppo di banditi capitanati da Salvatore Giuliano, sparò dai monti circostanti sulla folla, lasciando sul terreno undici morti e oltre trenta feriti. 

Mafia, politica e lotte contadine a Piana degli Albanesi 1943-1947. Così s’intitola la tesi di laurea di Luca, palermitano cresciuto con i nonni arbëresche nel piccolo comune di poco più di seimila abitanti a 24 km da Palermo, tra le più note comunità storiche italo-albanesi. Luca ha un legame talmente forte con questa cultura, che da piccolo comunicava con i suoi familiari soprattutto in arbëresch. La lingua italiana l’ha appresa in un secondo momento, grazie alla scuola.

E proprio da Piana degli Albanesi - anfiteatro naturale protetto dal WWF, che, con il suo centro in stile tardo-medievale, il lago e la riserva di Monte Pizzuta, richiama un turismo attento alle cose semplici e ai percorsi storici e naturalisitici - proveniva gran parte dei lavoratori, soprattutto contadini, accorsi a manifestare per i propri diritti in quel tragico giorno di sessantotto anni fa. La politica con le sue commemorazioni, la storia con le sue ricostruzioni e perfino il cinema ci hanno detto molto su questa strage: i monarchici, i separatisti siciliani e gli apparati deviati dello Stato che si mossero insieme a Giuliano, assassinato in circostanze misteriose tre anni dopo.

Una tragedia superficialmente considerata come “la strage contro i comunisti”, perché inscritta in un contesto di lotte contadine. “Una cosa che mi addolora, è che Portella della Ginestra sia considerato un luogo per sinistroidi da grandi rimpianti. Ma a quel tempo c’era una realtà rurale di 4.000 anime che per il 70% viveva di lavoro nei campi. Per la mia cultura familiare, so che stiamo parlando di soddisfare le esigenze di cibo, di vita e questi fatti si legarono alla storia del Partito Comunista e del Blocco del Popolo, che lottò contro i latifondisti per avere più terra, vincendo le elezioni”.

Altro cruccio di Luca è che ormai la memoria della strage è celebrata dalle istituzioni, da un Presidente della Camera o del Senato che vengono da fuori il giorno del primo maggio, partecipando a un un rituale vuoto, retorico. Nei nipoti di chi visse sulla pelle quella giornata, gridando “Auguri della festa!”, “Non è niente” e “Stupidi, buttatevi a terra” man mano che si comprendeva che quei botti non erano fuochi d’artificio ma spari, secondo Luca la memoria si sta lentamente ma inesorabilmente attenuando, così come la voglia di organizzare iniziative e attività.

La memoria orale dei cittadini più anziani, di chi ricorda dettagli e persone connesse a quella strage, invece è ancora forte e commovente: “Grazie all’Associazione La Ginestra, allo storico Francesco Petrotta e al reduce Mario Nicosia, che da anni porta avanti nelle scuole la memoria della strage, ho anche conosciuto la vicenda di Feliciuzza, che morì due mesi dopo la strage per lo shock e il dispiacere, il non poter lasciarsi indietro la scomparsa così tragica di amici e compaesani. Queste e altre storie sono ancora vive tra i vicoli e le piazze di Piana degli Albanesi e nell’opera di land art ideata da Ettore de Conciliis nella vallata di Portella della Ginestra, un tributo a cielo aperto alla memoria della strage. Spero senza ideologia” – conclude Luca – “che studenti, giovani e famiglie sentano sempre più il bisogno di visitare Piana e Portella, luoghi che conservano una storia e una dignità immense”.