La strage di Charlie Hebdo, questo non è l'Islam

Articolo pubblicato il 13 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 13 gennaio 2015

Ciò che è accaduto a Parigi il 7 Gennaio ha scosso tutti noi profondamente e suscitato risentimento ed orrore, ma associarlo alla religione in maniera generalista si rivela uno sbaglio.

Il 7 gennaio un gruppo di uomini armati è entrato nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo e ha trucidato dodici persone tra cui il direttore del giornale, alcuni illustri vignettisti, altri collaboratori e un poliziotto ed altre sei persone sono rimaste ferite. Il giornale aveva recentemente pubblicato delle vignette sardoniche su Maometto che avrebbero suscitato la vendetta crudele di questi estremisti. La redazione era stata minacciata più volte perché, irriverente e brutale, portava avanti la battaglia della libertà di opinione che esprimeva soprattutto attraverso l'arte della vignetta satirica, scandagliando tutti i dogmi religiosi e le realtà reazionarie.

L'attentato ci ha indubbiamente colti di sorpresa, una morte a sangue freddo che, ci ha lasciato basiti e sconvolti. Dopo, siamo stati fagocitati dal caos mediatico, tra le notizie della caccia agli attentatori ai milioni di messaggi e di raduni di solidarietà del popolo parigino e non. Oltre a questo, come succede il più delle volte, retorica dai voli pindarici sull'Islam.

A coloro che stanno approfittando del momento per riportare in auge scie di odio mai sopito, facendo perno sulla sempre più assimilata associazione di: terrorista uguale arabo o musulmano, chiediamo di fare attenzione e di non esprimere giudizi affrettati.

Il fondamentalismo di questi terroristi è una evidente perversione religiosa che non rispecchia un popolo o una cultura. Questo dovrebbe essere implicito. Ed è anche banale scriverlo ma lo sottoscriviamo nel caso in cui il lettore fosse un attivista o un simpatizzante dei movimenti di destra xenofobi francesi ed italiani.

Oltre all'indignazione e il dolore per i giornalisti morti, a nostro avviso diventa importante non strumentalizzare la strage di Charlie Hebdo. Va chiarito che qualsiasi tipo di fomentazione di odio e costruzione di una rappresentazione mediatica distorta può solo creare ancora più confusione e chiusura. Può creare, inoltre, un ritorno dell’islamofobia che già affonda le sue radici nel passato coloniale europeo e si perpetua in micro azioni, anche quotidiane, atte alla discriminazione e a forme di razzismo costitutivo: il guardare una donna che porta l'hijab con sospetto o convinti di doverla salvare da non si sa quale forma di cultura lontana o esotica, la ghettizzazione da parte delle istituzioni e dei cittadini europei di cittadini provenienti da paesi del cosiddetto terzo mondo o dell'est europeo, il dare semplicemente il “tu” ad una persona di colore se non la si conosce e non la si ha mai vista, quasi come segno di mancato rispetto o di gerarchizzazione.

La rivolta nelle banlieues francesi, aveva spinto “i margini verso il centro” (usando una frase di Hall); la periferia che reclama il suo ruolo forte all'interno di una società disattenta ai bisogni di tutti. Una rabbia scatenatasi contro il Paese, il governo che nega ancora alcuni diritti e esclude in modo evidente una parte della popolazione, magari nera, musulmana, asiatica. E' proprio questa la parte più fragile della società che può facilmente essere attirata dai radicalismi se si sente abbandonata dallo Stato, eppure ad oggi manca una riflessione sull'argomento.

Si è tanto indagato sulla vita privata di questi due attentatori, due ragazzi nati in Francia da famiglie algerine, rimasti orfani e affidati ai servizi sociali, per vari crimini finiti in galera dove hanno conosciuto un Islam che oggi tutti chiamano di matrice Jihadista. Proprio il carcere sarebbe diventato un luogo di indottrinamento, un dispositivo di raccolta, un cammino verso il fondamentalismo radicale vicino alle realtà dell'Isis e di Al Qaeda. Le stesse prigioni del cosiddetto mondo occidentale appaiono un dispositivo di controllo che annienta, disciplina e non aiuta ma è complice di una spinta verso modelli diversi; una carta moschicida che potrebbe attirare, in effetti, soggetti vulnerabili che non sentono di avere una esistenzialità ben definita e non sono rappresentati da nessuno. La domanda da farsi sarebbe: chi crea dei meccanismi di perversione e verso chi li crea?

E' evidente che il disagio che si respira nella capitale francese è ancora forte e che molti da oggi si sentiranno ancora di più sotto attacco pur non avendo fatto nulla, associati a qualcosa di radicale che non gli appartiene.

Echeggiano infatti preoccupanti voci dai partiti di estrema destra che in questo momento spadroneggiano in Europa, partiti xenofobi, razzisti che puntano proprio ad acuire un odio contro tutti e tutto.

Il modo di vedere gli altri, in questo caso gli arabi, i musulmani è ancora intriso di quello che Said chiamava Orientalismo, la costruzione di un Oriente che è tutto quello che l'Occidente non è, quindi incivile, incolto e poco istruito.

La Fortezza Europa pensa di aver superato il suo vecchio etnocentrismo ma ancora, con le leggi sull'immigrazione, i fittizi aiuti umanitari, la chiusura delle frontiere, la fantomatica integrazione che, piuttosto che una forma inclusiva è formulata come una imposizione e uno spogliare l'Altro del proprio bagaglio personale e culturale, non fa che riprendere i vecchi e rimossi passati coloniali e riportarli in vita, attuando nel cuore dell'Europa una politica segregazionista latente.

E’ necessario chiedere quindi, soprattutto a chi dispone di un potere, che sia mediatico, politico o culturale di guardare ai fatti e non generalizzare.

Condannare la strage è d'obbligo, la morte atroce di questi uomini ci colpisce profondamente ma proprio per questo non bisogna cadere negli slogan di chi da anni è diventato un cacciatore di streghe immaginarie e si fa portavoce di concetti manipolabili e di un razzismo bieco. Si dovrebbe incominciare a guardare oltre quei confini immaginari imposti; il mondo è stato scosso dai fatti di Parigi eppure rimane inerme davanti alle altre stragi, in Siria, in Iraq, in Nigeria.

I nostri morti hanno maggiore peso rispetto agli altri? Perché ci si ostina a voler credere che il mondo occidentale sia così pulito da non poter soffrire e gli altri invece siano condannati a dover subire?

Bisogna bloccare qualsiasi forma di odio generalizzato, interrogarsi sull'accaduto, interessarsi alla sostanza dei fatti ma, soprattutto farsi un'analisi di coscienza.

Siamo tutti Charlie, nessuno escluso.