La strada più difficile per imparare

Articolo pubblicato il 03 ottobre 2005
Articolo pubblicato il 03 ottobre 2005

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«Cosa vogliono le donne?» si è chiesto Mel Gibson una volta. Oggi i Capi di Stato europei si chiedono “cosa vuole l’Europa: un approfondimento o un allargamento?” Ma forse si pongono la domanda sbagliata.

Considerando l’attuale crisi dell’Ue – rigetto della Costituzione europea in maggio, situazione di stallo per il budget e mancanza di una leadership – non c’è da sorprendersi che i politici siano alquanto perplessi sulla strada da intraprendere. Alcuni chiedono una nuova Costituzione, altri sono convinti che basti migliorare quella già esistente. Altri ancora credono che il fallimento della Costituzione sia sintomatico di un malessere più profondo all’interno dell’Unione e che sia necessaria una maggiore integrazione se si vuole avviare la costruzione di quella sfuggente identità europea. Se le grandi menti di oggi sembrano incapaci di rivitalizzare il “vecchio Museo” – è così che il mondo considera sempre più l’Europa –, tocca alla nuova generazione europea costruire il futuro. Dopotutto, sembra molto improbabile che Valery Giscard d’Estaing, il vecchio padre della Costituzione, sarà ancora vivo nel 2050.

Verso un’avanguardia di paesi europei?

A partire dallo scoppio della crisi, o anche molto prima, in molti avevano richiesto una politica di integrazione più valida tra un gruppo ristretto di membri Ue, e forse anche il ritorno agli originari sei Paesi membri che fondarono le Comunità Europee nel 1957. Ma che succede se non c’è modo di disfare l’allargamento effettuato nel 2004? Cosa succede se non c’è alcun modo per impedire la liberalizzazione dei mercati del lavoro europei e l’invasione delle “orde” di lavoratori dell’Est? E se Oriente e Occidente non fossero poi inseparabili? Ecco la risposta: stiamo realizzando i veri obiettivi del progetto europeo. «Le guerre sono esistite perché l’Europa non era unita», sosteneva Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Ue. Quanto a lui, Papa Giovanni Paolo II era solito dire che l’Europa orientale e quella occidentale erano due polmoni dello stesso corpo. Entrambi, come altri visionari europei, erano convinti che non potesse esistere un’Europa senza l’Oriente o senza l’Occidente. Ciò significa anche che l’Oriente e l’Occidente devono essere trattati in ugual misura all’interno dell’Unione Europea. Ma sembra che molti occidentali se ne siano dimenticati.

Imparare l’uno dall’altro

Ritorniamo quindi alla domanda iniziale: cosa vuole l’Europa? Ovviamente vuole nuove iniziative politiche, una leadership coraggiosa e più posti di lavoro. Ma ciò che vuole è imparare. Ha bisogno di imparare dai vari paesi che la compongono. Se Francia e Germania sono così ossessionate dall’idea di un’unità politica all’interno dell’Ue, al suo interno ci deve pur essere qualcosa che altri paesi dovrebbero pretendere in considerazione. Se Slovacchia e Estonia, con le loro economie liberali e aliquote uniche, sono due dei mercati europei che stanno crescendo più velocemente, c’è qualcosa che altri Paesi europei dovrebbero analizzare. È possibile che la Germania e l’Italia non si rendano conto che solo liberalizzando le regolamentazioni dei loro mercati possono ottenere maggiori posti di lavoro e livelli più sostenuti di crescita economica? Che la Francia e il Belgio non riconoscano che i loro modelli sociali sono insostenibili, nella loro forma attuale? Che gli inglesi e i cechi non capiscano che solo dei legami più forti all’interno dell’Europa possono contrastare la diffusione del terrorismo e che l’isolamento è in effetti un sogno non realistico (o un incubo, se preferite)?

La crisi che stiamo attualmente affrontando deriva dal fatto che l’Ue è ossessionata dall’idea che ogni allargamento richiede un approfondimento. E che il grande allargamento che è avvenuto finora potrebbe richiedere un approfondimento ancora maggiore. Ma oggi non è più così. L’Europa non ha bisogno di approfondimento, ma di apprendimento. La lezione che arriva dall’Oriente trasformato è la seguente: per adattarsi meglio alle sfide della globalizzazione, l’Europa deve liberalizzare i mercati. La lezione che viene dall’Occidente affaticato è invece: dopo cinquant’anni di integrazione, l’Europa non solo necessita, ma merita degli obiettivi concreti. Quanto alla politica, gli europei hanno bisogno di sapere se alla fine dell’integrazione c’è un’Europa federale o intergovernativa. Dal punto di vista economico, gli europei hanno bisogno di sapere se alla fine della strada c’è un’Europa sociale oppure un continente pronto ad affrontare le sfide del Ventunesimo secolo. In definitiva, cosa vuole l’Europa allora? La questione – come per le donne di Mel Gibson – è molto più complessa.