La storica bugia turca

Articolo pubblicato il 01 ottobre 2004
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Articolo pubblicato il 01 ottobre 2004

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Nel biennio 1915-1916, quasi 1,5 milioni di armeni vennero assassinati nel regno ottomano. Lo scopo, la distruzione del gruppo demografico armeno. Eppure oggi per il governo turco non si può parlare di genocidio

L’odio verso le popolazioni armene, già esistente durante il regno ottomano, si rafforzò all'inizio della prima guerra mondiale. La federazione anticristiana-nazionalistica per l’unità ed il progresso (CUP), dittatura che governava il regno dal 1913, puntò ulteriormente l’indice contro gli armeni come il nemico interno che valeva la pena domare, perché complice di coloro che intendevano abbattere il regno ottomano.

Quel che n’è seguito, tuttavia, non può esser giustificato da una semplice lotta condotta contro i nemici dello stato.

Dal 24 aprile 1915 in poi, i membri dell'élite armena vennero arrestati, torturati ed assassinati. A ciò si è aggiunta una deportazione sistematica degli armeni rimanenti attraverso un esercito di volontari, che è avanzato sino ad occupare ogni possedimento armeno. Fu subito evidente che lo scopo finale non era il trasferimento della popolazione, ma la sua annientazione. Gli uomini vennero quasi subito trucidati, donne e bambini furono deportati all'interno di campi di concentramento nel deserto siriano. Tre quarti della popolazione che sopravvisse alle deportazioni ed ai ripetuti massacri da parte dell’esercito, venne uccisa con crudeltà, perì per fame o cadde vittima di epidemie.

Il bilancio: con questo genocidio in tutto il regno morirono 1,5 forse 2 milioni di armeni. Non esistono numeri certi poiché le testimonianze cartacee vennero subito distrutte e, a tutt'oggi agli studioso è spesso interdetto l’ingresso agli archivi.

Tutte bugie?

Tutto falso. Questa è la posizione ufficiale del governo turco. Sarebbero stati gli armeni a commettere dei massacri a danno della popolazione turca, un popolo che fino ad allora li aveva trattati alla stregua di normali cittadini, rimettendoci visto il sostegno prestato alle grandi potenze europee interessate alla spaccatura del regno. E fu per impedire tutto ciò che l'élite armena dovette essere arrestata. Ed i trasferimenti avrebbero riguardato soltanto i cospiratori. Nessun massacro dunque: al contrario si è cercato di proteggere i deportati e di ben nutrirli.

Le affermazioni del ministero turco della cultura rispetto a questi reali eventi suonono come di scherno: “Questa azione ha rappresentato il trasferimento di maggior successo al mondo”.

Il genocidio è probabilmente il più grande tabù politico del paese. la Turchia ha impedito nel 1978 che l'ONU qualificasse gli eventi del 1915-1916 come genocidio. Solo nel 1987, l'eccidio degli armeni finì per la prima volta in un documento ufficiale dell’ONU. Ed ancor oggi ci sono paesi che non menzionano la parola genocidio per non fare adirare un partner così stretto della Germania come la Turchia.

Celik, ministro dell’istruzione, emanò nel 2002/2003 un decreto per far sì che gli scolaretti turchi scrivessero dei saggi contro lo “pseudo” genocidio. Giornalisti e giuristi turchi che pubblicamente criticano questa negazione del genocidio, sono oggetto di pressioni e di minacce.

Genocidio ed adesione

Dal 1987 il Parlamento Europeo ha esortato per ben tre volte il governo turco a confessare il genocidio, e ne ha contrassegnato l’importanza ai fini dell'accettazione della candidatura della Turchia nell'UE. Consiglio e Commissione invece si son sempre astenuti. Gli attuali stati membri UE, con tutta probabilità, persisteranno ad asserire nelle loro linee ufficiali che non vi fu alcun genocidio. La Commissione sul problema resta silente. Un deputato del Parlamento Europeo nel 2003 ha posto la domanda se, in considerazione del decreto Celik, il riconoscimento del genocidio non andasse considerato come un presupposto per l’adesione. La risposta della Commissione: la cosa non rientra nei parametri di Copenhagen.

Le decisioni dei rappresentanti del popolo europeo dunque non hanno nulla a che vedere con la Turchia, poiché non inerenti ai criteri di adesione. L’UE tuttavia, non può del tutto ignorare la mistificazione storica avallata dalla Turchia. Secondo l’esperta in questioni armene Tessa Hofmann: “le losche faccende come il decreto Celik del 2002/2003 sono un vero e proprio lapsus che l'UE non può trascurare anche in considerazione dei ricchi sovvenzionamenti a favore di questo ministero”.

L'UE deve dunque affrontare una domanda di fondo: un paese che non riesce a guardare con spirito critico alla sua storia, che anzi si attiva per distorcere o negare i fatti, può dirsi in assoluto pronto per l’adesione?