La Spagna continua a cercare un governo irraggiungibile.

Articolo pubblicato il 26 gennaio 2016
Articolo pubblicato il 26 gennaio 2016

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A un mese dalle elezioni legislative, il Re Filippo VI consulta i diversi leader dei partiti politici per uscire dalla crisi istituzionale che ha colpito il suo Paese.

« Probabilmente ci rivedremo», si è lasciato sfuggire a mo’ di battuta Filippo VI con Pedro Quevedo Iturbe, leader del partito Nueva Canarias in occasione delle prime consultazioni per formare il Governo. E non è un commento tanto assurdo dato che il compito del Re e dei leader dei partiti politici spagnoli non sarà facile nelle prossime settimane.

 Un Paese ingovernabile?

Ricapitolando, le elezioni dello scorso 20 dicembre hanno dato luogo a dei risultati inediti dalla morte di Franco e il ritorno alla democrazia. Abituati al bipartitismo e al predominio del Partito Popolare (PP) e del Partito Socialista (PSOE), il Congresso spagnolo vive ora l’irruzione di due nuovi partiti nati dal movimento degli Indignati: Podemos  (sinistra radicale) e Ciudadanos (centro destra). Con 123 seggi (28,7% dei voti), il PP si mantiene in testa davanti al PSOE con 90 seggi (22%), Podemos con 69 seggi (20,6%) e Ciudadanos con 40 seggi (13,9%).

Il Governo per insediarsi deve raggiungere nel primo turno delle votazioni la maggioranza assoluta del Congresso  (176 seggi su 350) o, in sua mancanza, la maggioranza semplice nel secondo turno. E anche in questo caso, raggiungerla sembra quasi impossibile.

Il PSOE, guidato da Pedro Sánchez, e il PP  guidato da Mariano Rajoy, l'attuale primo ministro, potrebbero unire le loro forze ma la loro opposizione negli ultimi anni sembra escludere una soluzione di questo tipo.

Il Psoe ha comunque due alternative. Potrebbe inizialmente formare una coalizione con Ciudadanos, di Albert Rivera, e Podemos. Tuttavia il primo si rifiuta di lavorare con il secondo, mentre Podemos, guidato da Pablo Iglesias, si schiera a favore di un referendum in Catalogna a cui si oppongono categoricamente gli altri principali partiti. Il Psoe potrebbe anche allearsi con Podemos e altri partiti della sinistra radicale e indipendentista, ma si porrebbe comunque la questione della Cataogna. Il Paese sembra davvero ingovernabile dopo l’esito degli ultimi risultati elettorali. E nonostante l’elezione di Patxi López (PSOE) a capo del Congresso, mercoledì 13 gennaio, con il sostegno di Ciudadanos, l’astensione del PP e l’opposizione di Podemos, nessuna soluzione politica sembra vedere la luce. È in questo contesto burrascoso che il Re Filippo VI procede questa settimana alle prime consultazioni, convocando inizialmente i leader dei «piccoli partiti» per terminare con Mariano Rajoy nel fine settimana.

 La questione della Catalogna sullo scenario di fondo

Una delle sfide fondamentali di questa crisi istituzionale è la situazione e il futuro della Catalogna. Impegnati da più di un anno in un accanito braccio di ferro con Madrid, gli indipendentisti contano di presentare, da qui al 2017, un progetto di Costituzione in vista della creazione di una repubblica indipendente. La loro posizione risulta tanto netta che le diverse correnti politiche (dall’estrema sinistra alla destra), hanno messo da parte i propri antagonismi e differenze al fine di eleggere un nuovo Presidente del Parlamento Catalano, Carles Puigdemont, pro indipendenza ma tuttavia determinato a condurre una separazione civile con la Spagna.

La questione catalana avvelena la politica spagnola da mesi e in modo  particolare dalle ultime elezioni. Il partito di Pablo Iglesias auspica infatti un’alleanza con il PSOE a condizione di un referendum sull’autodeterminazione della comunità. Ma i partiti conservatori come Ciudadanos continuano a opporsi alla questione e difendono ferocemente l’unità della Spagna. In gioco anche la credibilità di Madrid. Infatti, se non verrà formato un governo nei prossimi due mesi, dovranno essere convocate nuove elezioni, eventualità a cui la maggior parte degli spagnoli si oppone, e gli indipendentisti catalani, ben organizzati, guadagnerebbero in legittimità a scapito di uno Stato centrale ingovernabile e incapace di pronunciarsi con un’unica voce sulla questione. 

Raggiungere una maggioranza è necessario anche per mantenere una politica economica chiara. Nonostante una crescita del 3,2% nel 2015, l’economia spagnola continua a vacillare, con un tasso di disoccupazione del 21,4% nel 2015, uno dei più alti d’Europa, e che raggiunge il 47,5% tra i giovani. La situazione è dunque lontana dall’essere risolta in un paese duramente colpito dalla crisi finanziaria del 2008. E più in generale, in quanto membro della zona euro e grande economia dell’Unione Europea, ne va della stabilità dell’economia dell’UE. È uno dei motivi per cui la crisi istituzionale spagnola preoccupa i suoi partner europei. Si è espresso a tal proposito venerdì 15 gennaio Jean-Claude Juncker, presidente della commissione europea che ha dichiarato: «Auspico che la Spagna si doti il più rapidamente possibile – come membro della zona euro – di un governo stabile».

Ma alla luce dell’attuale equazione politica, le strategie economiche differiranno totalmente da un governo all’altro. Se il PP si inserisce in un’ideologia liberale, Podemos rivendica l’appartenenza a una sinistra radicale e sollecita l’approvazione di una legge per l’emergenza sociale.

 Verso la fine del bipartitismo?

Queste elezioni hanno in ogni caso dato luogo a una situazione inedita nella storia della monarchia spagnola post franchista. Dopo le prime elezioni generali democratiche del 1977, la vita politica è stata dominata dai due grandi partiti tradizionali, il PP e il PSOE. Ora la crisi economica e sociale degli ultimi anni ha visto l’emergere di nuove piattaforme cittadine che si sono tradotte prima nell’apparizione del movimento degli Indignati, poi nella creazione di Podemos e di Ciudadanos.

Lo sviluppo economico a mezz’asta, l’impressione di politiche simili sotto i governi Zapatero (PSOE) e Rajoy, oltre ai diversi casi di corruzione che hanno colpito il PP, hanno portato un certo numero di spagnoli a volgersi  verso nuovi partiti che affermano di difendere l’integrità e l’esemplarità della politica. Questi risultati hanno dunque dato luogo a un cambiamento senza precedenti, che probabilmente si manifesterà sul lungo periodo, e che ricordano gli stessi esiti elettorali di partiti non tradizionali in Europa, come Syriza in Grecia o il Movimento 5 Stelle in Italia

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Cet article a été rédigé par la rédaction de cafébabel Bruxelles. Toute appellation d'origine contrôlée.