La Siria si agita in piazza, Bashar al-Assad gioca ai videogame

Articolo pubblicato il 04 maggio 2011
Articolo pubblicato il 04 maggio 2011
Il ciclo di proteste e repressioni sta crescendo qui in Siria: è dal 1982, durante l’insurrezione islamica a Hama, che il regime  Ba’ath non si sentiva così minacciato. Le manifestazioni stanno raggiungendo una massa critica, oltre la quale nessuna concessione potrà più soddisfare le forze popolari che chiedono la fine del regime di al-Assad.

Adesso che vivo in Siria capisco la morsa della paura che gli autocrati usano per obbligare al silenzio i loro sudditi. Quando vivevo in Occidente, non potevo rendermi conto del pervasivo muro di paura che ha costretto al silenzio per decenni: avevo appena un anno quando fu abbattuto il muro di Berlino, portando una lunga ondata di democratizzazione nella nostra parte del mondo. Qui, invece, ti ricordano il regime costantemente. Le foto del presidente Bashar al-Assad sono ovunque – su macchine, muri, finestre, vetrine dei negozi, lampioni; in occhiali da sole, uniformi militari, abiti da lavoro, pantaloni, cravatte, magliette. In posa, sorridente, serio o che parla; con i suoi timidi occhi blu, la sua immagine dinoccolata e i suoi baffi curati ti fissa, ricordandoti la sua condizione di potere.

La sfortuna di essere Bashar

Bashar è molto più rispettato di un Gheddafi o un Mubarak. Conduce uno stile di vita infausto ed è apprezzato per essere più riformatore del suo predecessore. Ma la gente disprezza le sempre presenti mukhabarat (agenzie di intelligence) e i loro informatori, che non mancano mai: nel posto di lavoro, all’angolo della strada, in ogni ufficio governativo. Sono circolate a lungo voci che Bashar non abbia in realtà alcun controllo, bensì che sieda nel suo palazzo giocando ai videogames e cercando di varare riforme, mentre i baroni dell’intelligence militare alauiti prendono le vere decisioni.

Working under the gazes of Hafez, Basil and Bashar al-Assad

Sempre di più, sembra che il regime diffonda versioni di questa storia per proteggere l’immagine di Bashar. Il regime è tra i più statici e cauti del mondo: il sistema politico è appena differente da quello fondato in maniera spietata dal padre di Bashar, Hafiz al-Assad. Un circolo ristretto dei membri del clan controlla le agenzie di sicurezza principali, in particolare Assef Shawkat, cognato di Bashar e capo dell’intelligence militare. I poteri forti, violenti – prigioni, armi, e soldi – sono collusi con questa invisibile élite che sventola la carota di appalti pubblici e profitti davanti all’élite commerciale sunnita, localizzata essenzialmente nelle due città principali del paese, Aleppo e Damasco. Nel frattempo, lo stato sventola il bastone delle liste nere, della carcerazione arbitraria e delle sparizioni davanti a coloro che oltrepassano la linea rossa.

Le città e il silenzio della Siria

Comunque, i tentativi del regime di autopreservarsi si sono focalizzati principalmente su Aleppo e Damasco. Là, soldati, polizia e poteri dello stato erano in mostra ovunque, mentre i profitti sono affluiti dalla liberalizzazione economica e dal turismo. Le altre città, incluse Homs e Dera’a, non hanno beneficiato dello stesso tipo di attenzione. Nonostante siano ancora impauriti, i Siriani stanno riscoprendo la soddisfazione di esprimere la rabbia politica rifiutando, allo stesso tempo, la vecchia storia della divisione settaria e di disegni stranieri. Al contrario, insistono sullo spirito unitario: uno slogan recita Wahid, Wahid, Sha’ab Sury Wahid: significa “Uno, uno, il popolo siriano è uno”. Il regime risponde con i proiettili.

Il contrasto con i discorsi intrisi di politica occidentale è forte. Qui, le regole sociali ci hanno forzati al silenzio per il timore che gli altri ci possano sentire, portando alla nostra improvvisa sparizione. In passato, il nazionalismo si è mescolato con la paura per impedire alla gente di esprimere le proprie vere opinioni sul sistema politico. I pensieri di ribellione erano accettabili per il regime, a condizione che restassero nell'ambito personale: quando questi diventavano pubblici, la libertà di espressione era punita pesantemente e arbitrariamente. Milioni di siriani sono stati imprigionati e ridotti al silenzio. I prigionieri sono diventati ostaggi, obbligando all’obbedienza anche i familiari in libertà. Il silenzio che esisteva in passato mi ha ricordato l’oppressione schiacciante dell’insicurezza adolescenziale. Le persone non potevano parlare dell’origine dei loro problemi se non con i familiari più stretti e con gli amici in momenti di vulnerabilità. Ma ognuno sapeva che era lì, annidato dietro il muro cavo della paura, insidiando sia il mondo siriano che quello arabo. In Siria, questa barriera di paura, deve essere ancora infranta.

Il nome dell’autore di questo articolo, Charles Gronning, è stato cambiato per ragioni di sicurezza.

Images: main (cc) PanARMENIAN_Photo on Flickr/ panarmenian.net/photo/; homepage and small picture crops (cc) gyuval; Syrian man works below a portrait of the Bashars (cc) CharlesFredCharles Roffey; all courtesy of Flickr