La Siria dal volto umano

Articolo pubblicato il 30 ottobre 2013
Articolo pubblicato il 30 ottobre 2013

Più di 120 mila morti, una società civile dilaniata dalle divisioni e una guerra senza quartiere tra governo e gruppi ribelli: è l'immagine pubblica della Siria. Eppure, c'é ancora chi cerca di raccontare i tratti pacifici di questo Paese.

Sebbene il conflitto che infiamma la Siria dalla primavera del 2011, sia nato dal confronto tra un movimento civile pacifista (che lotta per la difesa dei diritti umani e della libertà di parola) e il governo centrale, il confronto si è successivamente trasformato in una guerra sanguinaria di cui ormai si contano soltanto le vittime (più di 120 mila). Da quando il mondo ha iniziato ad annoverare la Siria fra i Paesi violenti e barbari, due giovani attivisti hanno deciso di ripercorrere le origini pacifiche del conflitto per cambiare la percezione dell'opinione pubblica. Loro vogliono sottolineare la grande umanità e dignità del popolo siriano.

La maggior parte delle persone in Europa si sente pronta a lottare per la difesa della vita, della dignità e dei diritti umani. Allo scoppio della "Primavera araba", nel dicembre 2010, siamo rimasti inorriditi dal modo in cui i governi dell'Egitto e della Tunisia hanno inasprito i controlli sui manifestanti sparando sulle folle per strada.  Ci siamo identificati con i popoli di questi Paesi quando reclamavano a gran voce diritto al lavoro, alla libertà di espressione e riforme politiche. Ci siamo immaginati al loro posto quando i bambini venivano colpiti da pallottole di plastica e soffocati dai gas lacrimogeni. Come loro, ci siamo sentiti sotto assedio.

Chiudere gli occhi e dare le spalle

Benché il popolo siriano abbia una mentalità diversa da quella europea, nel marzo 2011, quando i cittadini sono scesi in strada a Dara'a (nel sud-ovest della Siria) e nella capitale Damasco, abbiamo fatto nostre le loro aspettative: libertà di espressione, fine della corruzione, rispetto dei diritti umani e migliori opportunità di lavoro. Quando le milizie siriane hanno iniziato a soffocare barbaramente le ribellioni, alla fine dell'aprile 2011, siamo rimasti inorriditi come in occasione degli avvenimenti di Tunisi e Il Cairo

Nel momento in cui però la milizia ribelle siriana ha iniziato a colpire il regime del presidente Bashar al-Assad la situazione è degenerata. Ci siamo chiesti: perché tutte quelle lotte intestine? Cosa spinge le persone a massacrarsi a vicenda senza pietà? Forse non siamo fatti della stessa pasta. Damasco, una delle città più antiche al mondo e, un tempo, cuore pulsante dello sviluppo e della modernità, è divenuta sinonimo di oppressione, violenza e barbarie.

Col tempo, le storie di atrocità, le emergenze dei rifugiati e gli abusi sono passati in secondo piano nei notiziari. Solo l'uso delle armi chimiche ha risvegliato l’interesse collettivo, ma la maggior parte degli europei ha voltato le spalle alla Siria. Mentre a Boston, nell'aprile 2013, in occasione degli attentati terroristici che hanno provocato 3 morti e 264 feriti, molte persone esprimevano la loro indignazione verso la mancanza di rispetto per la vita umana, in Siria, contemporaneamente, moltissimi civili perdevano la vita nel corso degli scontri. Molti di noi non hanno battuto ciglio davanti a quei massacri.

L'ago della bilancia

La crescente mancanza di sensibilità nei confronti del conflitto siriano, ha spinto due militanti a fare chiarezza sull’attivismo pacifico per le riforme politiche che avevano preceduto gli scontri. A BruxellesMatthias Baun Brubaker Christensen e Tomas Spragg, hanno ideato un progetto dal nome Young Syrian Activits, il cui obiettivo è di dire al mondo che la Siria non è solo estremismo e violenza. Il progetto è molto più di una semplice manovra ideologica, sebbene il documentario non si limiti a mostrare la tragedia umanitaria scaturita dal conflitto. Matthias e Tomas pensano che l’immagine estremista e violenta della Siria sia legata al mancato invio di aiuti umanitari verso i suoi milioni di rifugiati. "In estate, siamo andati in Siria per documentare la situazione", spiega Matthias che continua: "Abbiamo fatto in modo che le voci dei giovani attivisti pacifisti raggiungessero la comunità internazionale e abbiamo focalizzato l'attenzione sulle scelte intraprese da queste persone in seguito alla crisi. Vogliamo far riemergere la Siria dalla tempesta che l'ha sopraffatta".

La speranza di Tomas è che il progetto mostri gli attivisti impegnati per la difesa della pace, nonostante altri continuino a percorrere la strada della violenza. "Alcune persone con cui abbiamo parlato erano attivamente impegnate nella rivoluzione pacifista e ciò le ha costrette a fare scelte difficili nella loro vita. Alcuni sono fuggiti, altri hanno deciso di restare. Ognuno di loro però merita di essere ascoltato", racconta.

Il documentario arriva in un momento in cui le organizzazioni di aiuti internazionali fanno notare come la mancanza di risorse e il perdurare del conflitto abbiano portato gli abitanti di Damasco sull'orlo della fame. Riabilitare, o meno, il volto umano della Siria è l'ago della bilancia che deciderà tra la morte e la vita del popolo siriano. 

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