La sinistra sta morendo. Dalla soddisfazione

Articolo pubblicato il 06 settembre 2004
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Articolo pubblicato il 06 settembre 2004

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La crisi di identità della sinistra europea non è il risultato di un fallimento, quanto la conseguenza della propria incapacità di ricominciare daccapo. Nel ventesimo secolo, il suo bilancio è di tutto rispetto.

Non esiste elettore conservatore che sia disposto a rinunciare a uno solo dei diritti che, da 180 anni a questa parte, ha introdotto la sinistra europea. Così si chiude il dibattito su chi è migliore tra destra e sinistra: ognuna di queste opzioni trasferisce alla sfera politica uno degli istinti naturali dell’Uomo: da un lato l’istinto di conservazione e dall’altro quello di cambiamento. Ogni individuo, a modo suo, partecipa di entrambi. Detto questo, affossata in una crisi di identità e di potere, la sinistra rivede la propria Storia e riconsidera i propri obiettivi da anni. Esperimenti falliti come quello della “Terza Via”, o aver assunto obiettivi propri del neoliberalismo economico, sono solo effimeri travestimenti che difficilmente mascherano il disorientamento di una sinistra democratica che, alla caduta del Muro di Berlino, aveva compiuto quasi tutto ciò che si era autoimposta dalla metá del secolo XIX.

Un curriculum di tutto rispetto

Vi ricordate delle 40 ore settimanali e delle “tre 8” (8 ore di lavoro, 8 di tempo libero e 8 di riposo)? Beh, si va già per le 35. Allora ed oggi, furono i partiti dei lavoratori che crearono un sistema che, anche se in Francia viene messa in discussione la misura della Aubry, sta avanzando in Europa: tre anni fa la Pubblica Amministrazione della regione Andalusia adottò al proprio interno questo tipo di giornata lavorativa.

Chi creò l’istruzione obligatoria e universale? Il progressista francese Jules Ferry. Chi propose la “Ostpolitik” e la distensione quando si trattava di confrontarsi con grandi conflitti di politica internazionale? Il socialdemocratico tedesco Willy Brandt. Per più di vent’anni nella storia dell’Indice di Sviluppo Umano pubblicato dall’ONU, il primo posto è stato occupato da paesi governati dalla sinistra; e quest’anno è ancora la Norvegia ad occupare il posto di onore. Una notte del 1985 a Bruxelles, Jacques Delors organizzò una cena affinché Felipe González esponesse a Khol, Mitterand, Soares e gli scettici governanti di Italia, Irlanda e Grecia, la propria visione della solidarietà europea e dal dessert uscí l’Europa dei Fondi di Coesione moltiplicati, della Politica Agricola Comune ridotta alla metà, del calendario per arrivare a Maastricht, a un mercato e a una moneta comuni. Divorzio, aborto, matrimonio e possibilità di adozione per gli omosessuali: sono storiche rivendicazioni e materializzazioni dei partiti di sinistra. Che ne sarebbe stato dei diritti sindacali se la sinistra europea non si fosse battuta per renderli costituzionali, con Grundgesetz tedesca del 1949 o la Costituzione italiana del 1948? Chi se non la sinistra, si è decisa a separare la Chiesa dallo Stato in paesi come la Grecia, la Spagna o il Portogallo alla fine delle loro mortificanti dittature?

Ricominciare

Malgrado ciò, dal 2000 la sinistra europea difficilmente occupa posti di governo; dal 1989 si vergogna della passata indulgenza verso il blocco comunista; dagli anni ’80 ha iniziato ad impadronirsi di ossessioni altrui, come la privatizzazione indiscriminata, il ritiro dello Stato dall’economia, l’adeguamento della manovra finanziaria annuale senza distinguere tra periodi di crescita e di recessione. Ogni partito di sinistra, in ogni paese, difende una politica senza coordinarsi l’uno con l’altro. Mentre in Spagna si difende il ritiro delle truppe dall’Iraq, in Polonia si avalla la politica statunitense; mentre la sinistra tedesca pretende smantellare l’industria dell’energia nucleare, quella francese la difende.

Si cercano nuove idee e nuovi obiettivi, quando quello che la sinistra dovrebbe fare è adattare la propria filosofia originale ai tempi che cambiano. Sua è l’idea fondamentale di crescita grazie ad una competitività che non si basi su dei salari bassi ma sull’innovazione; non é un caso che la Strategia di Lisbona l’abbia definito nel 2000 una piattaforma di governi di sinistra e che adesso sia in stallo. Sbandierare il pacifismo per il quale il leggendario Jean Jaurès morí assasinato nel 1914, risulta necessario davanti all’unilaterlasmo degli Stati Uniti. I tre primi paesi europei a riconoscere il voto alle donne furono i governi progressisti di Finlandia, Norvegia e Danimarca. E oggi le compagini governative nelle quali le donne sono più rappresentate sono quelle di Scandinavia e Spagna. Adesso la sfida potrebbe essere quella di rendere uguali i diritti di eterosessuali e omosessuali. I partiti di sinistra, tradizionalmente dediti alla scienza economica, dovrebbero ricordarsi che il capitalismo funziona grazie al debito e che, quindi, il deficit zero a oltranza comporta un suicidio “a fuego lento”, come si dice in Spagna. Socialismo e liberalismo economico sono filosofie gemelle eredi dell’Illuminismo; non solo non sono antagoniste, ma addirittura una presenza e un regolamento statale nell’economia potrebbero avvicinarci alla utopia dell’equità del mercado. E c’é di piú: senza ecologia non c’é mercato.

La sinistra è internazionalismo

Infine, la sinistra non deve dimenticare l’internazionalismo che l’ha sempre accompagnata; è la miglior ricetta per andare affondo nella costruzione dell’Europa come già lo ha fatto per la creazione di un mercato comune, di leggi comuni, di una costituzione sempre rivendicata dalla sinistra (si è perso il conto di manifesti e articoli sottoscritti da 15 anni da Delors, Fischer, Prodi, Soares, Jospin o González di cui citiamo la frase che dá il titolo al nostro articolo). Gli stessi obblighi, gli stessi diritti per tutti i cittadini europei. Sistema fiscale, istruzione, lavoro, diritti alla salute, difesa dei consumatori uguali in Svezia cosí come in Slovenia. Non fu per caso un socialista –Victor Hugo - che propose per la prima volta di aspirare agli Stati Uniti d’Europa?