La sinistra sarà europea o non sarà

Articolo pubblicato il 06 settembre 2004
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Articolo pubblicato il 06 settembre 2004

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Perché le sinistre europee sono in crisi: problema di identità, di padronanza della globalizzazione? Certo. Ma la vera sfida è un’altra.

Cos’è la sinistra? Nel ventesimo secolo era semplice: indicava il movimento operaio + l’intervento dello stato in economia + una protezione sociale estesa + la volontà di oltrepassare il capitalismo. Nel caso più complicato, c’erano due partiti – uno comunista e uno socialista – che si disputavano la posizione di rappresentante principale di questa classe operaia. Nel più semplice dei casi, un solo grande partito esercitava l’egemonia su tutta la sinistra – in generale socialista o socialdemocratico.

Ma oggi, la sinistra è “plurale”, ha molte ramificazioni (come un ulivo), è rosso-verde, stile arcobaleno. Ha anche dei legami molto meno esclusivi e molto meno forti con il mondo operaio. Vuole apparire moderna. Ma chi dice moderna dice forse “liberale”?

Ad ogni modo, è proprio paragonandosi ad un paradigma liberale dominante che si deve posizionare la sinistra – posizione, questa, sfavorevole. Lo dimostra il simbolo del trionfo degli ideali socialdemocratici dopo la crisi degli anni 30 /40, lo Stato Sociale che continua ad essere smantellato.

Paradigma liberale

Il fatto è che questo paradigma socialdemocratico è stato progressivamente rimesso in discussione, soprattutto dalla crisi degli anni ’70 e dalla rimessa in auge, da allora, del liberismo.

I cambiamenti che si sono verificati nell’ambito delle società occidentali e il declino della classe operaia, hanno anch’essi colpito i partiti di sinistra, obbligandoli a rivedere la loro retorica, ad ampliare il loro elettorato in direzione delle classi medie in espansione. Questi mutamenti della società hanno anche dato vita a nuove tendenze di sinistra: gli anni ’80 hanno visto la comparsa di una sinistra ecologista; gli anni ’90, quella di un movimento di contestazione “altermondialista” che cerca, oggi, di strutturarsi. Altrettanti concorrenti per la sinistra tradizionale.

Infine, il crollo del comunismo nel 1989-91, paradossalmente, ha sferrato un colpo alla sinistra non comunista, contribuendo a consacrare il liberismo come nuovo paradigma di riferimento su scala mondiale. E anche se, 10 anni più tardi, il consenso di Washington non va più bene, il paradigma liberista, propugnato dagli Stati Uniti, motore dell’economia mondiale, resta dominante.

Improvvisamente, il fatto di essere sia moderni che fedeli alle proprie origini, restare “di sinistra” senza essere visti come passatisti, è il grande dilemma della sinistra di oggi.

E, da questo punto di vista, sì, si può dire che la sinistra è in crisi. In crisi di identità.

Lo dimostra l’adozione, da parte di alcuni grandi partiti della “terza via” che è stata possibile solamente sotto i colpi di amare disfatte, dopo anni di rimesse in discussione. L’esempio della trasformazione del partito laburista britannico, prima radicalizzato dai colpi di mano del thatcherismo, poi isolato da questa radicalizzazione, è particolarmente illuminante. Il caso, sicuramente meno estremo dell’SPD di Gerhard Schroder, dimostra ugualmente che nelle condizioni attuali, senza aggiornamento ideologico, la sinistra rischia la marginalizzazione.

Constatazione di fallimento

Questa mutazione di orientamento parte dalla constatazione del fallimento delle politiche tradizionali della sinistra. Non solo non convincevano più l’elettore ma la loro stessa realizzazione è ormai resa difficile, se non impossibile, dal peso crescente dei flussi finanziari e monetari transnazionale. Superate dunque le strategie nazionali di sviluppo economico che, fino a quel momento, avevano costituito la regola anche per questa sinistra ancora ufficialmente fedele all’internazionalismo. Visti questi tempi di economia mondializzata, solamente la cooperazione internazionale può dare dei risultati. Per coloro che non ne fossero convinti, il fallimento dell’esperienza Mitterand del biennio ’81-’82 è un caso che fa scuola; mentre nel 1981, i socialisti francesi credevano ancora di poter ignorare la congiuntura internazionale e lanciarsi in una politica “a tutta sinistra”, appena un anno più tardi, sono costretti al “rigore”, una svolta liberista in due tempi per salvare le finanze pubbliche e il franco che, non sfuggirà alla svalutazione.

Quale alternativa? Verso la metà degli anni ’70, i socialisti e i socialdemocratici europei, mostrano un nuovo interesse per l’Europa. La sinistra era stata, sin dalle origini, parte integrante del progetto del Mercato Comune, concepito come uno strumento in grado di ottimizzare lo sviluppo economico nazionale. Lo riscopre ora come un potenziale sostituto a queste vie nazionali ormai insabbiate. L’idea? Ricreare a livello europeo ciò che si è smantellato a livello nazionale, riproducendo un’economia di scala.

E’ così che i socialisti-socialdemocratici finiscono per accettare il progetto Delors, un socialista, che mira al completamento del Mercato Comune, malgrado il carattere chiaramente liberista dell’impresa. Con l’idea che lo Stato Sociale europeo si svilupperà col tempo. Il resto della sinistra, inizialmente reticente, coi Verdi in testa, finirà con l’allinearsi a questa Europa regolatrice, garante del modello sociale (e ambientale) europeo.

Questione di potere

Ma a che punto è l’Europa sociale, oggi? Se ci sono stati dei passi avanti coi trattati di Amsterdam e Nizza, la strada resta lunga. Le competenze dell’Unione in ambito sociale rimangono molto limitate e poche cose si decidono a maggioranza qualificata. Perché? Il fatto è che la sinistra europea è ancora troppo divisa ideologicamente e sul piano nazionale. Insomma, non abbastanza europea malgrado le sue dichiarazioni.

Lo dimostra l’impatto limitato dell’“onda rosa” della fine degli anni ’90 quando, tra il 1996 e il 1999, praticamente 13 governi su 15 erano di sinistra e ben 11 guidati dai socialisti. In quel periodo pochi furono i passi avanti sul contenuto “sociale” di Amsterdam o sullo sviluppo generale della politica sociale a livello europeo, dimostrando la reticenza dei leaders nazionali di trasferire ad altri ciò che costituisce il loro pane quotidiano.

Altro esempio: il Partito dei Socialisti Europei, che riunisce la sinistra social-democratica dell’Ue: tutto vi è deciso dai leaders dei partiti nazionali, in funzione dei loro obiettivi nazionali. Del resto, qualsiasi discorso politico rimane nazionale, anche quando le decisioni sono prese a Bruxelles. I leaders dei partiti di governo accedono, in effetti, dalla via nazionale a un potere senza precedenti, perché le decisioni prese a Bruxelles sono difficilmente contestabili dai Parlamenti nazionali. Non hanno, quindi, interesse a veder cambiare le cose. Se una via strettamente europea d’accesso al potere, attraverso una “parlamentarizzazione” dell’Unione, ad esempio, vedesse la luce, molti uomini (e donne) politiche nazionali temono, in effetti, di esserne esclusi. A causa di una padronanza insufficiente delle lingue straniere o di una scarsa conoscenza degli altri paesi. Problema di generazione?

L’Europa… o Blair

In ogni caso per la sinistra europea, ci sono poche alternative. Se non vuole seguire Blair, all’occorrenza cantore della sovranità nazionale dietro le sue dichiarazioni europee e che propone l’unica via nazionale credibile, sarà costretta a forgiare un vero e proprio progetto sociale europeo e ricongiungersi con l’idea del federalismo europeo che figura sempre nel programma della maggior parte dei partiti di sinistra. Tutto ciò non sarà sicuramente fatto senza sacrifici, ma se non comincia a profilarsi una vera e propria sinistra europea, allora la sinistra può anche dire addio all’aggettivo “sociale”.

La sinistra è niente senza padronanza dell’economia. E le politiche economiche nazionali sono un’illusione. Tutto si gioca a Bruxelles.