La sindrome Frankenstein

Articolo pubblicato il 23 novembre 2004
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Articolo pubblicato il 23 novembre 2004

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I progressi nel campo della biologia e della ricerca hanno spinto i politici e la società civile ad un‘incertezza di fondo circa la sindrome demiurgica di Frankenstein.

Dibattere dei limiti etici della scienza diviene oggi necessario. È utile che il legislatore si interessi delle possibili derive scientifiche e commerciali legate ai progressi in materia di biotecnologia o di “bioscienza”. In campo multilaterale, l’11 novembre 1997, l'UNESCO ha adottato la Dichiarazione universale sul genoma umano e sui diritti dell'uomo, completata il 16 ottobre 2003 dalla Dichiarazione internazionale sui dati genetici universali. Queste due dichiarazioni che postulavano la preminenza del rispetto della persona umana e delle sue libertà individuali sulle fughe in avanti della ricerca, rendevano alc ontempo quest’ultima questa possibile, abbozzando una regolamentazione nuova ed universale. Per l’intera comunità internazionale.

E, nel frattempo, ogni paese legifera

La Commissione, all'avanguardia, si è dotata nel 1997 di un Gruppo Europeo di Etica delle Scienze e delle Nuove Tecnologie (GEE), degno successore dell’allora assai pionieristico Gruppo di Consiglieri per l'Etica della Biotecnologia. Il GEE, costituito da periti indipendenti, fornisce dei pareri sulla politica comunitaria di ricerca. Ha lavorato sulla questione degli embrioni e dei tessuti umani, sull'utilizzazione dei cellule ceppi. Quest’anno si è concentrato sull'etica biomedica presso i nuovi Stati membri, le banche del sangue di cordone ombelicale e la commercializzazione dei prodotti generati dall'ingegneria sui tessuti umani.

Il Parlamento Europeo ha costituito anch’esso nel 2001 un gruppo, effimero, di riflessione su queste implicazioni etiche, la Commissiona temporanea sulla genetica umana e sulle altre tecnologie nuove della medicina moderna.

Tuttavia, tocca ad ogni paese definire il proprio campo normativo ed iscrivere ciò che è possibile e ciò che non lo è, secondo la morale, l’etica e le necessità scientifiche che le son proprie. In un primo tempo, le legislazioni “son corse ai ripari”. Posizionandosi come il gendamre della “buona bioscienza”, in mancanza (o per paura?) di agire come il “censore del progresso tecnologico”.

La maggior parte dei membri dell'Unione Europea ha vietato la clonazione umana riproduttiva: i britannici, tuttavia già molto in avanti su tutta la faccenda, considerano l'introduzione di un embrione non sviluppato di una fertilizzazione all’interno di un utero femminile un crimine punibile fino a dieci anni di carcere. La creazione di embrioni umani con solamente a scopo di ricerca è disapprovata praticamente dovunque salvo che nel Regno Unito dove è autorizzata ma sotto certe condizioni.

La preoccupazione prima del legislatore, dello scienziato e della società civile è stato di accordarsi sulla definizione dell'embrione. Che varia parecchio da un paese all'altro. In Irlanda l'embrione non è giuridicamente riconosciuto, a prevalere è il cosiddetto unborn (“non ancora nato”). In Finlandia, l'embrione designa un insieme di cellule che risultano dalla fecondazione, considerate in vitro ; l'embrione in vivo è un feto, qualunque sia il suo stadio di sviluppo, come nei Paesi Bassi.

Condizioni draconiane

Partendo da qui, alcune legislazioni si sono orientate spesso dalle necessità mediche per la procreazione assistita, verso finalità più specificamente di ricerca. La ricerca sugli embrioni a scopo terapeutico è autorizzata in generale, salvo in Portogallo ed in Irlanda, dove è incostituzionale. Altrove, è sottomessa a condizioni drastiche: in genere all'autorizzazione da parte dei donatori di gameti o dei genitori, segue l'utilizzo dell'embrione entro i 14 giorni di sviluppo al di fuori del periodo di criogenizzazione, la sottomissione del protocollo di ricerca ad un istituto scientifico riconosciuto e autorizzato, il divieto di ogni forma di eugenetica. La ricerca a fini terapeutici senza utilizzo diretto dell'embrione è anche possibile in Belgio, Finlandia, Francia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Regno Unito: per la ricerca sulla sterilità, sulle malattie congenite, sulla contraccezione… In Spagna viene poi specificato che questo tipo di ricerca non è possibile su degli embrioni generati da un aborto volontario. In Svezia, è autorizzato su degli embrioni in surplus generati dalla procreazione assistita. In Francia deve essere autorizzata dal ministero della salute e dal comitato di bioetica.

I nuovi Stati membri non sono da meno. Perlopiù dotati di comitati di bioetica, (dal 1977 la Slovenia, dal 1989 Malta ed Ungheria e più di recente l'Estonia nel 1998 e la Repubblica ceca nel 1997), hanno anch’essi prodotto una legislazione più o meno densa. Più avanzate sono la Slovenia con un arsenale legislativo ed etico completo sulla clonazione terapeutica, sull'utilizzazione di placebo, sulla morte cerebrale e sulla donazione di organi, e la Polonia con la sua legislazione sulla sperimentazione biomedica sugli embrioni, sui diagnostici prenatali o sulla clonazione umana.

Autogestione

Negli Stati Uniti, la legislazione distingue le ricerche che possono beneficiare di finanziamenti pubblici e quelle che non possono. Il 9 agosto 2001, il presidente George W. Bush ha deciso di autorizzare un finanziamento federale limitato delle ricerche sulle radici delle uniche cellule ceppi esistenti attualmente. Queste cellule sono ottenute a partire da embrioni in sovrannumero donati dai rispettivi genitori alla scienza. Il 31 luglio 2001, la Camera dei rappresentanti ha invece, votato un testo che vieta e rende penalmente sanzionabile ogni tipo clonazione umana.

Scrutando queste disposizioni nazionali ed internazionali, ci si accorge ccome queste “legislazioni”, non facciano altro che accompagnare soltanto, o al limite, di incorniciare un movimento generale di un mondo che si “auto-gestisce”, ovvero che si “auto-genera”. E si tratta di testi facilmente travisabili, proprio perché spesso troppo evasivi. “L'evoluzione” è in cammino. Senza alcun controllo?