La sfida per la pace, tra coscienza morale e impegno individuale

Articolo pubblicato il 06 ottobre 2002
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Articolo pubblicato il 06 ottobre 2002

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l’unica guerra giusta è quella contro l’iniquità; in un mondo diseguale, nessuno pùo sentirsi veramente al sicuro

“Chi fu il primo che inventò le spaventose armi? Da quel momento furono stragi , guerre … si aprì la via più breve alla crudele morte. Tuttavia il misero non ne ha colpa! Siamo noi che usiamo malamente quel che egli ci diede per difenderci dalle feroci belve”

Tibullo (I sec a.C.)

Dopo il II conflitto mondiale, abbiamo assistito a 50 anni di relativa pace, che hanno scongiurato l’uso dell’arma finale e la conseguente scomparsa dell’umanità. La fine della minaccia sovietica e dell’incubo comunista hanno segnato, infatti, il dominio indiscusso della potenza statunitense, che ha stabilito, a livello globale, quella che Aron definirebbe una pax d’imperio ossia una pace fondata sulla preponderanza di alcuni Paesi su tutti gli altri e caratterizzata dalla disparità di peso politico degli Stati nelle relazioni internazionali.

L’orrore dell’11 Settembre ha smentito chi credeva che, terminata la guerra fredda, si fosse giunti alla “fine della storia” (Fukuyama) e ha dimostrato che, in un mondo pieno di ingiustizie e di iniquità, nessuno può sentirsi veramente al sicuro.

Mai ci stancheremo di condannare chi, in nome del fanatismo religioso, ha ucciso migliaia di civili e ha iniziato a farci immaginare come possibili obiettivi innocenti di questo tipo infame di guerra.

In alcuni paesi, però, c'è un 11 Settembre tutti i giorni!

L’attentato alle Twin Tower innescò la potente macchina bellica statunitense che si abbattè sull’Afghanistan, un paese di pastori, causando migliaia di vittime che niente avevano a che fare con i Taliban e fallendo nell’obiettivo di catturare i criminali responsabili dei tragici dirottamenti, Bin Laden e il mullah Omar; spariti come fantasmi.

Oggi i venti di guerra soffiano verso Bagdad. Dopo 10 anni dalla guerra del Golfo è evidente come l’embargo all’Iraq non abbia ottenuto i risultati sperati: Saddam, il feroce e pericoloso nemico di sempre, è ancora al potere; e le conseguenze di questa misura d’isolamento sono ricadute, in maniera tragica, unicamente sulla popolazione civile, che ha visto morire per malnutrizione e malattie varie circa 1.000.000 di persone. La scelta di un attacco contro l’Iraq sembra ormai imminente e Gorge W. Bush, nonostante l’inaspettato e misterioso consenso del dittatore iracheno alle ispezioni ONU, continuerà quella guerra iniziata e mai finita dal padre.

Alla vigilia di questa nuova guerra non possiamo non condannare chi crede nella forza delle armi come strumento per risolvere le controversie dei singoli individui e dei gruppi politici.

Credo che la condanna del terrorismo islamico vada di pari passo con quella dell’embargo iracheno e dell’interminabile conflitto arabo-palestinese, con la denuncia di tutte le “guerre dimenticate” del Sud del Mondo e con la generale disapprovazione dell’uso della forza nelle relazioni tra Stati, che ha come unico risultato finale la creazione di una spirale di violenza, in cui la potenza distruttiva delle armi è sempre crescente e il loro utilizzo sembra sempre più necessario.

Che valore avrà la vita per un bambino bosniaco, afgano, palestinese, vietnamita, cambogiano, angolano, liberiano, nicaraguese, abituato a vedere gli orrori di quelle guerre che gli adulti gli fanno vivere? Cosa fermerà il grilletto di quell’arma che avrà fra le mani da grande?

Alcune volte, inoltre, vediamo Paesi mascherarsi da paladini della giustizia, ci dicono che quella guerra è umanitaria (…là non c’è il petrolio) ma la guerra cancella il primo e fondamentale dei diritti umani: quello di restare vivi. E’ nel loro modo di condurre le ostilità e nella disparità di comportamento che questi “stati-eroi” hanno, nei confronti delle diverse situazioni in cui sono violati i diritti umani, che possiamo accorgerci della loro grande ipocrisia.

Credo che l’unica guerra giusta sia quella combattuta contro l’ignoranza, lo sfruttamento, l’intolleranza, l’ingiustizia e l’iniquità, in un mondo diseguale, infatti, nessuno può essere davvero sicuro di ciò che ha, tanto è forte il desiderio di revanche di alcuni nostri fratelli; basti pensare alla disperazione di chi, per vendetta, non avendo niente da perdere, si fa saltare in aria, uccidendo altre persone ma uccidendo anche se stesso; o più semplicemente, a chi, vivendo su un marciapiede, farebbe di tutto a quel ricco turista spendaccione pur di rubargli il denaro che gli consentirebbe di mangiare.

La lotta al sottosviluppo e alla disuguaglianza è, quindi, l’unico mezzo per realizzare una pace duratura, infatti, il diritto potrà imporsi, in modo anche sanzionatorio, nella comunità internazionale solamente quando questa inizierà a concepirsi come società composta di eguali.

Sono fermamente convito che contro le guerre, più delle “prediche” contro la violenza possa fare l’istituzione di organi internazionali indipendenti e imparziali, che limitino il numero dei soggetti legittimati ad usare la forza e cerchino vie alternative allo scontro; ma questo mio accorato appello alla pace nasce dal fatto che mai come ora, alla vigilia di una nuovo conflitto in Iraq, è vicino il pericolo nucleare e l’uomo ancora non ha dimostrato la maturità per gestire la potenza distruttrice dell’arma finale.

Per scongiurare lo scoppio di una guerra che potrebbe essere fatale per l’umanità intera, mi sembra evidente che non possiamo fidarci dei nostri governanti, sempre nascosti dietro la maschera di una realpolitik senza coscienza etica, barricati negli steccati delle vecchie logiche di potere e schiavi delle potentissime lobby dell’industria bellica. Ora tocca a noi!

Parafrasando Bobbio, la sfida per la lotta per la pace è sicuramente difficile ma la posta in gioco è tanto alta che non possiamo restare con le mani in mano; “…so che se anche tutti i contadini del mondo si unissero per far piovere, la pioggia, qualora cadesse, non dipenderebbe dalle loro invocazioni. Non ho dubbi, invece, che, se tutti i cittadini del mondo partecipassero a un marcia per la pace, la guerra sarebbe destinata a scomparire dalla faccia della terra”.