La schiavitù dei Rom: la « Grande Vergogna » della Romania

Articolo pubblicato il 28 febbraio 2017
Articolo pubblicato il 28 febbraio 2017

Tutti gli anni, il 20 febbraio, la Romania ricorda l'abolizione della schiavitù dei Rom. Peccato che questi cinque secoli di storia spesso non siano inclusi nei programmi scolastici. Quest'anno, il 20 febbraio, un'opera teatrale sulla schiavitù realizzata dall'attrice rom Alina Șerban viene proposta al Teatro Nazionale di Bucarest. Una prima in Romania.

Quando la storia è ormai dimenticata, l'arte la fa uscire dai cassetti. Con  l'opera « Marea Rușine » (« La Grande Vergogna »), sono i 500 anni di schiavitù dei Rom a tornare in scena. Magda, una giovane dottoranda rom, decide di scrivere una tesi su questo argomento, affrontando le critiche dei suoi cari e una serie di interrogativi personali: cosa significa essere una donna rom oggi in Romania e in Europa? Come si può ignorare un passato del genere?

« Magda : vorrei descrivere le principali caratteristiche della schiavitù dei Rom in Romania.

Professore :  Glielo chiedo di nuovo: perché questo argomento la interessa tanto?

Magda : Perché ci sono ancora poche ricerche in questo ambito e io potrei contribuire allo sviluppo di questo campo di studi.

Professore : La tesi che lei propone è troppo militante. Lei deve decidere se essere un'accademica o un'attivista »

Attraverso questo personaggio, l'attrice rom Alina Șerban vuole riportare il passato nel presente e indagare l'identità rom, così come la storia dei Rom rumeni. Secondo lei conoscere il passato è cruciale per capire meglio la situazione attuale. « Tutti i discorsi sui Rom si fanno al presente, ma non ci si chiede mai perché si trovano in una situazione simile. Queste persone hanno avuto le stesse opportunità degli altri? E' importante che la Romania e l'Europa comprendano che gli antenati dei Rom rumeni erano degli schiavi, e che le conseguenze di questo sono visibili ancora oggi.  La Grande Vergogna è l'oblio di questo passato. »

Chi scrive la storia ?

La prima parte dell'opera è incentrata sulla preparazione della tesi di Magda e sulle conversazioni con suo fratello - un prete ortodosso - , il suo ragazzo e i suoi professori. Nella seconda parte, la giovane e gli altri personaggi recitano declamazioni a favore della tesi e ricostruiscono la storia della schiavitù dei Rom fino alla sua abolizione. Infine, delle immagini del XXIesimo secolo denunciano la distruzione delle dimore Rom e l'espulsione dei loro abitanti.

Alina ha subìto in prima persona queste situazioni. Quando era adolescente tutta la sua famiglia è stata evacuata dalla "corte rom" in cui abitava. Ha poi beneficiato di un sussidio sociale per i giovani che le ha permesso di vivere in un appartamento con altri ragazzi della sua età. Con il diploma in tasca, è andata all'UNATC, l'università di teatro e di cinema di Bucarest. Nel 2010, la svolta: Alina ottiene una borsa di studio a New York, e poi alla Royal Academy di Londra. « Mi sono resa conto in quel momento che avevo l'opportunità di essere europea, racconta. Non potevo lavorare allora perché i Rumeni non ne avevano ancora il permesso, ma contrariamente al mio amico somalo avevo un passaporto valido. Potevo studiare e vivere altrove. E' stato liberatorio. »

Durante il suo soggiorno newyorkese fa amicizia con degli Afro-americani che le parlano dei loro antenati, della schiavitù e dei « privilegi dei bianchi ». « Per loro era normale parlarne. Hanno dato voce ai miei pensieri, una voce che non avevo mai espresso prima d'ora, spiega. I Rom della Romania non hanno ancora familiarità con questo genere di discorsi, nonostante abbiano avuto una storia simile. Allora una domanda sorge spontanea: chi è che scrive la Storia?»

Si informa sui suoi antenati, su generazioni di Rom spoitori (lavandai), intenzionata a riappropriarsi della loro storia, della sua storia. Seguendo l'esempio degli Afro-americani, Alina vuole far parte di quegli artisti rom che ricorderanno alla Romania il suo passato schiavista e contribuiranno  a dar voce al gruppo etnico più discriminato d'Europa.

Amnesia generale

Diversi storici hanno paragonato la schivitù dei Rom a quella degli Afro-americani negli Stati Uniti. Se le condizioni e il contesto sono differenti, certe similitudini devono però essere sottolineate. Dal 14esimo al 19esimo secolo i principati di Valachia e di Moldavia hanno schiavizzato i Rom. Questo sistema si istituzionalizza e si legalizza con un Drept Țigan, una specie di « codice nero ». L'abolizione definitiva della schiavitù sarà proclamata nel 1864. Dopodiché questo periodo, nonostante tutto ancora sconosciuto, verrà ricordato solo vagamente. La parola « tsigane », allora il soprannome nei Rom, è diventato il termine usato per indicare tutti gli schiavi. Come « nigger », questa parola, dispregiativa in Romania, viene ancora utilizzata per parlare dei Rom. Non tutti gli schiavi erano per forza Rom, ma tutti i Rom - a parte i liberati e i fuggitivi - erano schiavi, proprietà del principe, dei monasteri o dei boiari, i famosi aristocratici ortodossi dell'Europa orientale.  

Al giorno d'oggi la portata della schiavitù sembra essere minimizzata. La stessa lingua rumena parla piuttosto di una forma di asservimento (robie) che di schiavitù vera e propria (sclavie). La storia però non ammette equivoci. Quando Mihail Kogalniceanu, futuro primo ministro della Romania, cerca di mettere in guardia i suoi vicini nel 1837, fa luce su un aspetto oscuro dell'epoca:  « Gli Europei organizzano società filantropiche per abolire la schiavitù in America, mentre sul loro continente 400 000 Tsiganes sono ancora tenuti in schiavitù ».

I libri di testo rumeni non contengono nessun paragrafo sulla schiavitù dei Rom. Solo qualche riga menziona l'asservimento dei Rom e il periodo abolizionista. Ciononostante, i principali proprietari di schiavi di allora, rappresentati dalla Chiesa e dallo Stato, cominciano a riconoscere a poco a poco le loro responsabilità. Nel 2011, il 20 febbraio  (giorno della prima abrogazione del 1856, ndlr) è proclamato "giornata della commemorazione dell'emancipazione dei Rom". Il 19 febbraio 2016 l'ex primo ministro Dacian Ciolos riconosce pubblicamente l'esistenza della schiavitù e la marginalizzazione dei Rom. L'indomani una targa commemorativa viene posta sul Monastero Tisana, uno dei primi ad aver posseduto schiavi.

Perché ignorare il passato impedisce di riconoscerne le conseguenze. Delle ricerche attestano l'esistenza di luoghi occupati dai Rom che risalgono al periodo della schiavitù, come il quartiere Simileasca a Buzau. Nel suo saggio From the Gypsies to the African-Americans, la professoressa di letteratura Mihaela Mudure scrive che il periodo post-abolizionista è stato quello fatale: « Gli schiavi formavano una nicchia economica, ma non incarnavano nessuna personalità politica o giuridica. Gli schiavi liberati erano invece individui politicamente e giuridicamente riconosciuti, ma erano relegati alla periferia della vita economica moderna. » Spiega anche che contrariamente agli Afro-americani, i Rom non hanno avuto modo di far conoscere la propria storia e la propria cultura. Fino ad oggi.

Niente arte, niente memoria

La questione torna ad essere discussa in occasione di un dibattito pubblico del 2015, all'uscita del film Aferim, realizzato da Radu Jude. Premiato alla Berlinale, questo western rumeno è ambientato all'inizio del XIXesimo secolo e vede in scena due poliziotti alla ricerca di uno schiavo fuggito. Per molti spettatori la rivelazione di questo passato è stata come uno schiaffo in faccia. Secondo Alina « il dialogo sta cominciando », ma i passi sono ancora incerti. « Non è stato così semplice portare la mia opera al Teatro Nazionale, racconta. Ne siamo soddisfatti, ma non è come se qualcuno avesse davvero apprezzato il messaggio dell'opera. E' stato il Centro Culturale dei Rom - Romano Kher a permettere che venisse prodotta. » La sua opera è stata considerata troppo militante da un altro teatro pubblico, di cui non vuole dire il nome. 

Bande-annonce d''Aferim' (2015)

Alina non ha intenzione di abbattersi. Per lei fare la vittima è fuori questione: « O si rifiutano o si vittimizzano i Rom. Bisogna andare oltre questa dicotomia. E' stato necessario per me parlare di storie dolorose, ma per creare qualcosa di positivo, per provocare un cambiamento. E il teatro, e l'arte in generale, possono indurlo questo cambiamento. » Qualche anno fa non avrebbe mai osato proporre un simile progetto: «In quanto donna e in quanto Rom, non ero abituata ad occupare uno spazio. Ci sono persone che lo fanno con molta facilità, dicono cosa vogliono e lo ottengono. Adesso voglio dimostrare che anch'io ho diritto al mio spazio». E di fare in modo che 500 anni di schiavitù non finiscano nel dimenticatoio.

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*Vedi anche la rivista « Etudes Tsiganes » numero 29 sulla schiavitù dei Rom.

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Questo reportage è sponsorizzato dalla borsa Europa dell'Istituto Culturale Rumeno.