La Russia ci salverà?

Articolo pubblicato il 14 novembre 2005
Articolo pubblicato il 14 novembre 2005

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Consumi energetici sempre crescenti significano che l’Europa importerà sempre di più dalla Russia: ma descrivere questa realtà in termini di “relazioni migliorate” e di benefici socio-economici per la Russia crea confusione.

Mentre crescono velocemente le preoccupazioni riguardanti i prezzi dell’energia e la sicurezza dei rifornimenti nel lungo periodo, l’Europa si trova più dipendente che mai dall’importazione di energia. I settantasette milioni annuali di barili di petrolio necessari al mercato mondiale nel 2002 saliranno a centoventi milioni nel 2020. Sebbene ci si aspetti che i mercati cinesi ed americani siano i principali fattori della crescita, occorre richiamare l’attenzione anche sul mercato europeo per il ruolo chiave che l’energia avrà nel futuro dell’Europa e, a ruota, nelle relazioni con la Russia.

Gas no stop

L’Ue è il principale consumatore sia di petrolio che di gas. Per esempio, nel 2001 l’Ue rappresentava il 38,5% del consumo mondiale contro il 17% degli USA e il 12% del Giappone. Nel 2001 il 48% del gas dell’Ue, che ammontava al 23,7% del consumo mondiale di gas, era importato. Siccome il gas olandese e il petrolio del Mare del Nord si stanno gradualmente esaurendo, l’attuale dipendenza energetica del continente dovrebbe crescere ancora. Ci si aspetta che nel 2020 verrà importato, principalmente dalla Russia, il 75% del gas attualmente utilizzato.

Dopo il decesso dell’Urss nel 1991, le esportazioni russe verso l’Occidente sono aumentate in maniera esponenziale e nell’ottobre del 2000 il presidente russo Putin ha siglato con l’Ue una collaborazione energetica strategica. Uno degli sviluppi più recenti è stato l’accordo siglato a settembre tra il monopolista russo del gas, la Gazprom, e le multinazionali tedesche Basf ed Eon per costruire il gasdotto europeo del Nord (Negp). Con una lunghezza di 1.200 kilometri sotto il Mar Baltico, dalla baia russa di Portavaya fino al porto tedesco di Greifswald, il nuovo gasdotto promette di aprire un nuovo capitolo nella storia delle importazioni dalla Russia all’Europa. È progettato per evitare di passare per tutti i nuovi Paesi membri dell’Est europeo, consegnando il gas naturale russo direttamente all’Europa occidentale. E la Polonia è decisamente il nuovo entrato più insoddisfatto da quest’accordo.

Rigurgiti autocratici

Si è spesso detto che la fiducia europea verso le importazioni russe e la fiducia russa in quanto alle ricompense da queste vendite può solo aiutare a migliorare le relazioni tra i due giganti, ma, come la Negp mostra, non tutti i paesi europei sono d’accordo su come procedere. Inoltre, la convinzione che le crescenti entrate dalle sue fonti di energia possano migliorare la generale condizione economica e democratica della Russia è una semplificazione. Per esempio, il ruolo dello Stato russo nel settore dell’energia (formalmente o non), considerato una reliquia del suo passato sovietico, ci si aspetta diminuisca. Ad ogni modo l’energia è un settore strategico e gli sforzi per privatizzarlo sono relativamente recenti anche nelle più vecchie economie di mercato. Non è realistico aspettarsi che uno Stato in transizione come la Russia possa rinunciare al controllo di un settore così profittevole, come dimostra chiaramente l’arresto e l’imprigionamento di Mikhail Khodorkovsky, capo della compagnia petrolifera Yukos, in parte nazionalizzata.

In maniera analoga, la storia ha dimostrato che le alte ricompense per la vendita di energia e l’sviluppo socio-economico non procedono mano nella mano. La maggioranza dei paesi produttori di petrolio, come l’Iran, non hanno speso le entrate derivanti dal petrolio per aumentare gli standard di vita, diminuire povertà e ineguaglianza, migliorare la sanità o sviluppare infrastrutture come strade e le telecomunicazioni. Al contrario, le entrate del petrolio sono generalmente usate per nutrire l’élite al potere.

Oltre a ciò, si sottolinea spesso come le crescenti importazioni energetiche dalla Russia non creino una dipendenza unilaterale dell’Europa, dato che la relazione è reciproca: tanto l’Europa ha bisogno della Russia per l’energia, tanto il bilancio russo necessita di euro. La conclusione è che il risultato di questa mutua dipendenza può garantire la sicurezza energetica dell’Europa. Questo comunque non tiene conto del “fattore Cina”: con il crescente incremento dei bisogni energetici in Cina e il crescente interesse russo nel rifornirli, la dipendenza russa dal mercato europeo può essere bilanciato, nel lungo periodo, dalle esportazioni energetiche verso la Cina.

Perciò, stretti legami economici non significano necessariamente l’esportazione dei valori europei in cambio dell’energia russa, sulla quale in ogni caso l’Europa non ha più l’esclusiva. Sembra che l’Europa dovrà guardare altrove per soddisfare i suoi bisogni crescenti.