La psichiatria francese: un po’ troppa sicurezza

Articolo pubblicato il 19 dicembre 2008
Articolo pubblicato il 19 dicembre 2008
Au lendemain de la mort d'un étudiant poignardé par un schizophrène « évadé » d’un hôpital psychiatrique, l’hyperactif président Sarkozy exigeait une « réforme en profondeur » de la psychiatrie. Moins de trois semaines plus tard, le 2 décembre, ladite réforme était déjà annoncée…

Una riforma che sa di guerra. Nel programma: un indurimento dei ricoveri sotto costrizione e una restrizione delle libertà negli degli istituti psichiatrici. Il Presidente prevede soprattutto di assegnare 30 milioni di euro per un migliore controllo delle entrate e delle uscite, dotare alcuni pazienti di un sistema di localizzazione satellitare (Gps) o pianificare delle nuove camere d’isolamento. Quattro unità per malati gravi saranno create oltre alle cinque già esistenti in Francia. S’intende per tutti, la psichiatria francese attraversa un periodo difficile. Dovrà soprattutto affrontare le sue contraddizioni.

Ricoveri in aumento, medici in calo

Secondo la legge francese, il prefetto può decidere il ricovero d'ufficio in base ad un certificato medico, quando i disordini mentali del paziente minacciano la sicurezza delle persone o mettono in pericolo l'ordine pubblico. Il ricovero su richiesta di un terzo richiede solo due certificati. Dal 1992 l’insieme di questi ricoveri senza consenso è raddoppiato in Francia, superando i 70mila all’anno: da tre a quattro volte più grande rispetto al Regno Unito, la Spagna e l’Italia. Ma, se il suo rapporto di 90 letti per 100mila abitanti continua a mettere la Francia sopra la media europea (fonte Eurostat), sono più d(Keraoc/flickr)i 50mila letti che sono stati eliminati in venti anni. Di fronte alla moltiplicazione delle richieste di ricovero e la contrazione delle risorse ospedaliere, i professionisti deplorano le condizioni di lavoro sempre più difficili: «Si pratica sempre più spesso una psichiatria di turnover», si indigna Nadia Missaoui, infermiera, in un articolo pubblicato su Le Monde, il 21 novembre scorso.

Una situazione «drammatica»

I ricoveri sono sempre più brevi, mentre i trattamenti richiedono diverse settimane per agire: prima che siano stabilizzati, i pazienti vengono dimessi. E troppo spesso cadono in un circolo vizioso: ospedale-strada-prigione. Si ritiene che meno del 5% dei francesi soffre di disturbi psichiatrici cronici, contro il 25% dei senzatetto e il 20% dei detenuti. In un rapporto pubblicato nel dicembre 2007, il comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT) ha definito «drammatico» lo stato della psichiatrica penitenziaria in Francia. Questo comitato di esperti del Consiglio d’Europa denuncia soprattutto il fatto che i detenuti che soffrono di scompensi psichici gravi sono spesso isolati, o anche in distretti disciplinari. Si fanno esempi anche di pazienti costretti a rimanere nudi in una cella d’isolamento da due a sette giorni, sotto gli occhi del personale penitenziario, in attesa di essere ricoverati. In un contesto come questo, l’approccio rassicurante del Presidente pare restrittivo. Egli rende noto che i permessi di uscita sono già ampiamente ristretti, necessitano il benestare dello psichiatra di turno, oltre a quello del prefetto, se si tratta di un ricovero d’ufficio. «All’inizio le uscite di una giornata si svolgono in famiglia accompagnati da un tutore. Se l’uscita va bene allora il paziente può essere autorizzato ad uscire da solo, ma sempre in modo progressivo», spiega il professor Jean Luois Senon, presidente del collegio degli psichiatri medico-legali alla Federazione francese di psichiatria. Questi permessi contribuiscono alla reintegrazione graduale del paziente nella società. Ora sarà più difficile concedere le uscite: il prefetto deciderà concederà l’uscita di un malato in ricovero d’ufficio previo parere di un collegio di tre tutori: lo psichiatra che segue il paziente, l’insieme di infermieri che conoscono la persona e le sue abitudini, e uno psichiatra che non segue il paziente.

Questo inasprimento globale della psichiatria istituzionale si traduce in una pericolosa commistione tra malati e delinquenti. La stessa professoressa Gerbi, avvocato della famiglia di Luc Meunier, studente francese ucciso il 12 novembre da uno schizofrenico in fuga, ha fatto sapere che «il dramma della famiglia Meunier non deve servire da pretesto per una riforma finalizzata all’urgenza. Non bisogna far passare il messaggio che tutti i malati psichiatrici sono pericolosi». In effetti le statistiche criminali non giustificano restrizioni in nome della sicurezza. In un rapporto consegnato al Governo francese nel marzo dl 2005, la Commissione violenza e salute mentale sottolineava già che: «nell’immaginario collettivo, la malattia mentale oggigiorno è associata alla violenza (…). Di fatto, il rischio che si può attribuire alle persone malate di mente (la percentuale di atti violenti che gli può essere attribuita) è scarsa. Il tasso stimato varia dal 2,7% a meno del 10%». Ci sono quindi pochi motivi di temere i folli. Se la Francia continua a mirare all’impossibile «rischio zero», allora bisogna preoccuparsi più della nostra libertà.