La provincia "ideale": la quantità della vita non basta*

Articolo pubblicato il 18 gennaio 2010
Articolo pubblicato il 18 gennaio 2010
L'articolo è stato originariamente pubblicato sul sito dell'associazione RENA. La consueta classifica sulla vivibilità delle province italiane stilata dal Sole24ore è giunta alla ventesima edizione. Anche quest’anno non sono mancate le critiche circa l’obiettività e la validità della suddetta graduatoria.
Un commento di Salvatore Padula apparso in seguito (“Una pagella che non è una patente di felicità”) ha tentato di gettare acqua sul fuoco chiarendo il territorio di riferimento della classifica (le province, e non le città) e lo scopo dell’indagine e cioè misurare “la capacità di un territorio di fornire ai cittadini servizi di buon livello”, senza avere la presunzione di incoronare la “provincia ideale” d’Italia.

Tuttavia, il nome dell’indagine – “Qualità della vita 2009” – è a dir poco fuorviante. Sulla carta le macro-aree e i parametri selezionati dovrebbero permettere di valutare in maniera obiettiva lo stato dell’arte della prosperità (e del degrado) nelle oltre cento province. Invece, la maniera in cui gli indicatori sono declinati finisce per riflettere principalmente gli aspetti materiali del benessere: tasso d’inflazione, infrastrutture, numero di depositi bancari, costo delle case, spesa procapite in automobili ed elettrodomestici, numero d’imprese aperte/chiuse, donne occupate, numero di furti, numero di decessi, densità demografica, numero di stranieri, saldo anagrafico, numero di cinema, numero di associazioni di volontariato, numero di ristoranti e via dicendo. Per quanto tali indicatori siano importanti, di fatto, la graduatoria finale identifica i territori che riescono a eccellere per quantità e non qualità della vita.

Sono purtroppo assenti alcuni criteri determinanti nel definire una vita “di qualità”. Non ci sono fattori indicativi del degrado o progresso socio-culturale delle nuove generazioni, né delle opportunità d’accesso alla “conoscenza” intesa in senso lato e non solo limitata alla scuola e all’istruzione. Si potrebbe includere un indice di gradimento dei cittadini nei confronti degli amministratori locali - cosa c’è di male a dare i voti a sindaci e assessori? Né si cerca di dare una dimensione al livello dell’impegno civico (lotta alla mafia, etica professionale, partecipazione politica), ai canali d’informazione alternativi (blog, giornalismo partecipativo, social network), alle opportunità di espressione artistica, e all’apertura mentale (tolleranza della diversità, predisposizione all’innovazione, propensione ai viaggi e alle esperienze all’estero). Non viene dato peso a fattori quali la soddisfazione delle attese, la realizzazione dei progetti personali e delle ambizioni professionali, la meritocrazia, il successo della vita coniugale e familiare. In sostanza, mancano rilevazioni capaci di dare una risposta inequivocabile alla domanda se gli abitanti di un determinato territorio siano felici o meno. Da anni il Bhutan misura il proprio benessere tramite un indice di “felicità nazionale” (Gross National Happiness - GNH). Pur trattandosi di un espediente a metà strada tra demagogia e spiritualismo buddista, l’idea ha sempre suscitato grande curiosità ma pochi casi di emulazione. Senza dover arrivare a una conversione di massa alla filosofia himalaiana, basterebbe capire per quale motivo si continuano a ignorare gli indicatori qualitativi come quelli appena descritti. Sarebbe sicuramente più utile per capire se, dove e perché i cittadini si considerano felici e si sentono realizzati, e senz’altro più incoraggiante per chi vive dalle parti di Agrigento.