La prospettiva federale nella Dichiarazione Schuman

Articolo pubblicato il 09 maggio 2010
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Articolo pubblicato il 09 maggio 2010
di Sergio Pistone La Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, di cui ricorre quest’anno il 60° anniversario, è il documento fondatore del processo di unificazione europea.
Con essa ha avuto infatti inizio, sulla base della riconciliazione franco-tedesca, l’effettiva costruzione di un’Europa unita, che, pur non essendo ancora giunta alla sua conclusione, ha realizzato progressi tali da rendere effettivamente raggiungibile, anche se per nulla scontato, il raggiungimento del traguardo finale. Questo è d’altra parte esplictamente indicato nella dichiarazione, la quale definisce la messa in comune delle produzioni del carbone e dell’acciaio, sotto la direzione di un’autorità indipendente dai governi e le cui decisioni vincolino la Francia, la Germania e gli altri paesi aderenti, “le prime basi concrete di una federazione europea”, intesa come contributo decisivo alla costruzione della pace mondiale. Proprio perché il traguardo finale non è ancora stato raggiunto, la dichiarazione mantiene la sua piena attualità non solo nel suo contenuto normativo-finalistico, ma altresì nella scelta di importanza cruciale di procedere a un salto qualitativo senza lasciarsi bloccare da veti nazionali. Ciò premesso, concentro la mia analisi su tre punti: 1) la genesi della Dichiarazione Schuman; 2) il suo contenuto federalista; 3) la sua attualità.

1. La dinamica del processo di unificazione europea è stata chiarita in maniera illuminante da Altiero Spinelli, in forma embrionale già nel Manifesto di Ventotene del 1941 (che costituisce il documento fondatore della lotta dei movimenti per l’unificazione federale europea) e quindi in termini più precisi dopo la guerra. Secondo il fondatore del Movimento Federalista Europeo alla base del processo di unificazione europea c’è una spinta storica profondamente radicata e di durevole potenza derivante dalla crisi strutturale e irreversibile degli Stati nazionali europei. Questa consiste ,in sostanza, nell’impossibilità strutturale di affrontare, sulla base della sovranità nazionale assoluta, i problemi fondamentali dello sviluppo economico, del progresso democratico e della sicurezza, i quali hanno assunto dimensioni sopranazionali in conseguenza della crescente e inarrestabile interdipendenza prodotta dall’avanzamento della rivoluzione industriale. I governi democratici nazionali si sono pertanto trovati, dopo il crollo del sistema europeo degli Stati alla conclusione dell’epoca delle guerre mondiali (che hanno visto in sostanza un tentativo di unificazione egemonica dell’Europa), di fronte all’alternativa ineludibile di “unirsi o perire”, cioè nella situazione già indicata dal ministro degli esteri francese Aristide Briand allorché nel settembre del 1929 presentò la prima proposta di unità europea emanante da un governo. Da qui l’affermarsi di una politica di unificazione europea che ha una base strutturale, ma che d’altra parte si scontra con un ostacolo altrettanto strutturale costituito dalla tendenza dei detentori del potere nazionale - derivante dalla legge dell’autoconservazione del potere già chiarita da Machiavelli - a resistere al trasferimento effettivo della parte sostanziale di tale potere a istituzioni sopranazionali federali, in mancanza del quale non si può realizzare una unificazione europea efficace, democratica e irreversibile.

Dato questo atteggiamento contraddittorio dei governi nazionali, può emergere da essi una politica forte di unificazione europea, che vada cioè al di là della semplice cooperazione intergovernativa fondata sulle deliberazioni unanimi, solo allorché la situazione di crisi strutturale degli Stati nazionali si traduce in condizioni di crisi acuta di potere, di vera e propria impasse per i governi. Ed è altresì indispensabile che in tali situazioni siano presenti statisti coraggiosi e che intervengano attivamente nel processo personalità autorevoli, ma autonome rispetto alla logica della conquista e del mantenimento del potere nazionale, e movimenti impegnati in modo prioritario a favore dell’unificazione federale europea e della mobilitazione dell’opinione pubblica a sostegno di tale obiettivo. Una situazione di questo genere fu in effetti alla base dell’iniziativa di Schuman del 1950. Fino ad allora si era realizzata una politica di unificazione europea nell’Europa occidentale (l’unica parte del continente che aveva una relativa possibilità di scelta), sollecitata, sullo sfondo del crollo della potenza degli Stati nazionali, dallo scoppio della guerra fredda e dalla connessa decisione americana di subordinare, con il Piano Marshall del 5 giugno 1947, gli aiuti per la ricostruzione all’avvio della cooperazione europea. Le organizzazioni internazionali nate come conseguenza diretta o indiretta delle pressioni americane, e cioè l’Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica (che nel 1960 diventerà l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), il Patto di Bruxelles (che nel 1955 diventerà l’Unione Europea Occidentale) e il Consiglio d’Europa, erano però caratterizzate da una struttura confederale particolarmente debole. E ciò soprattutto perché la Gran Bretagna (un paese in cui la crisi storica dello Stato nazionale si era manifestata in modo meno evidente), che ne fu con la Francia la principale fondatrice, era particolarmente rigida nella difesa delle prerogative della sovranità nazionale e gli altri partner non erano disposti a procedere senza la Gran Bretagna. Il salto qualitativo da queste prime, deboli forme di cooperazione europea all’avvio del processo di integrazione comunitaria fu favorito in modo decisivo dall’evoluzione della questione tedesca indotta dalla politica americana. Un corollario fondamentale della strategia americana di contenimento del blocco sovietico (che, partendo dalla Dottrina Truman del 12 marzo 1947, aveva portato al Piano Marshall e poi alla fondazione dell’Alleanza Atlantica) era la decisione di procedere alla ricostruzione economica e politica della parte della Germania occupata dalle potenze occidentali, eliminando i residui della precedente politica tendente a mantenere la divisione fra le zone di occupazione occidentale e a limitarne fortemente lo sviluppo economico. Nel quadro di questa scelta, guidata dalla consapevolezza che senza una piena ripresa di quello che era sempre stato uno dei fondamentali punti di forza dello sviluppo economico europeo l’Europa occidentale sarebbe rimasta irrimediabilmente debole, gli americani, dopo aver ottenuto la costituzione della Repubblica Federale di Germania, posero all’ordine del giorno l’eliminazione di ogni ostacolo al pieno sviluppo dell’economia tedesca. Di conseguenza aprirono la strada alla riappropriazione da parte dei tedeschi della propria industria pesante che era sottoposta alla Autorità Internazionale della Ruhr e quindi a delle limitazioni di produzione. Di fronte a questa decisione americana, il governo francese, la cui politica estera era passata sotto la guida di Robert Schuman, esponente del “partito della riconciliazione con la Germania”, venne a trovarsi fra due fuochi. Essi erano rappresentati rispettivamente dalla preoccupazione per il risorgere della potenza tedesca, di cui la rinascita economica costituiva la premessa, e dalla prospettiva di un duro (e destinato a concludersi con una sconfitta) scontro diplomatico con gli americani, decisi a portare avanti senza indugi la piena ripresa economica della Germania occidentale. Ma da questa impasse la Francia seppe uscire in modo evolutivo con la coraggiosa proposta, suggerita da Jean Monnet, di sottoporre a un comune controllo europeo sia l’industria carbo-siderurgica tedesca che quella della Francia e degli altri paesi europei disposti a partecipare all’impresa. In seguito all’immediata risposta positiva della Germania di Adenauer (il leader del partito tedesco della riconciliazione con la Francia), dell’Italia di De Gasperi e dei paesi del Benelux, il problema fu risolto creando, sulla base appunto del Piano Schuman, un organismo di tipo completamente nuovo rispetto al Patto di Bruxelles, all’OECE e al Consiglio d’Europa. La fondamentale novità che caratterizza la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio è costituita precisamente dalla prospettiva federale in essa contenuta. Prima di esaminare dettagliatamente questo aspetto, mi sembrano utili due precisazioni. Anzitutto, il legame di importanza decisiva fra questione tedesca e integrazione comunitaria non significa affatto che questa costituisca essenzialmente uno strumento per controllare la Germania. In realtà l’unificazione europea trae la sua spinta di fondo e permanente dalla crisi irreversibile del sistema degli Stati nazionali europei, che nell’epoca delle guerre mondiali e della Resistenza antifascista ha portato a una diffusa presa di coscienza dell’alternativa “unirsi o perire”. Su questo sfondo, in mancanza del quale il processo di unificazione europea non avrebbe potuto avviarsi e svilupparsi, la questione della pacifica convivenza della Germania (l’ultima potenza mirante all’egemonia europea, nella storia moderna, dopo i precedenti della Spagna e della Francia) con gli altri paesi europei ha svolto un ruolo decisivo, in quanto ha offerto agli europeisti più avanzati, in Francia come in Germania e negli altri partner, una rilevante e concreta risorsa politica per superare le resistenze nazionalistiche a una politica di unificazione sopranazionale in profondità. In secondo luogo, deve essere sottolineato che una ragione fondamentale della capacità di Schuman di superare le resistenze nazionalistiche nel suo paese risiede nel metodo con cui ha sviluppato la sua iniziativa. In effetti egli ha preparato il lancio del progetto della CECA escludendo qualsiasi coinvolgimento del personale del Ministero degli esteri - ben sapendo che da lì sarebbero emerse resistenze in grado di affossare l’iniziativa sul nascere -, affidandone la preparazione a Monnet e ai suoi collaboratori del Commissariato per la Pianificazione, e sollecitando il sostegno dell’opinione pubblica in Francia e negli altri paesi, in modo da rendere più difficili manovre insabbiatrici da parte della diplomazia e anche degli ambienti economici interessati.

2. Se per federazione si intende il superamento della sovranità nazionale assoluta attraverso la creazione di uno Stato federale (uno Stato di Stati) e, quindi, di istituzioni democratiche sopranazionali con poteri diretti sui cittadini della federazione e alle cui decisioni concorrano gli Stati nazionali, che quindi conservano una sostanziale e intangibile autonomia, è evidente che nella iniziativa di Schuman è contenuta una prospettiva federale. In effetti, pur non avendo dato vita a una federazione pienamente sviluppata, essa realizzò il superamento della semplice cooperazione intergovernativa e perciò mise in cantiere l’effettiva costruzione di uno Stato federale, dal momento che solo la decisione coraggiosa e drammatica di avviare il superamento della sovranità nazionale esclusiva era in grado di bloccare una prospettiva, come quella della piena ricostruzione della sovranità tedesca, che era giustamente percepita come gravida di implicazioni pericolosissime. In termini più precisi, il chiarimento del contenuto federalista dell’iniziativa di Schuman deve fare anzitutto riferimento alla visione di Monnet, che di quella iniziativa fu l’ispiratore. L’approccio funzionalistico all’integrazione europea, di cui Monnet, è stato il più lucido e fattivo sostenitore, ha in comune con quello federalista, di cui Spinelli è stato indiscutibilmente il massimo esponente (ma non va dimenticato al riguardo il fondamentale apporto di Mario Albertini), l’obiettivo della federazione. I due approcci fanno parte pertanto dello stesso schieramento contrapposto al confederalismo, i cui principali punti di riferimento sono Churchill e De Gaulle. Ciò premesso, l’approccio funzionalistico di Monnet si caratterizza per la convinzione che la via maestra per superare le resistenze al superamento della sovranità nazionale consista nello sviluppo graduale dell’integrazione in settori o funzioni limitati, ma via via più importanti dell’attività statale, in modo da realizzare uno svuotamento progressivo e quasi indolore delle sovranità nazionali. Monnet, che era stato l’ideatore degli organismi sopranazionali specializzati creati durante le due guerre mondiali per mettere in comune le risorse economiche e militari degli Alleati e rendere più efficace il loro sforzo bellico, si convinse che il metodo sperimentato durante le guerre avrebbe potuto essere applicato anche in tempo di pace per portare avanti l’unificazione europea. Concretamente, il metodo da lui proposto nel dopoguerra consisteva nell’affidare l’amministrazione di alcune attività pubbliche a una apposita amministrazione europea, la quale avrebbe ricevuto le direttive comuni dagli Stati nazionali che le avrebbero formulate in appositi trattati e in ulteriori decisioni intergovernative; questa amministrazione avrebbe però dovuto, nell’ambito di tali direttive, essere separata e indipendente dalle amministrazioni nazionali. Le politiche nazionali da mettere in comune erano quelle destinate a produrre i più gravi motivi di rivalità fra gli Stati europei e quindi, in particolare, quelle relative al carbone e all’acciaio, allora considerati i due prodotti base dell’economia dei paesi industrializzati. Mettere la produzione e la distribuzione del carbone e dell’acciaio sotto regole comuni, applicate da una amministrazione sopranazionale, avrebbe creato una solidarietà di interessi così profonda e così centrale nella vita economica da spingere all’integrazione graduale del resto delle economie e, successivamente, delle altre fondamentali attività statali, tra le quali la politica estera e la difesa. L’unificazione realizzata dalle varie agenzie specializzate intorno a interessi concreti e a burocrazie sopranazionali efficienti avrebbe trovato alla fine il suo logico coronamento in una costituzione federale. Va qui osservato incidentalmente che, al di là delle contrapposizioni superficiali emerse nel contesto della polemica politica e di talune esasperazioni verbali che non sono mancate da entrambe le parti, la differenza sostanziale dell’approccio federalista rispetto a quello funzionalista si può riassumere in due punti. Il primo è la convinzione costantemente ribadita che l’integrazione europea sia destinata a rimanere precaria e reversibile finché non si giunge alla costituzione federale, la quale può essere realizzata non dalle conferenze intergovernative(deliberazioni unanimi e segrete dei rappresentanti dei governi e ratifiche unanimi) , bensì solo con un metodo costituente democratico(deliberazioni a maggioranza da parte dei rappresentanti dei cittadini e ratifiche a maggioranza). Il secondo punto è la contrapposizione alla fiducia nell’automatismo funzionalistico della persuasione che il raggiungimento dello Stato federale richieda l’attivazione di un movimento per l’unità europea, che può anche perseguire obiettivi intermedi, ma che deve essere autonomo dai governi e dai partiti ed essere capace di mobilitare l’opinione pubblica facendo leva sui limiti strutturali dell’integrazione funzionalistica. Questi sono rappresentati essenzialmente dalla sua precarietà e inefficienza (per il permanere delle decisioni unanimi sulle questioni essenziali) e dal deficit democratico (lo svuotamento delle sovranità nazionali senza istituire una sovranità democratica sopranazionale pienamente sviluppata). I due approcci sono pertanto diversi (perciò quello di Monnet è stato definito un federalismo debole in confronto con il federalismo forte del MFE) , ma allo stesso tempo dialetticamente (cioè ciascuno fornito di un ruolo autonomo e decisivo) complementari. Tornando, dopo questo chiarimento, al rapporto fra l’impostazione funzionalistica e l’iniziativa di Schuman, basta dire che l’impasse prima descritta in cui si venne a trovare il governo francese aprì a Monnet la finestra di opportunità che gli permise di realizzare la rivoluzionaria invenzione comunitaria. La CECA aveva in effetti in comune con le prime organizzazioni intergovernative europee il mantenimento del potere decisionale in ultima istanza nelle mani dei governi nazionali, il che corrispondeva al fatto che non vi era in tutti i governi la disponibilità ad accettare un trasferimento irreversibile di sovranità agli organi sopranazionali (il trattato aveva una validità limitata a cinquant’anni!). D’altra parte, conteneva alcuni importanti embrioni federali: il ruolo decisivo attribuito a un organo, l’Alta Autorità, autonomo dai governi; l’efficacia diretta della normativa e della giurisprudenza comunitaria; l’attribuzione di risorse proprie al bilancio comunitario basate su un’imposta e su obbligazioni europee; il principio del voto a maggioranza per una parte delle deliberazioni del Consiglio dei ministri; la possibilità di elezione diretta dell’Assemblea parlamentare comune che aveva anche il potere di sfiduciare l’Alta Autorità. Va sottolineato che i governi dovettero accettare questi aspetti federali perché la realizzazione di un obiettivo ben più avanzato della semplice liberalizzazione degli scambi richiedeva oggettivamente istituzioni più forti ed efficienti, le quali avrebbero dovuto essere almeno in prospettiva democratizzate, onde evitare che le competenze trasferite a livello sopranazionale fossero sottratte in permanenza a un efficace controllo democratico. Il traguardo finale della federazione non era indicato nel testo del trattato, ma era comunque esplicitato nel testo della dichiarazione sulla base del quale si condussero le trattative e che, essendo stata accettata dagli altri governi, è diventata un impegno ufficiale rispetto alla finalità dell’integrazione comunitaria. Al di là di questi elementi contenuti nella dichiarazione di Schuman e nel trattato che ne derivò, la prospettiva federale deve essere individuata anche nella scelta di procedere sulla base di un gruppo più ristretto rispetto alla cerchia degli Stati coinvolti nelle prime iniziative europeistiche. Quando la proposta della CECA fu lanciata esisteva da oltre due anni l’OECE e da un anno il Consiglio d’Europa comprendenti, oltre ai Sei, la Gran Bretagna e la maggioranza dei paesi dell’Europa occidentale. Ebbene la scelta procedurale di importanza cruciale compiuta da Schuman fu precisamente quella di operare al di fuori del quadro giuridico di queste due organizzazioni, all’interno delle quali la Gran Bretagna e, al suo seguito, i paesi scandinavi e il Portogallo avrebbero eliminato gli aspetti innovatori dell’iniziativa, e di aprire le trattative solo fra i governi disposti a discutere la creazione di una autorità sopranazionale. Si dette in tal modo vita a un nucleo di avanguardia all’interno di un cerchio più ampio di carattere puramente intergovernativo, nella convinzione che il successo dell’impresa avrebbe più avanti coinvolto gli Stati inizialmente recalcitranti - come in effetti è poi avvenuto. All’affermarsi di questa scelta procedurale, si deve sottolineare, concorsero sia la natura del problema da risolvere (evitare la ricostruzione della piena sovranità tedesca), sia l’iniziativa del MFE e dell’Unione dei Federalisti Europei, di cui esso faceva parte e ne costituiva l’avanguardia. In effetti, subito dopo l’entrata in vigore del Consiglio d’Europa i federalisti organizzarono in tutta Europa una grande campagna popolare a favore della stipulazione di un patto federale che istituisse un’autorità politica sopranazionale, democraticamente eletta e munita dei poteri necessari per realizzare una progressiva unificazione economica, condurre una politica estera comune, organizzare la difesa comune. L’entrata in vigore del patto federale fra i paesi ratificanti - e questo era il punto qualificante - non avrebbe richiesto l’unanimità dei paesi-membri del Consiglio d’Europa, ma sarebbe stata sufficiente la ratifica di almeno tre Stati raggiungenti la popolazione complessiva di cento milioni. In sostanza i federalisti proposero l’applicazione all’unificazione europea di uno dei principi fondamentali caratterizzanti la procedura sulla base della quale la Convenzione di Filadelfia del 1787 dette vita nel NordAmerica alla prima costituzione federale della storia, e cioè il superamento del requisito della ratifica unanime. Questa iniziativa dei federalisti rafforzò indubbiamente la determinazione di Schuman e degli altri governi dei Sei a procedere con la strategia del nucleo di avanguardia.

3. A sessant’anni dalla Dichiarazione Schuman sono evidenti i grandi progressi realizzati dall’integrazione comunitaria. Nel quadro di un progressivo avanzamento in direzione democratica e federale (in particolare elezione diretta e ampliamento dei poteri del Parlamento europeo ed estensione del voto a maggioranza) del sistema comunitario si sono raggiunti traguardi integrativi di grande rilevanza. Essi vanno dal mercato unico allo storico passaggio all’unione monetaria, che non sarebbe stato possibile senza la opzione a favore del metodo dell’avanguardia, all’allargamento a quasi tutti i paesi europei, al Trattato di Lisbona, i cui passi avanti, pur non risolutivi, sono legati al coinvolgimento, tramite la Convenzione, dei parlamentari europei e nazionali. Questi sviluppi dimostrano con la forza irrefutabile dei fatti la validità della scelta compiuta nel 1950 di superare la semplice cooperazione intergovernativa e di introdurre nella politica di unificazione europea la prospettiva federale, sia sul piano delle istituzioni che su quello della procedura per crearle. Per avere una visione adeguata del processo, si deve peraltro sottolineare (sviluppando quanto già sopra accennato) che a questi progressi hanno dato un contributo decisivo i movimenti europeisti di orientamento federalista. Non solo essi hanno mantenuto in vita, con una azione costante, sistematica e capillare, l’idea (che senza questa azione sarebbe scomparsa dall’agenda politica) della federazione europea e della partecipazione popolare alla sua costruzione sulla base del metodo costituente democratico. Ma hanno altresì svolto un ruolo essenziale in alcuni snodi cruciali della costruzione europea. In particolare vanno ricordate: la trasformazione del progetto di Comunità Europea di Difesa in un disegno di unione militare, politica ed economica su base federale (la Comunità Politica Europea) , che fallì nel 1954, ma pose le premesse per il successivo rilancio con la Comunità Economica Europea; la campagna per l’elezione diretta del Parlamento europeo e per il rafforzamento dei suoi poteri; l’iniziativa di Spinelli a favore del Trattato di Unione Europea, approvato dal Parlamento Europeo nel 1984, e che ha fortemente contribuito alla genesi dell’Atto Unico Europeo e, più in generale, al processo di riforma dei trattati europei che è giunto per ora al Trattato di Lisbona ; l’impegno a favore della moneta europea, che è stato costante fin dagli anni Sessanta (ricordo al riguardo che nel 1965 i federalisti fecero coniare a Bologna delle monete simboliche con il nome di Euro!). Ciò precisato, è un fatto che il traguardo finale della federazione europea non è stato ancora raggiunto e dobbiamo ora chiederci se è ancora attuale sotto questo aspetto la dichiarazione di Schuman. Questa domanda deve essere posta perché molte sono oggi le voci che contestano la validità della distinzione fra federazione e confederazione, che negano pertanto che il processo di integrazione europea debba o possa sboccare nella creazione di uno Stato federale, che sovente collegano queste affermazioni alla convinzione che, nel contesto della globalizzazione, la forma-Stato sia non solo oggettivamente in crisi ma addirittura destinata ad essere superata da qualcosa che peraltro non sanno definire chiaramente. Il MFE è per contro convinto che il discorso federalista sia pienamente attuale. Questa convinzione si fonda sulle seguenti considerazioni: - Il modello di Stato federale ragionevolmente concepibile come sbocco dell’unificazione europea avrà caratteristiche diverse ed originali rispetto ai sistemi federali finora realizzati, perché si tratta, per la prima volta nella storia, di federare Stati nazionali storicamente consolidati e un continente caratterizzato da un pluralismo (che è una grandissima ricchezza da tutelare e valorizzare) culturale, linguistico, religioso economico-sociale che non ha eguali nel mondo. Pertanto sarà un federalismo fortemente decentrato (e quindi, io credo, più autentico), ma nel quale sarà esclusa, pur avendo ampio spazio le maggioranze qualificate, qualsiasi forma di veto nazionale, dovrà realizzarsi il monopolio federale della forza legittima ed essere applicato pienamente il principio della responsabilità democratica degli organi politici sopranazionali. Queste sono le condizioni imprescindibili per superare alla radice i deficit dell’integrazione europea sul piano dell’efficienza e della democrazia e renderla, quindi, irreversibile.

- L’unica risposta valida allo svuotamento delle sovranità statali conseguente alla crescente interdipendenza internazionale, di cui la globalizzazione rappresenta lo sviluppo più recente, è non l’accettazione rassegnata dal declino della statualità, bensì l’allargamento delle dimensioni dello Stato democratico e il rafforzamento degli strumenti partecipativi democratici, che sono resi possibili dal principio di sussidiarietà proprio di un sistema federale pienamente sviluppato. Poiché la statualità è la base insostituibile del perseguimento dell’interesse generale, e cioè della convivenza pacifica, della tutela dei diritti liberaldemocratici, della solidarietà sociale e della solidarietà con le generazioni future(lo sviluppo sostenibile), il grande disegno che devono perseguire tutti coloro che, in un mondo sempre più interdipendente, si vogliono impegnare per il progresso e per la stessa sopravvivenza dell’umanità è la costruzione graduale ma coerentemente voluta di una statualità democratica e federale mondiale. In questa prospettiva è quanto mai urgente completare la costruzione dello Stato federale europeo, perché solo un’Europa pienamente capace di agire può svolgere un ruolo attivo e determinante in un mondo in bilico fra la costruzione di istituzioni e politiche indispensabili per affrontare un destino comune e un’anarchia catastrofica. D’altronde, come è detto nella dichiarazione di Schuman, la missione dell’Europa unita e pacificata al suo interno sta precisamente nel fornire un contributo fondamentale alla pace del mondo intero, il che, se si vuole essere consequenziari, significa favorire con l’ esempio e con l’azione la formazione di altre federazioni continentali e contribuire nello stesso tempo, come è detto nel Manifesto di Ventotene, all’unificazione federale del mondo intero. L’alternativa a questo sviluppo è il prevalere di una dispersione neofeudale della sovranità e, quindi, di una anarchia generalizzata, che con irresponsabile leggerezza appaiono disposti ad accettare i teorici di un nuovo Medioevo.

- Il processo di integrazione europea, grazie ai suoi progressi, è giunto a un punto in cui il rinvio dello sbocco federale non è più compatibile non solo con l’avanzamento ma con lo stesso mantenimento dell’integrazione europea. Da una parte, l’unificazione monetaria (che è il più grande successo finora raggiunto) ha portato al punto di insostenibilità la contraddizione in cui da sempre si dibatte l’integrazione funzionalistica a causa del rinvio sine die della costruzione della sovranità democratica sovranazionale. Se allo svuotamento della capacità di governare il processo economico con le politiche economiche e sociali nazionali non corrisponde la creazione di un governo democratico europeo in grado di assicurare la coesione economico-sociale e la competitività dell’economia europea nel quadro della globalizzazione, e, più in generale di superare l’abnorme sfasamento fra la dimensione, che è ancora fondamentalmente nazionale, della responsabilità politico-democratica e la dimensione delle decisioni effettive, il sistema democratico finirà per entrare in una crisi fatale. Ne è un allarmante segno premonitore l’avanzata delle tendenze populistiche, eurofobiche, micronazionalistiche e xenofobe. Dall’altra parte, il passaggio ad un’unione pienamente federale in tempi rapidi è imposto dal contesto internazionale che è caratterizzato dal declino irreversibile dell’egemonia americana e dalla formazione di un sistema mondiale pluripolare che è vitale rendere strutturalmente cooperativo. Ciò impone all’Unione Europea di diventare un produttore di sicurezza globale invece di rimanere un semplice consumatore di sicurezza all’ombra dell’ombrello americano. La creazione di istituzioni sopranazionali democratiche ed efficienti è infine indispensabile per affrontare i problemi dell’allargamento(già attuato e da completare) all’Europa centrale, orientale e balcanica e alla Turchia, il quale rappresenta una sfida grandiosa ed è una dimostrazione del successo della costruzione europea, ma è destinato a produrre conseguenze dirompenti se non accompagnato dal parallelo superamento dei limiti dell’integrazione funzionalistica.

Per queste ragioni è non solo pienamente, ma anche urgentemente attuale l’esigenza di realizzare la finalità ultima - la federazione europea - della Dichiarazione Schuman, ma è altresì pienamente attuale la strategia del nucleo di avanguardia da essa indicata. Ciò significa oggi due cose. Da una parte, occorre realizzare i progressi possibili nel quadro del Trattato di Lisbona (in particolare in riferimento al governo economico europeo e al ruolo internazionale dell’Unione Europea) procedendo con chi ci sta e, quindi, utilizzando le cooperazioni rafforzate e quella strutturata nel campo della difesa. Dall’altra parte, occorre l’avvio simultaneo, sulla base dell’iniziativa dei paesi disponibili, di un processo di transizione verso la federazione europea. Il che significa: il trasferimento a livello europeo della sovranità nella politica estera,di sicurezza ed economica (negli aspetti generali) con l’attribuzione di risorse finanziarie e di forze armate sufficienti a consentire una capacità di azione e di governo indipendenti; l’elaborazione di una Costituzione federale, che preveda un sistema di governo articolato su più livelli coordinati e indipendenti, con un esecutivo federale responsabile di fronte al parlamento e un legislativo bicamerale composto da una camera degli Stati e da una dei rappresentanti del popolo; l’elaborazione della Costituzione da parte di una convenzione costituente democratica e la sua approvazione da parte dei cittadini, in un quadro rispettoso sia dell’acquis communautaire sia della volontà di unirsi successivamente a questo progetto da parte degli Stati che lo vorranno.