La politica di vicinato salverà Euromed?

Articolo pubblicato il 28 novembre 2005
Articolo pubblicato il 28 novembre 2005

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Da anni terrorismo e tensioni geopolitiche regionali hanno teso “l’arco della sicurezza” dell’area mediterranea. Saprà la nuova Politica europea di vicinato calmare il Mare Nostrum?

Alla vigilia del decimo anniversario del processo di Barcellona, oggi la questione dell’euromediterranismo sembra caratterizzata dalle ambiguità dell’Ue di fronte alla situazione dei diritti umani nei paesi il cui potere si rifà a quello dei mammamucchi della modernità. Eppure nel 1995, all’indomani della fine della Guerra Fredda, Euromed intendeva formulare una risposta innovativa alle sfide del Sud. Immigrazione, acqua, ascesa dell’Islam fondamentalista, conflitti regionali, il tutto incorniciato in un quadro multilaterale.

L’obiettivo era chiaro: creare una «zona di pace, prosperità e comprensione reciproca tra i popoli».

Dai conflitti alle concessioni

Tanta fatica per niente, dal momento che i conflitti nella Regione non sono cessati. In particolare, il conflitto israelo-palestinese ha continuato ad avvelenare le relazioni dei partner Euromed: all’inizio della seconda intifada nel settembre del 2000, i limiti del dialogo euromediterraneo sono apparsi più evidenti che mai. Le delegazioni siriane e libanesi hanno boicottato, e senza troppi dilemmi interiori, le Conferenze ministeriali di Marsiglia (2000) e di Valencia (2002), in segno di protesta contro l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Come sottolinea Manuela Moschella, docente presso l’Università di Catania, gli unici accordi conclusi in questo periodo sono stati il risultato della leadership statunitense: Sharm el Sheikh e i negoziati di Taba, il Piano Mitchell… D’altra parte lo spinoso conflitto del Sahara occidentale continua a rendere difficile la coesione tra i Paesi del Maghreb, dal momento che le tensioni tra Rabat e Algeri in tal proposito permangono.

Altra questione assai difficile è il terrorismo. L’Ue ha adottato un Codice di condotta sulla lotta al terrorismo che presenterà ai suoi partner mediterranei nel corso del summit in occasione del decimo anniversario di Barcellona. Un codice attraverso il quale l’Ue intende responsabilizzare i Paesi mediterranei sul terrorismo.

Tuttavia la politica mediterranea dell’Ue è regolarmente e puntualmente screditata dai trade off diplomatici sui diritti umani in cambio di concessioni in materia di sicurezza. Perciò è inevitabile chiedersi: paesi come la Francia e la Spagna desiderano veramente vedere l’avvio di una transizione democratica, che sarebbe per loro fonte d’instabilità in termini di sicurezza e di flussi migratori?

Una riforma “sulla carta”

Di fronte a una tale mancanza di efficacia, l’Unione Europea ha intrapreso una riforma della sua strategia. Lanciata nel 2003, la nuova Politica europea di vicinato (Pev) intende gestire le nuove frontiere dell’Unione con un approccio che vuole essere complementare al processo di Barcellona. Parola chiave: ritorno al bilateralismo per meglio coordinare le relazioni con il “vicino straniero”. Il Mediterraneo si ritrova dunque al fianco degli Stati del Caucaso meridionale, così come alla Bielorussia, la Moldavia e l’Ucraina. Un insieme piuttosto variegato, dietro al quale si dissimula la volontà dell’Ue di assicurarsi un “circolo di amici”, evitando però qualsiasi promessa di adesione. Assicurarsi delle buone relazioni con il Mediterraneo passa così in primo luogo per il benchmarking, vale a dire i piani di azione negoziati con ogni paese, che stabiliscono una lista di compiti ben precisi.

In programma: un impegno reciproco in favore dei valori comuni, specialmente nel settore dello Stato di diritto, della buona governance e del rispetto dei diritti umani. La lotta contro il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa figurano ugualmente nell’agenda della nuova Politica di vicinato, che si basa inoltre sui principi dell’economia di mercato e dello sviluppo sostenibile. Belle prospettive, ma a condizione che la Pev non sia solamente un semplice placebo, che contribuisca ad esacerbare la sfiducia dei suoi partner del Sud, i cui prodotti e merci non hanno ancora il diritto di circolare liberamente nello spazio euromediterraneo.

Istruzione e dialogo

La Commissione ha anche lanciato dei nuovi obiettivi per “Barcellona +10”, per esempio nel settore dell’istruzione. Si prevede di aumentare del 50% la quota del budget destinato all’istruzione, utilizzando un approccio di «sicurezza umana», poiché è noto che più di un terzo della popolazione dei Paesi mediterranei ha meno di quindici anni. Un’ulteriore evoluzione riguarda il dialogo con i gruppi religiosi islamici. In passato il processo di Barcellona ha favorito il dialogo con le élite mediterranee autocratiche e una società civile laica. Ora, così come emerso durante il summit nel Lussemburgo del maggio 2005, gli Stati membri hanno ammesso che la diffusione dei valori democratici deve passare necessariamente per il coinvolgimento dei gruppi islamici moderati.

Ma queste belle dichiarazioni politiche devono essere accompagnate dai mezzi finanziari. Per il momento la Pev non dispone che di un budget di quindici milioni di euro per il periodo 2007-2013, vale a dire il 10% del budget Ue destinato alle azioni esterne. Inoltre l’Ue dovrà imparare a lasciare che i Paesi mediterranei partecipino di più alla definizione dell’agenda delle riforme. Un’agenda che per il momento viene decisa più a Bruxelles, che al Cairo, Damasco o Rabat.