«La politica africana dell'Europa è ancora di stampo coloniale»

Articolo pubblicato il 15 agosto 2005
Articolo pubblicato il 15 agosto 2005

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

L’Africa resta sottosviluppata nell'interesse delle antiche potenze coloniali. Riuscirà mai la politica africana dell’Ue a sfuggire al neo-colonialismo? Ecco la risposta di François-Xavier Verschave, esperto di relazioni franco-africane deceduto il 29 giugno scorso.

François-Xavier Verschave ha diretto per dieci anni l'associazione “Survie”, che si impegna per la democrazia ed il rispetto dei diritti umani in Africa. I suoi libri “La Françafrique”, “Noir silence”, ecc., denunciano la politica neo-colonialista della Francia: che impedirebbe lo sviluppo del continente.

café babel: M. Verschave, dalla loro indipendenza, miliardi di euro in aiuti allo sviluppo sono stati trasferiti dai paesi europei e dall'Ue ai paesi dell'Africa. Perché l'Africa soffre ancora così tanto?

François-Xavier Verschave: bisogna distinguere tra le situazioni differenti delle vecchie colonie francesi ed inglesi. L’indipendenza dei paesi francofoni è stata confiscata per la realizzazione di neo-colonie in senso stretto, con governatori dalla pelle nera messi apposta per mantenere saldo uno sfruttamento di tipo coloniale. Un sistema ancora presente in molti casi. La ragione della povertà è molto semplice: esistono dei governi illegittimi che rappresentano degli interessi esterni – un certo numero di quei presidenti è nella busta paga della Elf [compagnia petrolifera francese fusasi con la TotalFina], per esempio. Servono la Elf, e la Francia, non il loro paese. Si fanno curare in Francia, i loro bambini fanno i loro studi in Francia: non si preoccupano affatto della salute e dell'educazione nei loro paesi. Da parte britannica, i meccanismi messi in atto sono differenti, conseguenza di una pratica coloniale diversa: il cosidetto “ruolo indiretto”. Gli inglesi si sono ritirati da quei territori e non hanno messo su dei governi direttamente pilotati da Londra.

Qual è dunque adesso il ruolo dell'Europa, adesso? Il problema dell'Europa è che non s’interessa veramente ai rapporti con l'Africa. Si tende a delegare la dimensione politica, la più importante, alle vecchie potenze coloniali: vale a dire a Francia, Belgio, Gran Bretagna, e Portogallo in parte. Con il loro modo di fare, tipico dello sfruttamento coloniale.

Agli inizi degli anni ‘90, Jacques Chirac affermava che « l'Africa non è matura per la democrazia ». Oggi, uno degli aspetti centrali dell’Accordo di Cotonou è la promozione della democrazia e dei diritti dell'uomo. Il parere della Francia è cambiato?

Il premio Nobel Wole Soyinka ha risposto alla frase di Chirac: «credete forse che l'Africa sia stata mai matura per la dittatura?». Si dimentica sempre che l'Africa ha millenni di tradizioni politiche in cui c’era di tutto, ma non sistemi totalitari. Non era la stessa forma di democrazia che conosciamo, ma tutto ciò è stato spazzato da secoli di oppressione straniera. L'Africa deve riconquistare i fondamenti e i meccanismi della legittimità politica. Evidentemente, non tocca ai vecchi colonizzatori dare lezioni. Da una quindicina di anni, tutti i popoli africani chiedono la possibilità di scegliere i propri dirigenti e di cacciare quelli che non vogliono più. L'Europa è dominata da alcuni grandi potenze che s’interessano all'Africa, in particolare la Francia, che ha realizzato dei sistemi di frode elettorale generalizzata: perfino Mobutu alla fine della sua vita diceva che era pronto a sottoporsi al verdetto delle urne, se fosse stata la Francia a organizzare le elezioni.

Dunque la Francia non ha sempre accettato la democrazia in Africa, in disaccordo rispetto agli impegni presi a Cotonou?

La Francia organizza e sostiene decine di dittature in Africa, ivi comprese le peggiori caricature come in Togo, in Gabon, o nel caso di Mugabe. Quando il popolo malgascio si è sollevato contro le frode elettorali, la Francia ha sostenuto il dittatore Ratsiraka finchè ha potuto. Tuttavia Non bisogna solo disperare: nel 1990 non vi era praticamente alcun governo democraticamente eletto in Africa; oggi è possibile contarne almeno un quarto nei cinquantaquattro Stati. Le cose vanno avanti, dunque. Quel che invece si può dire, è che in ogni caso, in questa evoluzione la Francia ha messo i bastoni tra le ruote, e che, generalmente, gli altri paesi dell’Unione europea si sono inchinati davanti al savoir faire francese.

In che modo l'iniziativa indipendente dell'Unione Africana potrà contribuire all'emancipazione e alla risoluzione dei problemi del continente?

Tutti i grandi leader dell'indipendenza africana erano pan-africanisti. Sapevano che per tirar fuori il proprio continente da questa alienazione, occorre che questo continente sia unito. E che le frontiere ereditate dalla colonizzazione cadano, perché per molti aspetti altro non sono che frontiere impraticabili. Non v’è dubbio, dunque, che per tutta questa gente l'indipendenza e l'emancipazione dovrebbero esser pan-africane. Il movimento pan-africano è stato sabotato, in particolare dalla Francia, e solo oggi sta rinascendo. L’Unione Africana può contribuire a rimettere in circolo certi meccanismi di legittimità politica e di solidarietà africana. La creazione di una sorta di Consiglio di sicurezza, di una Corte africana dei diritti dell'uomo e di altre istituzioni fanno emergere dei meccanismi di regolazione politica. Tutto ciò è assolutamente fondamentale.

Quale politica europea si augura per l'Africa?

Noi abbiamo riposto una buona fetta di speranza nella politica africana dell'Europa. Ritenendo che in una Europa a 25, questa possa esser portata avanti dalla frangia di paesi privi di un passato coloniale – in grado, dunque, di guardare ai rapporti con l'Africa in modo relativamente distaccato rispetto alla continuità dei vecchi interessi coloniali. Si resta tuttavia piuttosto inquieti di fronte a un'impressione che troppo spesso si avverte: che siano cioè i vecchi paesi coloniali a far apprendere agli altri paesi i loro metodi neo-colonialisti, anziché il contrario.

Articolo pubblicato il 26 luglio 2004, nel dossier Africa: le responsabilità dell’Europa.