La partita delicatissima di Kobane 

Articolo pubblicato il 09 ottobre 2014
Articolo pubblicato il 09 ottobre 2014

Doveva essere il germe dell'autonomia curda, nel peggiore dei casi, uno stato cuscinetto che avrebbe reso più gestibile la Siria di Assad e fornito un corridoio d'intervento per le forze alleate nella regione. Hanno preferito sacrificarla ai miliziani dell'ISIS per conservare gli interessi dei vicini. Un'analisi sui fatti di Kobane, città simbolica del Kurdistan siriano a un passo dalla Turchia

Già le bandiere nere dei miliziani spuntano sui tetti delle sue case di Kobane. Lo stato islamico possiede armi pesanti e batterie d'artiglieria con cui martoriare la città, mentre i peshmerga devono accontentarsi degli onnipresenti kalashnikov. Le armi promesse dagli americani non sono arrivate mai e la maggior parte degli aerei colpisce le truppe ISIS intorno a Mosul in Iraq, controllata da un regime più amichevole nei confronti degli alleati. Eppure, una regione resasi autonoma indipendentemente dalla tirannia di Assad, che da sola possiede più del 60% del petrolio siriano, dovrebbe essere difesa con le unghie e con i denti dalle forze di coalizione. O dalla Turchia, il cui confine è ad ottocento metri da Kobane stessa. A giocare contro gli assediati però non è solo la triste eredità dei peshmerga, considerati traditori filo occidentali dalla maggioranza dei vicini musulmani, ma anche gli interessi di chi ha da perdere da un progetto di gestione indipendente dei territori siriani, specialmente se gestiti dai curdi.  

Impedire che la realtà curdo-siriana s'imponga

Nonostante sulla carta fossero alleati, la Turchia e la Siria si sono sempre contesi il ricco mercato del Mediterraneo Orientale. Damasco era lo sbocco delle merci arabe verso occidente, mentre la nuova Turchia s'è imposta come punto di passaggio semi obbligato per il commercio tra i due continenti. La destabilizzazione dell'area siriana ha quindi portato forti vantaggi alla Turchia, che, pure scossa dalle violente contestazioni di Piazza Taksim, è ancora l'unica potenza stabile dell'area. Dopo che la rinascita egiziana sotto la guida dei Fratelli Mussulmani è fallita, il grande problema per Erdogan rimaneva il piccolo vicino, protetto dall'ombrello della fratellanza araba. La destabilizzazione del regime di Assad e la conseguente guerra civile, ha dato la possibilità ad Ankara di giocare la carta NATO, presentandosi come unica realtà capace di mantenere la pace nella regione. Tale posizione potrebbe però venire meno, se il Kurdistan turco, che rappresenta quasi un quarto dell'intero territorio, ispirato dall'esempio dei confratelli della Kojava, volesse recuperare l'antica autonomia. Impedire che la realtà curdo-siriana possa imporsi è una priorità per l'establishment turco.

I piani di Erdogan

Forse è solo una calunnia che qualcuno da Ankara abbia addirittura supportato le azioni delle milizie di Al Nusra, gruppo radicale legato ad Al Qaeda, contro i ribelli curdi. E forse è vero che le è impossibile prevenire le infiltrazioni di militanti dell'IS attraverso una zona così vasta del suo confine. Ma quando Erdogan paragona i guerriglieri del PKK che difendono Kobane ai terroristi islamici, bloccando sul confine quegli stessi curdi che vogliono aiutare i propri confratelli, mentre invoca a gran voce un'azione militare di terra a cui la Turchia farebbe capo, a patto che si destituisca una volta per tutte Basshar Al Assad, qualche sospetto è legittimo. Come è legittimo sospettare che, dietro un paventato intervento di terra a guida turca, ci sia la strategia di occupare, in nome delle nazioni unite, la piccola repubblica indipendente. Ciò permetterebbe ai turchi di destabilizzare definitivamente il potere del clan di Assad (anche se il presidente cadesse, la società tribale di cui fa parte non toglierebbe automaticamente il potere alla sua famiglia), tenere sotto controllo i curdi e porsi come “protettori” delle minoranze cristiane della regione, cresciute in numero grazie alle migliaia di profughi scappati dall'inferno iracheno dal 2003 in poi. Terminare l'esperimento di una repubblica multiculturale e multi religiosa alle proprie porte, colpendo allo stesso tempo il vecchio nemico PKK ed il nuovo avversario siriano, spianerebbero il controllo del Medio Oriente alla Turchia.

Aprire un altro fronte rischia di essere un nuovo pantano 

Gli alti costi e l'effettiva inutilità dei raid aerei in una zona così densamente popolata da civili alleati rischiano di costringere la NATO all'intervento di terra, che gli alleati non vorrebbero, dati gli alti rischi che correrebbero i suoi soldati contro una compagine organizzata come l'ISIS. La mano dura usata da Erdogan contro i manifestanti curdi, soprattutto a così poco tempo dagli scontri di Piazza Taksim, ha creato più di qualche mal di pancia, non solo tra i pacifisti europei, ma anche tra gli analisti militari di Washington. Senza contare che l'Ucraina, al momento scomparsa dai palinsesti televisivi, è ancora un vulnus aperto nella strategia americana. Aprire un ulteriore fronte, dopo Ucraina, Iraq, Iran, Afghanistan e Filippine è una mossa dispendiosa ed azzardata, e senza la sicurezza di un guadagno sul corto periodo, rischia di trasformarsi in un nuovo pantano.