LA PARTIGIANA LENUCCIA, UNA VOCE DEL SUD

Articolo pubblicato il 23 luglio 2014
Articolo pubblicato il 23 luglio 2014

La sto­ria della na­po­le­ta­na Mad­da­le­na Ce­ra­suo­lo, co­no­sciu­ta come Le­nuc­cia, è esem­pio di una Na­po­li che non si ar­ren­de, che tutta “s’è ar­re­vu­ta­ta e ‘stu ne­mi­co l’ha fatto trem­mà”. Dello spi­ri­to guer­rie­ro e te­na­ce, che oggi, in­ve­ce, la stes­sa città non rie­sce più a ri­trovare.

La sto­ria è me­mo­ria, e la me­mo­ria è in­de­le­bi­le e col­let­ti­va. Di­ven­ta il pas­sa­to co­mu­ne dal quale at­tin­ge­re per rin­no­va­re il pro­prio senso di ap­par­te­nen­za alla co­mu­ni­tà e alla terra. Nelle av­ver­si­tà del pre­sen­te e da­van­ti alle in­cer­tez­ze del fu­tu­ro, essa di­ven­ta l’i­spi­ra­zio­ne a cui guar­da­re per rim­boc­car­si le ma­ni­che e an­da­re avan­ti. Per que­sto mo­ti­vo la me­mo­ria è vita e vi­ta­le.

Mad­da­le­na Ce­ra­suo­lo, pas­sa­ta alla sto­ria come Le­nuc­cia è la me­mo­ria di una Na­po­li che non si ar­ren­de. Ab­ban­do­na­ta dal re, fug­gi­to con la coda tra le gambe in­sie­me a Ba­do­glio, con il duce alla mac­chia e gli al­lea­ti alle porte, la Na­po­li par­ti­gia­na non cala la testa di fron­te ai te­de­schi, gli in­va­so­ri che la vo­glio­no ri­dur­re in ce­ne­re. Uo­mi­ni e donne, ma anche bam­bi­ni, come nel caso di Gen­na­ri­no Ca­puoz­zo, im­brac­cia­no i fu­ci­li e le armi di for­tu­na che rie­sco­no a rac­cat­ta­re per spu­ta­re la pro­pria rab­bia in fac­cia al ne­mi­co, in quel­le che sono pas­sa­te alla sto­ria come le Quat­tro Gior­na­te di Napoli, quan­do tutta una città “s’è ar­re­vu­ta­ta e ‘stu ne­mi­co l’ha fatto trem­mà” per pren­de­re in pre­sti­to le pa­ro­le di Eu­ge­nio Ben­na­to. È il 27 set­tem­bre 1943: gli Al­lea­ti ri­sal­go­no lo Sti­va­le da sud, men­tre il co­lon­nel­lo te­de­sco Wal­ter Schöll as­su­me il co­man­do delle forze oc­cu­pan­ti in città, sta­bi­len­do il co­pri­fuo­co e di­chia­ran­do lo stato d’as­se­dio con l’or­di­ne di pas­sa­re per le armi chiun­que si renda re­spon­sa­bi­le di azio­ni osti­li alle trup­pe del Reich. Il prez­zo da pa­ga­re: cento na­po­le­ta­ni per ogni te­de­sco morto. È il mo­men­to di rea­gi­re: dal Vo­me­ro a Piaz­za Carlo III, dal ponte della Sa­ni­tà alla Mad­da­le­na, dalla Vi­ca­ria al quar­tie­re Stel­la, non si ab­bas­sa la testa. Si com­bat­te. E tra loro c’è Le­nuc­cia, una par­ti­gia­na del Sud.

Tor­na­to in scena an­co­ra una volta mer­co­le­dì 16 lu­glio dopo un anno frut­tuo­so, pres­so le Terme Stufe di Ne­ro­ne al­l’in­ter­no della ras­se­gna Tea­tro alla De­ri­va cu­ra­ta da Gio­van­ni Meola, “Le­nuc­cia, una par­ti­gia­na del Sud”, lo spet­ta­co­lo tar­ga­to Vo­di­sca Tea­tro, con Mad­da­le­na Stor­na­iuo­lo e Luigi Cre­den­di­no per la regia di Nello Mal­lar­do, è la ce­le­bra­zio­ne sin­ce­ra di una donna di­ven­ta­ta l’e­sem­pio di una città che, sep­pur ves­sa­ta e schiac­cia­ta dal­l’oc­cu­pa­zio­ne te­de­sca, ebbe l’ar­di­re di ri­bel­lar­si per la pro­pria li­ber­tà, di­ven­tan­do la voce di un po­po­lo fi­glio del Ve­su­vio che, come il suo stes­so padre, sop­por­ta quie­ta­men­te, al­l’ap­pa­ren­za iner­me, per poi esplo­de­re ine­so­ra­bi­le nella sua furia di­strut­ti­va e far tre­ma­re la terra. In quel mo­men­to Na­po­li non era più il sim­bo­lo del re­mo­to e pas­si­vo sud del­l’I­ta­lia, ma di­ven­ne ca­pi­ta­le di un’Eu­ro­pa che fi­nal­men­te si ri­bel­la­va.

Le­nuc­cia non è un re­so­con­to ro­man­za­to degli av­ve­ni­men­ti sto­ri­ci, è bensì la sto­ria più in­ti­ma e na­sco­sta di un animo dolce e ri­bel­le in­sie­me, quel­lo della par­ti­gia­na che ha il volto del­l’at­tri­ce Mad­da­le­na Stor­na­iuo­lo, la quale con­vin­ce non solo per la pre­sen­za sce­ni­ca ma so­prat­tut­to per un’in­ter­pre­ta­zio­ne da cui tra­spa­io­no senza fil­tri le emo­zio­ni, le gioie e le paure di chi si è tro­va­to a vi­ve­re in quei tempi osti­li e per que­sto da ri­cor­da­re. Sem­pre. Con­vin­ce la Le­nuc­cia di Mad­da­le­na Stor­na­iuo­lo, così come con­vin­ce e la­scia il segno l’in­ter­pre­ta­zio­ne di Lugi Cre­den­di­no nei panni di Gen­na­ri­no, fan­ta­sma di una fe­ri­ta an­co­ra aper­ta e allo stes­so tempo reale come la me­da­glia d’oro al valor mi­li­ta­re sul petto del suo omo­ni­mo sto­ri­co.

Le­nuc­cia sco­pre, senza ver­go­gna, il fian­co della parte più pro­fon­da e te­ne­ra di una donna e di un po­po­lo par­ti­gia­no e guer­rie­ro, ma prima di tutto vero. Come i sen­ti­men­ti che prova e la forza d’a­ni­mo nel cre­de­re che il mondo an­da­va cam­bia­to e bi­so­gna­va lot­ta­re per farlo. Uo­mi­ni e donne che sono delle pie­tre, dure e in­fran­gi­bi­li come quel­le che vi­vo­no nella sto­ria e nei ri­cor­di, il cui nome è im­pres­so a fuoco nella no­stra me­mo­ria di na­po­le­ta­ni.