La PAC di fronte al suo destino: globalizzazione e allargamento

Articolo pubblicato il 05 maggio 2003
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Articolo pubblicato il 05 maggio 2003

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La Politica Agricola Comune deve essere riformata. Essa deve soprattutto rispecchiare la visione che le nostre democrazie devono avere dell’avvenire della società globalizzata.

Da circa mezzo secolo la Politica Agricola Comune (PAC) alimenta i dibattiti più accaniti in seno al sistema politico europeo: chiave di volta dell’integrazione europea, essa è destinata a proteggere gli agricoltori dell’Unione dai pericoli della sovrapproduzione che la modernità ha reso possibile, e dalle devastazioni che la globalizzazione e la sua implacabile logica della concorrenza portano ineluttabilmente con sé. Da molti anni, i dibattiti in sede decisionale hanno preso un altro provvedimento, tra opposizioni inconciliabili e disperate incomprensioni . Il quadro è diventato, in effetti, più complesso.

Da 20 anni, la globalizzazione dominata dalla logica neoliberale impone ai paesi in via di sviluppo la liberalizzazione degli scambi commerciali, in pratica la soppressione immediata dei diritti di dogana sulle importazioni. Non solo questo provvedimento è vantaggioso per le imprese occidentali, che il più delle volte sono delle multinazionali agro-alimentari la cui potenza minaccia direttamente gli agricoltori locali, ma esso riflette una fede a prova di bomba, diventata ideologia, nel libero mercato e la sconfitta degli interventi dello Stato. Da venti anni, questo è il credo delle istituzioni internazionali. Esso è percepito come quello dell’Occidente, di cui l’Unione europea è uno dei pilastri. In seno ai rounds del Gatt, poi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio(OMC), questa liberalizzazione costituisce una condizione posta proprio per l’aiuto internazionale alle economie emergenti. Ma i Paesi in via di sviluppo, sebbene impotenti, hanno subito denunciato l’ipocrisia dei Paesi ricchi che vogliono guadagnare dei nuovi mercati mentre i loro restano protetti, spesso addirittura sovvenzionati dallo Stato. E’ il caso degli Stati Uniti, e ugualmente, anche il caso dell’Europa, e la PAC ne è l’esempio più flagrante. Questa denuncia, all’inizio ignorata perché proveniva dai Paesi deboli, deve essere presa in considerazione quando essa interessa il cuore delle società sviluppate dopo il gigantesco movimento delle manifestazioni anti-globalizzazione nate a Seattle nel 1999.

Domandare ai poveri ciò di cui i ricchi sono incapaci.

Per la prima volta, la discussione si svolse a Doha, in Qatar, dove si riunì nel novembre 2001 il nuovo round dell’OMC. Allertate dal nuovo movimento di contestazione, illuminate dai fallimenti internazionali di Russia e di Asia, le istituzioni internazionali, dominate dall’Occidente, accettarono, accanto all’obiettivo di aprire ancora più mercati, quello di correggere alcuni squilibri del passato. Molte testimonianze giudicarono le discussioni più aperte: i Paesi poveri potevano discutere con i Paesi ricchi. Queste non erano altro che concessioni ma, almeno, si ascoltavano; ed essi domandarono, coerenti, la fine delle sovvenzioni statali agli agricoltori occidentali, che scalzavano le loro esportazioni, e dunque anche il loro sviluppo. Il round fu battezzato ugualmente round dello Sviluppo. All’inizio di quello stesso anno 2001, il 26 febbraio, l’Unione europea sembrava voler dare il buon esempio con la sua iniziativa battezzata “ tutto tranne le armi” che stabiliva un accordo tra l’Unione e i 49 Paesi meno sviluppati(PMA), i cui termini erano l’eliminazione dei diritti di dogana e delle restrizioni quantitative per tutte le esportazioni, tranne quella della armi. Quest’accordo, se portava un nuovo vento di rispetto nei confronti dei Paesi poveri poiché sembrava accordare loro un’onesta logica bilaterale, sottintendeva, tuttavia, una contropartita: i PMA assicuravano una prospettiva futura di libero scambio che avrebbe inondato i loro mercati emergenti di servizi europei. Così, si comprende che l’avvenire della Pac e la rappresentazione della globalizzazione che il cittadino si fa di essa sono legate. In realtà, la Pac dipende da essa. Se gli economisti neo-liberali fossero stati coerenti, avrebbero lodato l’interdizione delle sovvenzioni agli agricoltori europei. Ma essi si guardano bene dal farlo perché sono occidentali e sanno che ciò nuocerà alle nostre economie e alla nostra tranquillità sociale. Allora essi domandano ai poveri di fare ciò di cui i ricchi non sono capaci.

PAC e allargamento: apertura necessaria

Il problema dell’allargamento dell’Unione ai Paesi dell’Est europeo diede un’altra dimensione alla complessità del problema. La risposta delle istituzioni europee al problema fu di prevedere l’estensione degli aiuti alle agricolture dei nuovi entranti. Se essa sembra essere un passo verso una maggiore integrazione, essa non risolve le difficoltà che il problema pone: il budget comunitario sarà sempre più gonfiato dalla PAC, fino a raggiungere dei livelli problematici e dei risultati rischiosi e contestati. Allora che cosa bisogna fare? Prima di tutto bisogna parlarne, e ciò è difficile ed impedito. Ci si rende conto che la soluzione al problema della PAC è la conseguenza di una scelta democratica che terrà in considerazione la visione della mondializzazione che i cittadini sperano. Un’Europa che prende decisioni più democratiche ne è la condizione. Ma si ricorderà che il trattato di Nizza ha rifiutato di mettere la Pac nella sfera di concertazione tra Parlamento europeo e Consiglio europeo. La PAC è quindi opera di un consiglio ristretto, non molto trasparente. Bisogna dunque esigere che il dibattito si apra. Ricordiamo che sono tre le strategie più discusse per l’avvenire del programma. La prima è quella della Commissione, battezzata “statu-quo”, che prevede una lenta riduzione degli aiuti a lungo termine. I sindacati vi si sono opposti, logicamente, con violenza, ed essa non risolve molto. La seconda è quella dei numerosi Paesi che si sono riuniti sotto il nome di gruppo di Cairns ( 15 Paesi esportatori netti senza sovvenzioni alle esportazioni, tra cui figurano l’Australia, la Nuova Zelanda e il Canada), battezzato “ecologismo-mondializzato”, una strategia liberale che vuole eliminare le protezioni per allineare i prezzi a quelli mondiali( compresi come “valore reale”), e stabilire degli aiuti individualizzati. La terza, battezzata “contadino e cittadino” è quella della Confederazione Contadina Europea (CCE), di cui fa parte la Confederazione contadina francese, che loda la sovranità alimentare dei Paesi, dunque la protezione dell’importazione, la via più vicina, senza dubbio, agli interessi dei Paesi poveri, ma la sua accettazione, in Europa, non può essere che il frutto di una rivoluzione di pensiero. La tendenza attuale, le cui caratteristiche sono una sorta di burocratizzazione degli agricoltori, un discorso dissimulatore ed opportunista verso i Paesi poveri, una strategia suicida sull’adattamento all’allargamento, deve essere denunciata e ripensata. La necessità della globalizzazione non è altro che la necessità della costruzione di una società mondiale le cui regole sono la solidarietà e la coscienza dei cittadini. Le società dei Paesi poveri e dei Paesi ricchi ne possono discutere. Bisogna smettere di opporvisi.