La nuova cortina di ferro

Articolo pubblicato il 25 giugno 2004
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Articolo pubblicato il 25 giugno 2004

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E' ormai la Polonia la nuova frontiera esterna dell'Ue. Ma cosa succede al di là? Reportage.

“Il muro di Berlino non è ancora caduto”, martella Wojciech Sadurski, editorialista del quotidiano di Varsavia Rzeczpospolita. “E’stato solo spostato più ad est, sulle rive del Bug.” Poco dopo Pasqua 2004, infatti, l’Unione Europea ha incaricato Varsavia di occuparsi in prima persona delle frontiere della sua ricca fortezza.

L’Ucraina tagliata fuori

Sì, perché coi suoi 1.143 chilometri, la Polonia è il paese dai più lunghi confini rispetto a tutti gli altri Stati membri. Circa 1,1 miliardi euro: ecco quanto richiesto a Bruxelles da Varsavia per assicurare i confini dell’Unione. E mettere in piedi l’infrastruttura necessaria fino al 2006. Nel frattempo sono già 200 i milioni di euro stanziati a suo favore.

A Przemyl, città polacca di confine provvista dei maggiori cantieri navali del Paese, molta gente non condivide l’euro-euforia del governo. In molti hanno parenti oltre confine, perché l’Ucraina occidentale aveva parecchi rapporti con la Polonia prima della guerra. Dopo la seconda guerra mondiale la regione è stata sminuzzata in modo arbitrario, ma per secoli da un punto di vista sociale economico, culturale e religioso v’è stata unità di vedute. Dopo il crollo dell’Unione sovietica è stato possibile riabbracciare i propri parenti senza troppe formalità. “Tutta la regione ha approfittato della riapertura dei confini”, dice Tadeusz Sawicki, sindaco di Przemyl.

Ovunque sono sorti mercatini, in cui sono state vendute sigarette e vodka ucraine e acquistati beni di consumo polacchi. La Polonia ha preso in prestito molti lavoratori dall’Ucraina, ferrati nell’edilizia o nell’agricoltura. Ma con l’allargamento e l’inasprimento della sorveglianza lungo i confini, tutto diverrà molto più complicato. Alla fine saranno le “formiche” del mercato, come i piccoli commercianti polacchi di confine, a dover accettare enormi perdite economiche.

Sui commercianti di Kaliningrad incombe la bancarotta

Stesso discorso dicasi per i commercianti della città limitrofa russa di Bagrationowsk, anticamente “Eylau” nell’Impero Prussiano. La maggior parte vive di commercio di frontiera, e ha dovuto spesso rinunciare alle proprie qualifiche professionali, perché il reddito che ne derivava non bastava ai bisogni familiari. L’unico sbocco era così lo smercio di sigarette, benzina e vodka al confine, beni essenzialmente più costosi in Polonia. Contraccambiando con i più convenienti prodotti tessili, con pelli e scarpe turche, che le donne vendevano ai mercati di Kaliningrad. Dove quasi tutta la popolazione vive di assistenza sociale. In cui già avere un giro d’affari giornaliero di tre o quattro dollari è considerato un grande successo. Dal 1° maggio, data d’ingresso della Polonia nell’Ue, per trasportare ancora sigarette, benzina, un litro di alcool, sarà necessario entrare con un visto ufficiale in Polonia. V’era qualcosa come 15.000 pendolari limitrofi fino all’allargamento nella città di Kaliningrad, anticamente “Königsberg”. Una famiglia su venti ha vissuto di commercio transfrontaliero e vede profilarsi innanzi un futuro incerto – perché i posti di lavoro nell’enclave russa scarseggiano.

100 euro e passi il confine

Quanto la nuova cortina di ferro possa sembrare veramente brutta ai successori di quell’Unione Sovietica andata in malora, lo si evidenzia al passaggio di confine a Terespol/Brest, una delle porte principali verso l’Europa ricca. Di qui partono più della metà di tutti i trasporti, su rotaia e su strada, dall’Est verso l’Europa. Gli impiegati statali non sono preparati alle nuove richieste che provengono dall’Unione. Qui quasi nessuno è a conoscenza delle regolamentazioni Ue. Tecnicamente il personale non è neppur in grado di star dietro al numero gigantesco di merci che vi transita.

Già prima dell’allargamento le strutture sono state messe in crisi per giorni a causa del passaggio di mille camion: si calcola che perfino i conducenti di automobili hanno dovuto subire tempi di attesa fino a 24 ore. Chi vuole risalire più rapidamente la carovana deve accordarsi con la mafia locale. Per 100 euro, un conducente può scavalcare parecchi veicoli.

Certo la dogana si è occupata anche di problemi più gravi. Nonostante il pessimo equipaggiamento, gli impiegati statali polacchi hanno fermato l’anno scorso nel versante meridionale della città di Przemyl, circa 500 rifugiati tra cui vietnamiti, tamul ed afgani. “Non è possibile blindare tutto il confine” confessa Janusz Rogacz, direttore dell’Agenzia per la protezione dei confini polacchi, “ed il contrabbando di merce umana resta un ottimo affare”. Nel 2000, coloro che aiutano i clandestini ad entrare hanno incassato fino a 15.000 dollari a persona. Un fenomeno sostenuto dai contadini polacchi, che nascondono gli stranieri a causa degli scarsi introiti del momento. Un business che non andrebbe comunque avanti senza la corruzione. Le guardie di finanza ucraine guadagnano circa 40 dollari al mese e accettano di buon grado un extra di questo tipo.

Ha ragione il giornalista Wojciech Sadurski, allora. Il muro di Berlino non è andato per nulla distrutto. Dinanzi ai nuovi confini orientali dell’UE, dopo l’allargamento, vale pur sempre la legge di chi ha più denaro in tasca. E la nuova cortina di ferro che spacca l’Europa, impone il suo tributo di sangue soprattutto fra la gente comune.