La nostalgia di Marine Le Pen: immigrati, gay ed Europa, adieu

Articolo pubblicato il 15 dicembre 2014
Articolo pubblicato il 15 dicembre 2014

Dato che la relazione tra medico e paziente è sacra, cosa direbbe Marine Le Pen ad uno strizzacervelli tra una ventina d'anni? Satira in una nostalgica conversazione tra Marine e il suo terapista.

19 dicembre 2034. Ore 10. Negli ultimi 20 anni, ogni martedì ho incontrato Marine Le Pen, l'ex leader del Front National francese. Oggi, durante la nostra conversazione, siamo tornati a parlare del 2014, un anno caratterizzato dai burrascosi alti e bassi che hanno lasciato un'impronta indelebile nella psiche di Marine.

Dottore: Marine, come si sente oggi?

Marine: Non riesco a smettere di pensare al 2014, alla notte in cui annunciarono che il Front National aveva conquistato la Francia nelle elezioni europee, battendo François Hollande e il suo branco di socialisti. Ricevetti la notizia in un piccolo bistro a Parigi, dove stavo gustando gli antipasti dei nostri poveri vicini messicani. A dirla tutta, non che fossi convinta dei loro inutili tentativi di produrre qualcosa di commestibile. Niente può eguagliare la nostra cucina Francese.

Dottore: Come si è sentita?

Marine: È stato persino meglio della mia orgia poliamorosa al Pentagono.

Dottore: Col Presidente Obama?

Marine: No, lui non poteva. Era occupato con le negoziazioni TTIP insieme a Jean Claude Juncker e Russell Brand, che però non sono andate a buon fine perché Juncker non era soddisfatto della performance del signor Obama. Ho sentito voci secondo cui anche Mutti, la madre della nazione miracolosa, era lì. E mon dieu, il signor Tusk, con le sue incomprensibili meditazioni in quel suo linguaggio contadino attraverso il canale, sans un mot de français. Avremmo dovuto proteggere la Francia da questa barbarie.

Dottore: Qual era il problema secondo lei?

Marine: C'erano tanti problemi. Per esempio gli immigrati. Ogni specie di immigrato regolare: Europei, non Europei. Anche profughi. In ogni caso, avevo una soluzione così brillante per questi vermi. Avremmo dovuto deportare i Messicani a Bruxelles, che era stata la prima a volerli far entrare in massa, e poi quei fastidiosi profughi di guerra in Bulgaria, dove si sarebbero integrati più facilmente. Poi avremmo potuto costruire un muro, come in India, per proteggere le nostre frontiere dai visitatori indesiderati.

Gli irregolari sans papiers erano i peggiori, soprattutto a Parigi, dove non potevano essere rintracciati. Sarebbero dovuti ritornare a Casablanca o a Tunisi, così noi avremmo potuto ricostruire la vera Francia dei vecchi tempi, quando il nostro gran paese spiccava su tutti gli altri. Avremmo potuto proteggere la purezza della nostra cultura, dei nostri valori e i nostri bambini dalle co-cospirazioni musulmane ed ebree.

Dottore: Sento che ha molta energia negativa. Se avesse avuto una bacchetta magica, cosa avrebbe cambiato, in positivo, nella sua vita?

Marine: In realtà mi sentivo piuttosto ottimista riguardo al problema dell'immigrazione, visto che avevamo una soluzione semplice: chiudere le frontiere. Il problema vero era la fine dei valori tradizionali. Una volta ridefinito il concetto di famiglia e legalizzata la transessualità, la Francia era già spacciata. Avremmo dovuto aderire più saldamente ai nostri principi, riscattando le qualità dei Lituani e degli Slovacchi, invece di inchinarci alle mode imposte dalla Generazione Y.

Dottore: La Generazione Y è un tema ricorrente nelle nostre discussioni. Come si sentiva allora a questo proposito?

Marine: La loro imprevedibilità li ha fatti diventare un ostacolo politico. In quanto generazione di schizofrenici, erano sparsi per tutto lo spettro politico, dall'estrema sinistra nella Grecia impoverita a quegli strani gruppi separatisti dell'Italia meridionale. Di sicuro la nostra fazione giovanile era forte, come i nostri gloriosi camerati di Danimarca, Austria, Germania e Belgio, che avevano riconosciuto l'importanza di avere una forte identità nazionale e di proteggere la loro sovranità dalle miserabili zanne dell'Europa. Viktor Orbán e i suoi seguaci in Ungheria erano nostri buoni amici, ammiravo il suo coraggio politico nel dare voce alle sue brame di totalitarismo, molto simili alle mie.

Sfortunatamente Nigel Farage, dopo le nostre impressionanti vittorie, rifiutò di unirsi alle nostre forze. Non l'abbiamo mai vista allo stesso modo. Non ero molto amis con i Lituani e il loro cosiddetto "populismo multiculturale".

Dottore: Magari cerchiamo di dirigere la nostra conversazione verso sentimenti positivi. Cosa l'avrebbe fatta sentire più felice?

Marine: In una parola: l'amore. C'è stato un uomo speciale nella mia vita, ma ci potevamo amare solo a distanza. Sembrava così esotico, ma allo stesso tempo così familiare. È stato il mio più grande sostenitore e ci siamo appoggiati a vicenda in molti modi, ma i nostri piani sono andati in fumo all'ultimo momento. L'Europa continuava a ficcare il suo enorme naso nella nostra relazione, continuando a rapire i suoi figli, soprattutto il più piccolo, che lui chiamava orgogliosamente "Piccola Russia".

Dottore: Cosa le dice la parola Europa?

Marine: Mi viene la pelle d'oca ogni volta che guardo la copertina del mio passaporto "europeo". Continuo a rimpiangere l'antico stemma perduto della Francia, e la belle époque, quando l'Europa non controllava le nostre vite come un parassita invadente. Mi mancano i nostri franchi, sostituiti da questi schifosi euro per cui siamo precipitati in un'economia stagnante. Avremmo potuto distruggere questo mostro, prima che tornasse Nicolas Sarkozy.

Dottore: Abbiamo avuto una seduta difficile oggi. Come pensa di restaurare la sua felicità?

Marine: Mi sento già molto meglio grazie alla mia quotidiana meditazione Headspace. Penso che questo pomeriggio farò dei biscotti di natale a forma di Vlady, nella speranza che il mio cuore spezzato smetta di somigliare ad un collage di Eugenia Loli.

Questo articolo fa parte del nostro speciale di fine anno sulla nostalgia. La realtà spesso ci delude. Qual è la nostra storia? Che cosa ci manca oggi, che ricordi abbiamo? E infine, in che misura la nostra memoria è contaminata dalle esperienze altrui e come possiamo essere sicuri che tutti i nostri ricordi ci appartengono veramente?