La migrazione che racconta l’Italia

Articolo pubblicato il 18 luglio 2012
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Articolo pubblicato il 18 luglio 2012

ARTICOLO DI DANIELA VITOLO

Anche gli scrit­to­ri emi­gra­no e quan­do lo fanno spes­so scel­go­no di espri­mer­si nella lin­gua del paese in cui hanno de­ci­so di vi­ve­re. Rac­con­ta­no la mi­gra­zio­ne e le dif­fi­col­tà a dia­lo­ga­re con la so­cie­tà in cui si sta­bi­li­sco­no, di­ven­tan­do im­por­tan­ti tra­mi­ti tra cul­tu­re di­ver­se.

Tuttavia è sbagliato rinchiuderli in categorie preconfezionate, dal momento che a volte la loro condizione è solo il moto d’ispirazione iniziale per la trattazione di una vasta gamma di tematiche. È corretto, dunque, definirli scrittori migranti?

La letteratura italiana prodotta da scrittori migranti è giovanissima. Sebbene sia prematuro provare a stilare una cronologia di questi autori, è possibile individuare nell’assassinio di Jerry Masslo l’impulso decisivo che diede il via ad una serie di iniziative letterarie, tra cui un libro di racconti scritto da immigrati su iniziativa dell’allora direttore del quotidiano Il Mattino.

Secondo quali parametri, ammesso che ne esistano, si stabilisce la nazionalità di uno scrittore? Il paese in cui  è nato, quello in cui ha scelto di vivere, la lingua che utilizza, quali tra questi elementi  permettono di inserire un autore in una storia della letteratura piuttosto che in un’altra? Premessa l’appartenenza ideale di ciascuno scrittore alla comunità mondiale delle lettere, simili domande si pongono inevitabilmente a chi si confronta con una realtà letteraria che è legata al processo migratorio.

In Italia il dibattito è in corso da anni. Sulle pagine dei giornali, agli incontri e nei convegni, studiosi, critici, giornalisti e autori spesso direttamente coinvolti in prima persona, espongono le proprie idee in merito, discutono e confrontano opinioni sulla cosiddetta letteratura della migrazione. Quella letteratura, insomma, prodotta in lingua italiana da scrittori originari di altri paesi.

“Non può esistere una letteratura della migrazione” dice seccamente Judicael Ouango, scrittore di origini burkinabé giunto a Napoli tredici anni fa. “Si fa della lingua una bandiera e di conseguenza se ne difendono le frontiere. Il semplice fatto di esprimersi in italiano fa di qualunque scrittore uno scrittore italiano. ‘Letteratura’, semplicemente, va bene. Non esistono colori dietro una penna, solo trascorsi e momenti”.

 Sono in molti a pensarla come lui, ad opporsi ad una definizione che rischia di ghettizzare l’ispirazione, relegandola alle tematiche specifiche della migrazione senza riconoscere in loro la varietà dei temi affrontati. “Sono un autore che scrive i suoi romanzi in italiano”. Dice Bijan Zarmandili. “E pretendo di essere accettato, rifiutato, criticato o elogiato in quanto tale”. Una simile categorizzazione inoltre potrebbe anche avere un conseguente effetto sociale. Separare gli scrittori stranieri dai madrelingua  non è certo un segnale di apertura.

Nato a Teheran nel 1941, è dal 1960 che Bijan Zarmandili vive e scrive in Italia. Autore di diversi libri, lavora come giornalista  esperto di politica mediorientale per il gruppo Espresso-Repubblica e per la rivista di geopolitica Limes.

Non tutti però sono di questa opinione, anche tra i diretti interessati. Chi non è contrario alla definizione di ‘letteratura della migrazione’ fa notare come la Weltanschauung di un migrante sia modellata sulla base delle sue esperienze di vita, della sua sensibilità, delle sue idee e della sua cultura, e da questo dipende il suo punto di vista sull’argomento che tratta, qualunque esso sia. Tra le tante opinioni in proposito, c’è chi sottolinea inoltre che gli scrittori immigrati non vincono mai concorsi letterari importanti, ma la questione, forse, andrebbe vista da un altro punto di vista. Sono le piccole case editrici che decidono di pubblicare le opere di scrittori stranieri che difficilmente riescono ad ottenere un riconoscimento di pubblico a livello nazionale. Qualcuno poi accusa gli editori di preferire scrittori migranti già famosi all’estero alle nuove promesse di casa.  Una tendenza che però sta cambiando, come dimostra il successo di Igiaba Scego, scrittrice italiana di origini somale, vincitrice del Premio Mondello nel 2011 con il libro “La mia casa è dove sono”, pubblicato da Rizzoli nel 2010.

Igiaba Scego è nata a Roma nel 1974 da genitori somali. Dopo aver pubblicato numerosi libri, ha ottenuto l’importante riconoscimento nel 2011. Collabora con diversi giornali tra cui la Repubblica,  Il Manifesto, L’Unità e Internazionale.

 Gli ‘scrittori d’altrove’ sono un fenomeno piuttosto recente nel contesto letterario italiano. In Germania c’erano già negli anni ’70, erano per lo più di origine turca e italiana e in un primo periodo la loro produzione venne etichettata con la definizione ‘letteratura dei lavoratori stranieri’. In Francia e in Inghilterra invece il riconoscimento degli scrittori stranieri si è ormai consolidato da tempo, favorito anche da un'eredità linguistica dovuta alla colonizzazione, producendo autori di rilievo internazionale del calibro di Hanif KureishiTahar Ben Jelloun e Salman Rushdie. La stessa Italia, per molto tempo terra di emigranti, ha dato alla letteratura di altri paesi noti scrittori. John Fante, Joe Pagano, Carmine Abate, Pietro di Donato, Helen Barolini hanno origini italiane.

Aldilà di qualsiasi opinione o punto di vista personale, c’è una cosa su cui però, in maniera più o meno esplicita, tutti gli interventi sul tema sono d’accordo. La cultura migrante tradotta in lettere ha portato una  ventata di freschezza. Nuove tematiche, nuove sensibilità, nuove idee hanno fatto il loro ingresso nel panorama letterario italiano, dando vita a stili diversi che nel corso degli anni si sono mescolati, acquisendo un’autonomia propria scaturita dall’incontro della lingua di Dante con le lingue di altri paesi. Una scrittura ibrida, innovativa, specchio di una società che cambia, si evolve, si arricchisce e comincia a riconoscersi nelle parole dei nuovi scrittori italiani.