La mia lettera a Jean-Claude Juncker

Articolo pubblicato il 30 novembre 2016
Articolo pubblicato il 30 novembre 2016

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Nel momento in cui svolto all'angolo in sella alla mia bici e mi ritrovo davanti al lussuoso Salons Hoche nel cuore di Parigi, mi rendo subito conto che non potrò far parte del tuo mondo. Che peccato! Avrei potuto rivolgere le mie domande sull'Europa a te, che sei il Presidente della Commissione Europea. 

Caro Jean-Claude,

I portieri del lussuoso edificio nell'ottavo arrondissement, dove terrai il tuo discorso sul futuro dell'Europa, mi squadrano in maniera scettica mentre cerco di liberarmi dell'impermeabile e del casco, passando accanto a una decorazione floreale altissima sistemata nella halle. Alla fine, l'addetta al guardaroba prendere la mia giacca con la punta delle dita abbozzando un sorriso piuttosto forzato. In qualità di giornalista di cafébabel sono stata invitata a partecipare alla conferenza.  

Entro nella sala alta e dorata, dove vengo abbagliata non solo dalla luce del lampadario di cristallo, ma anche dalle luminose teste calve dei signori seduti sulle sedie in fila.  Gli organizzatori dell'evento, la Fondazione Robert-Schuman e la società Financier de la Cité sembrano aver inviato troppo tardi gli inviti a giovani ragazze europee.

Con coraggio oso un passo dopo l'altro, quando uno degli specchi più imponenti riflette la mia immagine. In mezzo ai completi gessati blu e marroni, io mi sento un'inadeguata esplosione di colore. Mi siedo in un posto libero direttamente tra due signori di mezza età nella terza fila. Già dopo qualche secondo mi pento della mia decisione, quando il mio "Buongiorno" si strozza in un colpo di tosse per aver inalato due bottigliette di dopobarba. Mi informo se il mio vicino di posto è anche lui un giornalista. "No, banchiere. Ma siamo tutti ugualmente essere umani", risponde. Adesso sono io quello che deve fare un sorriso forzato. 

Cerco di concentrarmi, alla fine sono venuto per sentire da te cosa ne sarà del nostro continente che tende verso destra. "La Commissione dell'ultima possibilità", hai definito la tua squadra durante un'intervista, e il continente come "Un'Europa della policrisi".  Se tu, Presidente del Comitato d'emergenza di questo carosello politico, ti prendi anche un giorno di tempo per viaggiare da Bruxelles a Parigi, dev'essere perché vuoi davvero ascoltare e rispondere ai nostri problemi. 

Purtroppo, nel corso delle ore successive, il mio scetticismo iniziale trova conferma. Inizia già dal momento in cui capisco che non vuoi rispondere alle domande che ti vengono poste direttamente, ma solo a quelle che ti sono state proposte prima del discorso. Terrorismo, eurozona, Brexit, crisi migratoria. Su ogni singolo tema ci sono domande specifiche che tu, come spesso fai, commenti in maniera competente e con lungimiranza politica.  

Ma capisci, vero, che condividi le tue idee sul "nuovo umanismo politico" e sulla "protezione dei valori sociali" con persone che dopo il discorso si lamentano dell' "incoerenza della regolamentazione europea sugli investimenti" bevendo e mangiando champagne e tartine di salmone? 

In quanto giornalista per dei giovani lettori europei ascolto attentamente le tue parole quando dici che bisogna combattere il dumping salariale e sostenere le start-up. Più di 100 miliardi di euro sono stati già investiti nell'economia con l'aiuto del Piano Juncker. E tu sottolinei che "il piano funziona". Perchè io e i miei amici, dopo cinque anni di studi universitari, dovremmo sempre stare a sperare che, se non un lavoro, almeno il nostro tirocinio venga pagato?  

L'Europa si nasconde nella crisi, è vero. La Commissione Europea ha avanzato molte buone proposte di miglioramento. Vero anche questo. Fino a che punto gli stati membri decidono di accettare o meno il tuo coordinamento sovranazionale, non sta a te deciderlo. Ciò che hai, tuttavia, è la libertà di decidere a chi tu, Presidente della Commissione, devi delle spiegazioni su questa "policrisi" .

La mia domanda a te è: Come ti immagini la nostra Europa da qui a cinque anni? E tu, come noi, hai degli incubi ogni tanto?

Tessa