La messa al bando del FN: quando la democrazia si nasconde il volto.

Articolo pubblicato il 16 novembre 2002
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Articolo pubblicato il 16 novembre 2002

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E se il dibattito sulla messa al bando del FN non facesse altro che occultare una crisi ben più profonda, quella di un società che manca di coraggio politico?

In maniera regolare risuona l'interrogazione. La messa la bando del Fronte Nazionale (FN) si è posta, benintesi, successivamente al passaggio del candidato del Fronte Nazionale Jean-Marie Le Pen al secondo turno delle presidenziali francesi il 21 aprile 2002 scorso. Eppure da dieci anni, ad ogni elezione, i risultati del FN aumentano, gli intellettuali annunciano per un po’ la loro inquietudine, eppoi si riaddormentano. Lo dice il numero di manifestanti anti-Le Pen di aprile che la vittoria del FN era impossibile. Il dibattito sul FN è prigioniero di questa doppio alternativa, e di questa oscillazione tra il panico e gli oblii: è agevole provare che in realtà, il partito di Le Pen, con tutte le sue contraddizioni, abbia armi spuntate per vincere un'elezione. Eppure non si può non confessare che il malessere che si cela dietro il successo del FN, sopravviverebbe probabilmente alla scomparsa del partito. Il vero dibattito dovrebbe vertere quindi non sul fatto se si debba o meno metter al bando il FN, ma sul contesto che l'ha fatto nascere.

Contraddizioni intrinseche

Creato nel 1972 da Jean-Marie Le Pen sulle rovine di vari movimenti di estrema destra, il Fronte Nazionale riunisce tanto gli anziani Waffen-SS, neo-nazisti, tanto i sostenitori della “Action Française” realista, i nostalgici di Vichy, i Poujadisti, i membri dell'OAS, di Ordine Nuovo, anarchico-sindacalisti… Questo ripostiglio ideologico si ritrova anche al livello di militanza: i membri della buona borghesia accanto ai disoccupati o agli operai delusi dalla sinistra… Eccola l'eterogeneità di un movimento che prende in prestito numerosi elementi del fascismo, come l'antisemitismo, l'autorità dello stato sull'individuo, l'etnocentrismo, il razzismo, il nazionalismo, l'identificazione collettiva con un grande destino nazionale, le limitazioni delle libertà individuali e collettive, il criterio gerarchico. Nel suo reclutamento come nei suoi proclami, il FN si pone chiaramente come il partito degli scontenti: delusi dai partiti politici tradizionali, dalla "corruzione", nemici della democrazia, si ritrovano per denunciare la democrazia rappresentativa come un regime decadente. Il paradosso è che proprio la democrazia permette a Le Pen di esprimere liberamente le sue idee anti-democratiche. Allora, lasciare Le Pen screditare la democrazia, non equivale a metterla in pericolo? Mettere al bando il FN, non signifca però portare la democrazia a rinnegare le libertà di espressione e di opinione e rimettere se stessa in discussione?

Il serpente di mare della messa al bando: l'albero che nasconde la foresta

Il dibattito sulla messa al bando del FN è un falso dibattito per parecchie ragioni. Anzitutto, il FN trae l'essenziale dalla sua unità dal carisma populista di Le Pen: che comincia ad invecchiare, ed è facile scommettere che il partito si sfalderà dopo la sua partenza. Inoltre i voti al FN son serviti poi, soprattutto nelle ultime elezioni, da sanzione verso gli altri partiti. Questo voto di protesta trova in sé i suoi propri limiti: numerosi sono gli elettori FN che non desiderano affatto vedere Le Pen presidente. Del resto, la Francia ha fatto già fronte durante la sua storia alle contestazioni dello stesso tipo, addirittura più violente di quelle del FN, senza che ci fosse stato bisogno di una messa al bando. Il FN preso a sè stante non è dunque una minaccia tale da giustificare una misura tanto radicale. Ma discorrere senza sosta sull'opportunità di vietare o meno il FN permette precisamente di eludere il contesto che fa del FN un pericolo.

Il FN si è sviluppato in un ambiente economico, sociale e politico degradato. Il suo successo è molto chiaramente legato allo sviluppo della disoccupazione. A ciò si aggiungono i problemi delle periferie, circondate da un'ipocrisia che tradisce l'irresponsabilità: si riporta il fenomeno a una problematica puramente urbana, mentre ciò che è in gioco è l'integrazione delle diversità in una Repubblica che si è costruita su un ideale di unità nazionale. Il FN ha approfittato della crisi di fiducia di cui è vittima una classe politica screditata dagli "affaires", e che non ha saputo risolvere i problemi dell’impiego o della sicurezza.

La molle coabitazione e il paravento comunitario

Bisogna richiamare anche i problemi istituzionali e quelli legati all'integrazione comunitaria. La Costituzione francese è fatta in modo che, in caso di coabitazione, il Presidente ed il Primo Ministro si ostacolino l’un l'altro nella conduzione della politica per la quale sono stati rispettivamente eletti.. In combinazione con i ridotti margini di manovra di bilancio legati al Patto di Stabilità, ne vien fuori una politica economica e sociale del giusto mezzo, né di destra né di sinistra, tale da scontentare entrambi i campi. A ciò si aggiunge un’informazione nettamente insufficiente circa le conseguenze quotidiane dell'Unione europea. Ed ecco che si riaffaccia il medesimo tabù delle periferie: si preferisce non parlarne, per paura di accorgersi che l'elettore non sia tanto progressista ed aperto di spirito come ci si aspetterebbe. Aggiungiamo che le nebbie che avvolgono l'Europa, risultano molto utili per giustificare decisioni di cui i politici non vogliono assumersi le responsabilità.

Ecco perché la messa al bando o la tolleranza del FN appare a molti come un falso problema. Che però presenta un vantaggio: evitare un dibattito sui problemi che irritano realmente e che costituiscono la base del commercio del populismo frontista. Con clamorosi spaventi ad ogni presidenziale che si affretta a dimenticare. In una democrazia francese che tutto sommato sembra esser minacciata molto meno dal FN che dalla propria mancanza di coraggio politico.