La lunga marcia verso l’Ue

Articolo pubblicato il 25 novembre 2005
Articolo pubblicato il 25 novembre 2005

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Sono passati dieci anni da quando la Bosnia Erzegovina, dilaniata dalla guerra, ha firmato il Dayton Peace agreement. Adesso l’Unione Europea ha dato il nullaosta per un dialogo che potrebbe portare ad una partnership.

«I bosniaci sono come il mostro di Frankenstein, sono stati riuniti con la forza»: così si esprime da un paio di mesi Senka Kurtovic, caporedattore del quotidiano bosniaco Oslobodjenje, in un’intervista al quotidiano tedesco Die Welt. L’amara diagnosi di Kurtovic si basa sulla realtà politica: dalla fine delle guerre bosniache nel 1995 i Balcani sono composti dalla Repubblica Serba e dalla Federazione bosniaco-croata. Entrambe hanno un governo e tutte le restanti istituzioni sono separate.

Una polizia multietnica

Un giorno l’Ue potrebbe consentire l’entrata di questo mostro. Lentamente procede l’avvicinamento della Bosnia Erzegovina verso l’Ue, anche se l’ingresso è ancor lontano. Così il Commissario europeo per l’allargamento Olli Rehn aveva reso noto lo scorso settembre – quando l’assemblea nazionale della Repubblica Serba espresse parere negativo di fronte ad un pacchetto di importanti riforme – che, a causa del rifiuto congiunto dei parlamenti di Bosnia Erzegovina alla riforma della polizia, la porta dell’euro-paradiso rimaneva chiusa. La posizione del premier Adnan Terzic è cambiata in seguito ad un incontro avuto a Bruxells, giacchè, al 18 ottobre, la da tanto attesa riforma della polizia non era ancora stata portata a termine. Questa unisce le unità di polizia della Repubblica Serba e della Federazione bosniaco-croata, finora divise, in una polizia multietnica. Così questa terra soddisfa una delle più importanti condizioni per far partire i negoziati di stabilizzazione e asssociazione, attraverso i quali i paesi dei Balcani occidentali potranno lentamente avanzare verso l’Ue. I negoziati dovrebbero cominciare «alla prima opportunità», dopo il semaforo verde accordato dai Ministri degli Esteri europei, lo scorso 21 novembre.

2014: She wants Ue

L’ idea che la Bosnia Erzegovina possa fare ingresso nell’Ue non è nuova. La prospettiva di ingresso nell’Ue fu posta la prima volta nel summit di Feira nel giugno 2000. Il summit sui Balcani tenuto nel porto greco di Karras nel 2003 ha trasmesso alla Bosnia Erzegovina il chiaro segnale di una membership europea, visti i «felici progressi» registrati in questo summit. Quest’anno è già stata formulata una data d’ingresso realistica, che Richard von Weizaecker, membro nel 2004 della Commissione internazionale sui Balcani, ha ipotizzato possibile nel 2014. Nonostante ciò ci sono ancora molti ostacoli che la Bosnia Erzegovina deve rimuovere dalla sua strada verso l’Ue: il Paese deve risolvere discutibili questioni costituzionali e deve combattere corruzione e malgoverno.

A dire il vero si registrano progressi in quattordici dei sedici punti stilati dalla Commissione Europea in quanto alle riforme dell’Ue. Il Commissario Europeo per l’allargamento sottolinea infatti la persistenza di due grossi problemi: la nuova legge sulla trasparenza delle trasmissioni radiotelevisive e il concreto compimento della riforma della polizia. A questo va aggiunto il lento consumarsi dei conflitti territoriali tra i diversi gruppi etnici: croati, serbi e musulmani nazionalisti. Questa è la ragione principale per cui il processo di riforma risulta sempre bloccato. Perciò l’inizio delle trattative di associazione potrebbero spingere ai margini il nazionalismo.

La bellezza si due miliardi di euro all’anno

Non è ancora chiaro in che modo l’Ue sorveglierà il futuro processo di riforma. Weizsaecker e la Commissione internazionale sui Balcani esigono un distaccamento del protettorato internazionale per mezzo dell’Ue. I cittadini di Bosnia Erzegovina non potrebbero essere amministrati ancora a lungo dal protettorato dell’Onu. Paddy Ashdown, l’Alto Rappresentante per la Bosnia Erzegovina va perfino un passo oltre. Ashdown crede che «è venuto il tempo in cui, passo dopo passo, si può concedere l’autorizzazione politica ala costruzione di un’istituzione autonoma». In ciò ha un interesse finanziario anche l’Ue, in quanto la pacificazione della regione costa all’Ue, secondo una stima di François Heisbourg , esperto francese sulla sicurezza, la bellezza di due miliardi di euro ogni anno.