La Libia nel caos: ribellione e ritorno al passato

Articolo pubblicato il 01 agosto 2014
Articolo pubblicato il 01 agosto 2014

Combattimenti armati e popolazione divisa. I tre governi che si sono susseguiti dal 2011 non hanno saputo unificare la Libia e l'idea di restaurare una monarchia costituzionale riaffiora nei dibattiti pubblici.

Le milizie armate libanesi, che a poco a poco stanno prendendo il controllo del paese a dispetto delle autorità di competenza, sono passate all'azione il 13 e 14 luglio prendendo di mira l'aereoporto di Tripoli con dozzine di missili. Da allora, quest'ultimo è messo sotto fuoco quasi tutti i giorni dalle milizie e i combattimenti si propagano in tutto il paese.

i limiti degli aiuti internazionali

Mentre la maggior parte dei paesi occidentali invita i propri cittadini espatriati e diplomatici a lasciare il paese il più in fretta possibile, il governo libico si rivolge agli aiuti internazionali. "Le Nazioni Unite hanno votato una risoluzione nel 2011 per sostenere i libici contro il regime, quindi la prima cosa da fare è andare dall'ONU perché ci aiuti a ristabilire l'ordine", ha dichiarato qualche giorno fa il portavoce del governo libico, Ahmed Lamine.

Per ora l'ONU si è limitato a ritirare le sue truppe per sicurezza. Una brutta notizia per il governo libico che potrebbe però rivelarsi positiva. Se le Nazioni Unite e la comunità internazionale decidessero di intervenire, le autorità libiche avrebbero la presenza costante di un organo di polizia, di un esercito e di solide istituzioni che possano garantire l'ordine all'interno del paese. L'intervento dell'ONU potrebbe portare a questi risultati, ma solo a breve termine. La situazione attuale è già la conseguenza degli aiuti occidentali del 2011 per rovesciare Gheddafi, un colpo di stato di cui gli effetti a lungo termine sono ben lontani dall'essere la realizzazione delle speranze dei libici. La mancanza di un ulteriore supporto in ambito internazionale ha infine soffocato lo spirito democratico nato tre anni fa nel paese e la situazione in Libia non è mai stata critica come adesso.

Una democrazia occidentale afona

Dalla fine del regime di Gheddafi la situazione peggiora di giorno in giorno. Le principali città del paese sfuggono al controllo delle autorità e le ribellioni si moltiplicano, soprattutto a Bengasi e Derna. La popolazione, che conta circa 150 tribù diverse, si organizza a poco a poco in aree diverse, divise a loro volta in quartieri controllati dalle milizie armate. Solo su una cosa sembrano tutti d'accordo: sul fatto che il governo di Abdallah al- Theni, primo ministro libico del governo provvisorio, ha fallito nel tentativo di costruire uno stato solido e legittimo.

Lo scorso giugno le elezioni hanno mobilitato soltanto 630mila elettori, ovvero il 42% degli iscritti. Questi ultimi erano solo 1,5 milioni, contro 2,8 milioni per l'elezione del Congresso Generale (CNG). Un chiaro rifiuto da parte del popolo di partecipare a questa democrazia instaurata dall'Occidente, la cui l'Assemblea Costituente non ha nemmeno potuto essere interamente eletta. Dallo scorso febbraio, data di questa elezione, 13 seggi non hanno ancora potuto essere assegnati. Il dubbio della legittimità di un'autorità che è stata scelta da una parte così esigua della popolazione si pone ai quattro angoli del paese, ma anche del pianeta, mentre le voci della dissidenza si fanno sentire.

L’alternativa della monarchia costituzionale

"Il ritorno alla monarchia (costituzionale) è ormai l'unica soluzione per garantire la restaurazione della sicurezza e della stabilità (...) Sono già stati presi accordi e siamo in contatto con dei dignitari e dei capi di tribù in Libia". Lo scorso 25 marzo, alla 25esima conferenza della Lega degli Stati Arabi, il ministro libico degli Esteri, Mohamed Abdelaziz, ha presentato la proposta della restaurazione della monarchia costituzionale per riunire il paese. Un'idea apparentemente bizzarra, ma che in realtà non è del tutto priva di senso.

Rispettata in tutto il paese, la famiglia al-Senussi è la sola ad aver saputo unire il suo popolo, in particolare attraverso l'installazione di zaouïas (centri spirituali e sociali) nelle 3 principali regioni libiche: la Cirenaica, la Tripolitana e Fezzan. Tre regioni oggi dilaniate. L'influenza della famiglia si estende anche oltre le frontiere libiche, dall'Egitto al Ciad passando per il Sudan e l'Arabia Saudita. Poco dopo la proclamazione della Repubblica araba libica di Gheddafi, quest'ultimo ha messo la famiglia sotto sorveglianza fino al 1984, anno in cui fece bruciare la loro dimora, costringendo gli al- Senussi a  scappare nel Regno Unito. Un esilio che oggi conferisce loro delle relazioni diplomatiche con l'Occidente non trascurabili.

La famiglia al-Senussi è simbolo dell'unità nazionale libica, ma una restaurazione della monarchia costituzionale non sarebbe percepita come un passo indietro? Non dimentichiamoci che proprio sotto il regno di Idris I (membro della famiglia al-Senussi) è stata scritta la Costituzione nel 1951, considerata ancora oggi uno dei testi legislativi migliori. Redatta dalle tre province libiche sulla base di una decisione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha trasformato la Libia in uno stato federale libero e soprattutto unito. Tornare indietro nel tempo potrebbe portare a qualcosa di positivo, chissà? Secondo il giornalista Saleha al- Mesmari, di Maghareia, "se [la famiglia al-Senussi] ci può riportare la pace e la sicurezza, perché no?". "Riportare la sicurezza" in una Libia dilaniata da anni di terrore e di instabilità è il punto culminante di questo dibattito che non troverà subito una risposta. Una cosa è certa in ogni caso: i libici oggi vogliono un'autorità che sappia unirli, e in questo il governo attuale ha fallito.