La lentezza delle arti

Articolo pubblicato il 15 gennaio 2017
Articolo pubblicato il 15 gennaio 2017

Siamo postmoderni: tutto deve essere rapido e indolore, non sappiamo riempire  gli spazi vuoti che gli artisti lasciano volutamente per noi, non resistiamo al bianco e nero, al silenzio, alla mancanza di effetti speciali

Prima apprezzavo Mishima e Kurosawa, ora preferisco Ozu e Kawabata. Non c’è dubbio, sono invecchiato.

Questi artisti hanno tuttavia una visione condivisa della produzione artistica: onesta, riflessiva, a volte cruda, volutamente malinconica. Richiede uno sforzo del soggetto che ne fruisce, uno slancio emotivo se non necessariamente culturale. Non può essere cristallizzata in un tripudio di luci, colori, sorrisi. No happy ending

Il cinema e l’arte contemporanea propongono sentimenti edulcorati, emozioni immediate. L’americanizzazione della cultura europea pesa come un macigno. La visione mercatistica della realtà ha ucciso i grandi movimenti cinematografici nazionali, ha piegato la realtà artistica alle necessità del capitalismo. Ormai anche la street art, nata come fenomeno di contestazione sociale, si vende e si compra senza il minimo scrupolo morale.

Dove sono la Nouvelle Vague e il Neorealismo? E le grandi opere figurative del ‘900?

La mia generazione è incapace di apprezzare la semplicità. Non sa più godere di un film che racconta una storia qualunque, una vita ordinaria. Non apprezza un romanzo lento ma denso di significato, non si ferma ad ammirare un quadro.

Non riusciamo a riempire i vuoti che gli artisti lasciano volutamente per noi: per darci spazio, per renderci co-autori. Non resistiamo al bianco e nero, al silenzio, alla lingua originale, alla mancanza di effetti speciali.

Sappiamo che la vita è un luna park, non vorremmo essere delusi dalle arti che hanno il compito di rappresentarla.

Siamo postmoderni: tutto deve essere rapido e indolore. Di un capolavoro di Dostoievskji basta leggere qualche pagina per coglierne il significato, di un Morandi basta ricordare che sono "quattro bottiglie in croce”.

Come se un frammento potesse dare pienezza di significato a tutta un’opera.

Come se Balzac avesse scritto le Illusions perdues un pomeriggio in un locale affollato.

La lentezza del cinema, dell'arte e della letteratura è svanita sotto il ricatto della contemporaneità. Il tempo interiore ha ceduto all'estetizzazione del mondo, alla spettacolarizzazione forzosa del reale dove tutto appare più di quel che è.

L'opera risponde all'esigenza immediata del nostro narcisismo scavalcando la possibilità di approfondimento personale. Complessità e riflessione sono concetti novecenteschi, oggi di quel secolo rimangono i 15 minuti di popolarità predetti da Andy Warhol.

Ma proprio noi italiani siamo caduti nel tranello di quella patetica borghesizzazione delle arti dove tutto è cool, fashion, international.

Proprio noi, eredi di Nino Rota e Luchino Visconti, figli di Sciascia e di Pavese, non sappiamo gustare l’originalità del quotidiano.

Allora gli Stati Uniti hanno davvero vinto la guerra.

Quella culturale e definitiva di cui parlava Gramsci.