La legge è uguale per (quasi) tutti, storie di omicidi in divisa: Rasman e Aldrovandi

Articolo pubblicato il 17 febbraio 2015
Articolo pubblicato il 17 febbraio 2015

Siamo giunti alla seconda parte del racconto di Cafebabel a proposito delle morti misteriose avvenute tra sangue, calci e manganelli, quando non piedi di porco... Siamo ancora in Italia e dopo Cucchi ed Eliantonio oggi parliamo di Rasman e Aldrovandi. Ma, soprattutto, vogliamo raccontarvi come sono andate a finire le loro storie.

Parte III, continua.

Se le storie che vi abbiamo raccontato l'altra volta a proposito di Cucchi e di Eliantonio (leggi qui) vi hanno inquietato, sappiate che ce ne sono molte altre che purtroppo vi provocheranno lo stesso effetto. Spesso queste storie cadono anche nel silenzio e vengono dimenticate o, peggio, tenute nell'ombra. Non sempre, infatti, riescono a catalizzare l'attenzione e lo sdegno dell'opinione pubblica.

Il caso di Riccardo Rasman

A volte gli appelli provenienti dall'opinione pubblica sono stati ascoltati, ma la risposta ha avuto forse il sapore della beffa. E' il caso di Riccardo Rasman, 34enne triestino che soffriva di una sindrome schizofrenica paranoide, che lasera del 27 ottobre 2006 si trovava nel suo appartamento e stava ascoltando musica ad alto volume, facendo scoppiare anche un paio di petardi ed inducendo i vicini ad avvertire la Polizia. Le volanti che sopraggiunsero, di fronte al rifiuto di Riccardo di aprire la porta, fecero intervenire i Vigili del Fuoco riuscendo così ad introdursi nell'appartamento: i poliziotti ammanettarono subito Riccardo e, per immobilizzarlo completamente, gli legarono le caviglie con un filo di ferro. Ma come se non bastasse ciò, i poliziotti continuarono a tenerlo in posizione prona, nonostante Riccardo avesse iniziato a respirare affannosamente. Il ragazzo divenne cianotico e subì un arresto respiratorio che lo portò alla morte, causata dagli agenti che esercitarono “sul tronco, sia salendogli insieme o alternativamente sulla schiena, sia premendo con le ginocchia, un’eccessiva pressione che ne riduceva gravemente le capacità respiratorie”. All'arrivo dei soccorsi ormai non c'era più niente da fare e furono trovate macchie di sangue sul muro ed i chiari segni di violenza sul corpo di Rasman furono correlati all'utilizzo di oggetti contundenti, tra i quali uno sembra esserestato il piede di porco utilizzato dai Vigili del Fuoco per sfondare la porta dell'abitazione. 

La sorella Giuliana dichiarò che il corpo di Riccardo “era martoriato di botte sul viso, gli avevano rotto lo zigomo. Poi c'era il segno dell'imbavagliamento, sangue dalle orecchie, dal naso, dalla bocca, si vede proprio molto bene [...]. Noi siamo entrati in quell'appartamento soltanto in marzo, era un disastro: c'era sangue dappertutto e una chiazza di sangue verso la cucina. Poi dalle fotografie mi sono resa conto che l'hanno spostato con la testa verso l'entrata così da nascondere la chiazza di sangue che c'era lì. C'era una frattura, i capelli erano tutti pieni di sangue, c'era una frattura anche dietro il collo. C'era sangue sul tavolo, sui muri, sulle lenzuola, dietro il letto per terra, c'erano chiazze di sangue sul tappeto sotto il quale abbiamo trovato persino dei pezzi di carne nascosti”.

Le indagini

Ne seguirono le indagini, che inizialmente sembrarono procedere spedite verso l'archiviazione, che portarono invece al processo Francesca Gatti, Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe De Biasi, ossia i quattro poliziotti che fecero irruzione nell'appartamento di Rasman. Incredibilmente arriva la condanna per omicidio colposo, da cui si salva solo la prima agente: l'iter giudiziario dura ben tre anni, iniziando nel 2008 e terminando alla fine del 2011, con la sentenza di Cassazione che recita che la morte di Riccardo fosse “pacificamente evitabile qualora gli agenti avessero interrotto l'attività di violenta contenzione a terra del Rasman, consentendogli di respirare”. Ed a questo punto uno potrebbe pensare che almeno per una volta si sia arrivati ad una giusta conclusione, ma sarebbe un errore.

La sentenza

Sei mesi di carcere fu la pena inflitta ai tre agenti, con un risarcimento ai familiari pari a 20.000 euro. Questo è quanto sembrerebbe valere la vita di un uomo se a troncarla è la mano dello Stato. O meglio, la mano della Polizia di Stato.

Il caso di Federico Aldrovandi

Mamma ho sempre pensato che non devo temere se per strada ti ferma un poliziotto o un carabiniere”, cantano i Modena City Ramblers nella canzone La luna di Ferrara dedicata a Federico Aldrovandi.Eppure sono tanti i ragazzi che sono entrati in un carcere per reati futili e che ne sono usciti su un letto di un obitorio pieni di ecchimosi senza che però nessuno fosse dichiarato colpevole, proprio come se quegli ematomi fossero spuntati da soli. Federico Aldrovandi, un diciottenne di Ferrara, la sera del 25 settembre 2005 stava tornando a casa dopo una serata con degli amici in cui aveva moderatamente assunto alcool e sostanze stupefacenti ma senza per questo mostrare segni di squilibrio né tantomeno aggressività. Due agenti di una volante, a cui poi se ne aggiungeranno altri due su richiesta dei primi, lo fermano e ne segue una violenta colluttazione in cui si spezzano addirittura due manganelli. I poliziotti ammanettano il ragazzo e lo fanno stendere in posizione prona a terra, premendogli il torace contro l'asfalto utilizzando le ginocchia. Federico cessa di respirare e gli agenti richiedono l'intervento di un'ambulanza, che però arriva sul posto e non può far altro che constatarne il decesso per “arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale”.

La denigrazione della vittima

Anche in questo caso, come in tanti altri, la versione che si cerca di diffondere è quella della morte causatainnanzitutto per l'abuso di droghe, che avrebbe determinato una violenza ed un'aggressività immotivata di Federico nei confronti degli agenti. La perizia del medico legale richiesta dai familiari, però, rileva che le quantità di eroina ritrovata nel suo corpo fosse trascurabile ed assolutamente non sufficiente a determinare tali effetti (anche perchè gli oppiacei provocano sedazione e torpore) ed accerta che la morte sia da imputare solamente alle percosse ed ai traumi subiti da Aldrovandi per mano degli agenti. Le indagini preliminari avvennero però in maniera del tutto superficiale e con il chiaro obiettivo, accertato in seguito dalla Procura di Ferrara, di far archiviare il caso senza giungere all'accertamento delle responsabilità degli agenti.

Le dichiarazioni del Senatore Carlo Giovanardi intervenuto alla Zanzara (Radio 24, marzo 2013)

La sentenza e la pena su un foglio di carta

La testimonianza di Annie Marie Tsagueu, che abitava nei pressi del luogo dove è avvenuto l'omicidio, e le registrazioni delle comunicazioni tra le pattuglie e la centrale porta la Procura ad incriminare per omicidio colposo gli agenti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri: i tre gradi di giudizio condannano i quattro poliziotti a 3 anni e 6 mesi di reclusione per “eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi”. Di nuovo, come nel caso di Rasman, la beffa è in arrivo. Sorvolando sul termine “legittimo” riferito all'uso di armi su un ragazzo di diciotto anni da parte di quattro poliziotti, i mesi di carcere passarono da 42 a soli 6 grazie all'indulto promulgato nel 2006. Addirittura Monica Segatto è rimasta in cella per un solo mese, scontando i restandi cinque agli arresti domiciliari grazie al decreto Severino (conosciuto come “svuota-carceri”). Scontata la misera pena, poi, tutti i poliziotti tranne Paolo Forlani sono stati reintegrati in servizio, destinati a compiti amministrativi.

Questo è l'epilogo di una vicenda di morte per mano della Polizia e ciò che è paradossale è che questo è uno dei casi finiti nel modo migliore, ossia in cui almeno sono state accertate le responsabilità a livello giudiziario. Ma questo è l'epilogo di una vicenda di morte per mano della Polizia in Italia, Paese specializzato nel mostrarsi forte con i deboli ma debole con i forti, soprattutto se i forti in questione sono parti integranti del suo stesso apparato. 

La prossima settimana Cafèbabel vi racconterà alcune storie simili avvenute fuori dai confini italiani.