La legge è uguale per (quasi) tutti, storie di omicidi in divisa. Il caso di Michael Brown

Articolo pubblicato il 29 giugno 2015
Articolo pubblicato il 29 giugno 2015

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Siamo alla fine, questa è l'ultima puntata della nostra rubrica che è durata quasi 4 mesi per scoprire storie di delitti camuffati da incidenti, commessi da persone che grazie alla divisa che indossavano quasi mai hanno dovuto pagarne le conseguenze. Oggi è il caso di Michael Brown.

Puntata XVI, continua...

Poco tempo dopo la morte di Garner un altro caso simile sconvolse l'opinione pubblica americana e mondiale, quello vide come vittima Michael Brown, un 18enne anche lui afro-americano ucciso a Ferguson, nel Missouri. Il 9 agosto 2014 in un minimarket della città avvenne un furto di una scatola di sigari da quasi 50$ e, una volta intervenuta sul posto la polizia il proprietario ed un cliente affermarono che i due autori erano due ragazzi di colore che la polizia, stando a quanto dichiarato in seguito, identificò in Michael Brown e Dorian Johnson, rispettivamente 18 e 22 anni. Immediatamente la polizia localizzò i due ragazzi in una strada, disarmati e confusi quando l'agente Darren Wilson, affiancandosi con l'auto della polizia, intimò loro di fermarsi sul marciapiede. Ne seguì un alterco poiché i due ragazzi si rifiutavano di rispettare l'ordine dell'agente e dall'interno dell'auto partì un colpo di pistola che fece fuggire i due ragazzi. Wilson scese dall'auto e, rincorrendoli per alcuni metri, lasciò partire un numero non precisato di proiettili, sufficienti però per colpire a morte Michael che cadde a terra ad una decina di metri dall'auto della polizia. Il tutto accadde in pochissimi secondi, non più di tre minuti.

Circostanze sospette e contraddizioni

Questa ricostruzione presenta molti aspetti poco chiari, tanto per cominciare il tempo che sarebbe intercorso tra il furto, avvenuto alle 11.51, e l'incontro tra l'agente Wilson ed i due ragazzi, alle 12.01. Possibile che in soli 10 minuti due ventenni abbiano potuto commettere un furto e poi mettersi a passeggiare per strada ed essere immediatamente raggiunti dalle autorità di sicurezza? Le stesse versioni fornite dalla polizia risultano molto contrastanti tra loro, in quanto un loro rapporto rilasciato ai giornalisti descrisse Brown come sospettato della rapina al minimarket. Eppure il capo della polizia di Ferguson, Tom Jackson, in una conferenza stampa del 15 agosto, in cui fu rivelato il nome del poliziotto responsabile del decesso di Michael, affermò che l'agente Wilson non fosse a conoscenza del furto quando trovò Brown e Johnson. In seguito, però, lo stesso Jackson affermò che Wilson avesse fermato i due ragazzi perchè stavano camminando in mezzo alla strada ostacolando il traffico e che solo quando l'agente notò dei sigari in mano a Michael dedusse che potesse essere coinvolto nella rapina, di cui però non era a conoscenza stando alle precedenti dichiarazioni. In realtà, infatti, l'agente Wilson era stato impegnato fino alle 12 in un altro servizio che nulla aveva a che fare con il furto dei sigari al minimarket e fu solo per caso che si imbattè nei due ragazzi, Michael e Dorian.

Ricostruzioni di parte

Secondo una successiva versione della polizia, però, l'agente li avrebbe incontrati durante un pattugliamento di routine e che uno di loro avrebbe spinto il poliziotto nella sua auto di servizio e lì lo avrebbero aggredito fisicamente finchè non partì un colpo di pistola, a causa del quale i due ragazzi abbandonarono l'auto in fuga prima che Wilson potesse sparare a Brown uccidendolo. La testimonianza di Dorian però, assai più credibile mettendo insieme anche altri elementi di prova, afferma che l'agente intimò ai ragazzi di levarsi dalla strada e che, avendo loro ignorato tali istruzioni, egli scese di macchina e prese Michael per il collo per farlo salire in auto. Vista la resistenza del ragazzo, che dimenandosi riuscì a liberarsi, il poliziotto estrasse la propria pistola ed iniziò ad inseguirlo per poi fare fuoco.

Proteste e attivismo, ma stesso epilogo

Nei giorni successivi scoppiarono grandi disordini a Ferguson, dove la popolazione afro-americana raggiunge un numero considerevole, memori di quanto successo nemmeno un mese prima a New York con l'uccisione di Eric Garner. L'autopsia privata richiesta dai familiari concluse che Brown fu raggiunto da sei colpi di pistola, quattro dei quali centrarono il braccio destro, uno l'occhio destro ed uno la parte superiore del cranio, escludendo tuttavia la possibilità di colpi sparati a distanza ravvicinata. “Se tu derubi qualcuno ti dovrebbero dire “A terra!” o qualcosa del genere, non “Sali sul marciapiede!”, ha affermato lo zio di Michael, Bernard Ewing. “Un furto non giustifica una sparatoria contro di lui quando ha già le mani in alto”, ha aggiunto, “o almeno non sparargli alla faccia”. Molti, quindi, i lati oscuri di questa vicenda, che però si è chiusa come era facilmente immaginabile con lo stesso esito dell'analogo caso newyorkese: il 24 novembre, quando ormai Michael Brown era morto da oltre tre mesi, un Gran Giurì del Missouri ha sentenziato che l'agente Darren Wilson non dovesse essere incriminato per la morte del 18enne. Il poliziotto, dopo il verdetto, si è dimesso dal Dipartimento di Polizia di Ferguson, dal momento che fino ad allora era stato solo sospeso.

Nel giro di un mese, dunque, negli Stati Uniti due ragazzi di colore sono morti per mano di agenti di polizia, senza però che nessun responsabile sia stato assicurato alla giustizia. Come sempre i responsabili riescono a farla franca, a tornare alla loro vita di tutti i giorni, alle loro famiglie e, spesso, anche al loro lavoro. Anzichè sfruttare queste occasioni per migliorare il rapporto di fiducia dei cittadini nei suoi confronti, oltre che per perseguire la giustizia appunto, la polizia sceglie di coprire la verità e di negare l'evidenza pur di non ammettere la presenza di “mele marce” al proprio interno. E allora vanno in scena proteste, manifestazioni di sdegno ed anche scontri tra cittadini esasperati da una lista infinita di morti e poliziotti, anziché mostrare anche loro il proprio disappunto per questi episodi prendendo le distanze con serie misure punitive.