La legge è uguale per (quasi) tutti, storie di omicidi in divisa: il caso di Mark Duggan

Articolo pubblicato il 03 aprile 2015
Articolo pubblicato il 03 aprile 2015

Ed eccoci ancora in Inghilterra, per proseguire il nostro dossier riguardanti le morti di persone finite nelle mani della “giustizia”, da cui però non sono uscite vive. Il nostro appuntamento settimanale riguarda oggi le vicende di Mark Duggan, un 29enne di colore ucciso a Londra quattro anni fa. Il motivo? Sempre lo stesso: niente. L'autore? Sempre lo stesso: un poliziotto.

Parte IX, continua...

Un altra oscura vicenda avvenuta Oltremanica è quella che riguarda Mark Duggan, un 29enne di colore residente nel quartiere di Tottenham a Londra. Il ragazzo aveva avuto alcuni precedenti penali nel corso degli anni precedenti e per questo nel 2011 si trovava ad essere controllato dalla polizia temendo che il ragazzo potesse rendersi protagonista di nuove azioni criminali, dal momento che Mark sembrava appartenere ad una banda di quartiere. In particolare gli agenti temevano che stesse meditadando di venidicare la morte del cugino, avvenuto pochi settimane prima davanti ad una discoteca.

I fatti

La sera del 4 agosto Duggan si trovava su un taxi per le strade del suo quartiere quando un'auto della polizia fece fermare il suo veicolo per bloccarlo. Immediatamente Mark aprì la portiera e si precipitò fuori dall'auto dandosi alla fuga. “Gli uomini scesero velocemente portandosi la pistola alle mani”, raccontò poi il tassista parlando degli agenti che avevano effettuato il blocco, “poi ho sentito il suono della portiera della mia auto aprirsi. Ho visto Mark scendere e correre via. Allo stesso tempo ho sentito sparare da davanti. Ho visto gli spari colpire Mark Duggan. Egli è caduto a terra”. Così il ragazzo morì, colpito da due proiettili: il primo al braccio ed il secondo, fatale, al petto.

La ricostruzione

La versione ufficiale fornita dalla polizia per giustificare l'operato dei propri agenti racconta che Duggan fosse riuscito ad ottenere una pistola giusto quindici minuti prima della sua morte e che fosse stato fermato proprio per questo motivo. Davanti alla sua fuga, gli agenti avrebbero intimato al ragazzo di fermarsi ma questo ignorò tali avvertimenti e, temendo che potesse sparare verso di loro essendo armato ed avendo già lasciato partire qualche colpo, uno di loro lasciò partire due spari per legittima difesa. Uno di questi, dopo aver trapassato il braccio di Duggan, finì col colpire anche uno degli agenti, ferendolo ma in modo lieve. In realtà, però, sul corpo di Mark non fu ritrovata alcuna pistola, arma che fu ritrovata ad una ventina di metri di distanza da dove venne colpito, aldilà di una recinzione. Avvolta in un calzino, così che fosse impossibile sapere se effettivamente fosse stata impugnata dal ragazzo. Sì, perchè fin da subito questa possibilità è stata messa in discussione, sia perchè risulta difficile immaginare che Duggan, dopo essere stato colpito, possa aver lanciato così lontano la propria pistola sia perchè secondo alcuni testimoni un agente avrebbe prelevato un oggetto dal taxi per gettarlo proprio dall'altra parte della recinzione. Per questo e per altri aspetti poco chiari, fin da subito i familiari, che sono stati avvertiti dell'accaduto solo un giorno e mezzo dopo, hanno dubitato della ricostruzione della polizia, smentendo anche il coinvolgimento di Mark in episodi di spaccio e di partecipazione ad alcuna banda criminale. Chiedono subito l'apertura di un'inchiesta dalla quale si viene a sapere con certezza che Mark non avesse sparato e che il colpo che aveva ferito l'agente era sicuramente proveniente dall'arma che aveva provocato la morte del ragazzo.

L'inchiesta

Inizialmente, però, fu dichiarato che Mark era stato colpito nell'ambito di uno scontro a fuoco tra lui e gli agenti, versione appunto smentita dalle prime analisi scientifiche sull'arma impugnata (stando a quanto riferito dai legali dell'uccisore, identificato con il codice V53) dal ragazzo. Tuttavia le indagini proseguirono a rilento ed i rapporti della polizia tardarono ad arrivare a causa di un tentativo di insabbiare il caso. Già ad inizio settembre venne comunicato che V53 sarebbe stato rimosso dal suo ruolo di agente con il porto d'armi, tuttavia viene protetto in tutti i modi possibili fornendo anche ricostruzioni dei fatti contraddittorie o che non reggono alla verifica. Simon Poole, ossia un patologo che aveva effettuato un primo esame post-mortem sul corpo di Duggan, ad esempio, dichiarò che le ferite riscontrate evidenziavano l'incoerenza del racconto fornito dall'agente V53. “L'agente sparò dalla sua sinistra ed il proiettile che colpì il signor Duggan avrebbe dovuto andare da sinistra a destra, invece andò da destra a sinistra”, dichiarò il medico. Tuttavia per il primo anno il processo verte più sulla provenienza illegale dell'arma attribuita al ragazzo che sulla sua morte e viene consentito ai testimoni della polizia di rilasciare testimonianze scritte così da poterle mantenere riservate. Su pressioni della famiglia Duggan si invoca una maggiore trasparenza e l'apertura di una inchiesta ufficiale troppo a lungo rimandata e che ebbe inizio solamente un anno dopo i fatti, ossia a settembre 2013. Il tassista ribadì la propria versione, asserendo che Mark fosse stato colpito alla schiena mentre era in fuga e che non aveva notato alcuna pistola in mano al ragazzo. Altri testimoni confermarono di aver visto un agente portare un oggetto dalla macchina sino al luogo del ritrovamento dell'arma.

Il giudizio

Tutto sembrava mettere in dubbio la posizione dell'agente V53, avendo raccolto vari indizi contro di lui, tuttavia come tante altre volte la giusta fine è rimasta un miraggio. In data 8 gennaio 2014 il verdetto del giudice Cutler sentenziò come “uccisione legale” l'omicidio di Duggan, spiegando che fosse credibile presupporre che Mark impugnasse una pistola nel momento in cui si è dato alla fuga e che se ne liberò prima di essere colpito a morte. L'azione, pertanto, fu considerata tra quelle catalogabili come legittima difesa e permise, quindi, a V53 di non essere condannato. Ancora una volta, chi uccide indossando la divisa sembra avere un più di una protezione e di godere di una sorta di impunità incondizionata.