La jeunesse dorée di Casablanca

Articolo pubblicato il 20 maggio 2014
Articolo pubblicato il 20 maggio 2014

Casablanca è probabilmente una delle poche città al mondo a poter raffigurare su una stessa cartolina una discoteca di lusso accanto ad una baraccopoli. Dietro il divario, un cliché: quello di una "jeunesse dorée" che porta in sé i germi della frattura sociale dell’intero paese. Reportage nel bling-bling, tra sofferenza esistenziale e mathusalem di vodka.

Come in una dis­sol­ven­za in nero, la luce si af­fie­vo­li­sce man mano che ci si av­vi­ci­na al bar. Sui loro tac­chi alti, cul­la­te dalle so­no­ri­tà loun­ge, al­cu­ne ra­gaz­ze don­do­la­no leg­ger­men­te la testa, aspi­ran­do una si­ga­ret­ta. In lon­ta­nan­za, ai ta­vo­li ri­ser­va­ti a chi ci va giù pe­san­te­men­te, due ra­gaz­ze ri­do­no, un bic­chie­re di Cha­blis fra le mani, men­tre or­di­na­no un piat­to che non toc­che­ran­no. Tut­t’in­tor­no, ra­gaz­zi in giac­ca e cra­vat­ta e ra­gaz­ze in abito da sera sfi­la­no sul pa­vi­men­to in marmo ita­lia­no per rag­giun­ge­re la sala in cui il dj sta per ini­zia­re il suo deep-hou­se set. 

Il fi­glio del primo mi­ni­stro in Trains­pot­ting

Se­ra­ta «jeu­deep» a Ca­sa­blanca. Con vista sul mare, lo Sky­bar ac­co­glie i sui clien­ti di sem­pre. Gio­va­ni ere­di­tie­ri, figli di papà, espa­tria­ti for­tu­na­ti e mo­del­le. Que­sta jeu­nes­se dorée ma­roc­chi­na, Simo Sajid la co­no­sce bene. È lui che ogni gio­ve­dì sera fa di­ver­ti­re l'al­ta so­cie­tà della ca­pi­ta­le eco­no­mi­ca del Ma­roc­co nel lo­ca­le più alla moda della «Nayda», la mo­vi­da ma­roc­chi­na. Con la sua col­la­na e i brac­cia­li in legno, que­sto dj di 39 anni sem­bra un vero e pro­prio guru. Simo, alias «See­jay» è tra i più in del del set­to­re. Al di fuori dello Sky­bar, è il dj del 25, altra meta im­pre­scin­di­bi­le per que­sta jeu­nes­se vi­zia­ta. Ma, se Simo è così ben in­se­ri­to nel gotha, è per­ché lui stes­so ne fa parte: «Sajid» è anche il pa­tro­ni­mi­co di Mo­ham­med, il sin­da­co di Ca­sa­blan­ca, di cui è ni­po­te. Suo padre, in­ve­ce, ge­sti­sce un' im­pre­sa fa­mi­lia­re ope­ran­te nel set­to­re tes­si­le e im­mo­bi­lia­re. « Ero de­sti­na­to a di­ven­ta­re un capo. Lo sono stato per 10 anni. E sono pas­sa­to da dg a dj », pre­ci­sa lui, lan­cian­do un’oc­chia­ta at­tra­ver­so i suoi oc­chia­li da sole. 

Al vo­lan­te della sua Audi A6, Simo ri­flet­te a lungo prima di de­fi­ni­re la jeu­nes­se dorée di Ca­sa­blan­ca. «A di­sa­gio», dice, una si­ga­ret­ta alla bocca. Lungo il fi­ne­stri­no scor­ro­no i viali del quar­tie­re d’Anfa che, con le sue palme e ville di lusso, ri­cor­da Be­ver­ley Hills. «Alla jeu­nes­se dorée non piace che si parli di sé», ac­cen­na dopo una curva. «La gente fa fa­ti­ca ad ac­cet­tar­si». È ri­sa­pu­to, i gio­va­ni bor­ghe­si di ten­den­za si de­fi­ni­sco­no in­nan­zi­tut­to per quan­to spen­do­no. Mac­chi­ne di gros­sa ci­lin­dra­ta, ma­thu­sa­lem di vodka, escort… Il cli­ché non asa­ge­ra. «Ri­cor­di quel­la frase in Train­spot­ting? («Sce­glie­te la vita; sce­glie­te un la­vo­ro; sce­glie­te una car­rie­ra; sce­glie­te la fa­mi­glia…», ndlr) Ecco, è di que­sto che si trat­ta»

Ci è vo­lu­to "Ma­rock"un film sui figli dei ric­chi di Ca­sa­blan­ca, rea­liz­za­to nel 2005 da Laïla Mar­rak­chi, per far sì che l’in­te­ro paese si ac­cor­ges­se del­l’en­ti­tà degli ec­ces­si. Droga, sesso, corse in auto… Sulla scia del lun­go­me­trag­gio, la po­le­mi­ca si fa ac­ce­sa. Du­ran­te l’ot­ta­va edi­zio­ne del Fe­sti­val na­zio­na­le del Film Tan­geri, un gior­na­li­sta sbot­ta in piena con­fe­ren­za stam­pa, ac­cu­san­do la ci­nea­sta d'a­ver messo sotto l’oc­chio del ci­clo­ne la vita di que­sti gio­va­ni ric­chi sfon­da­ti quan­do in­ve­ce fuori ci sono 6,3 mi­lio­ni di per­sone po­ve­re che sof­frono. L’a­ned­do­to è stato rac­con­ta­to da Sonia Ter­rab, gior­na­li­sta e au­tri­ce di un in­te­res­san­te libro, Sha­ma­blan­ca. Raf­fi­gu­ran­do la vita di Shama, una donna di 30 anni cre­sciu­ta tra gli agi di una fa­mi­glia di Me­k­nès, la scrit­tri­ce si è at­trat­ta anche le ire del suo en­tou­ra­ge. Per­ché? «Per­ché ho detto la ve­ri­tà». Si trat­ta, in altre pa­ro­le, di una gio­ven­tù che ha paura della pro­pria ombra e che prova, nel bene o nel male, a sal­va­re le ap­pa­ren­ze. «Mi fa pen­sa­re ai gio­va­ni del­l’al­ta so­cie­tà ame­ri­ca­na degli anni ’50», con­ti­nua Sonia. «Poco prime della ri­vo­lu­zio­ne ses­sua­le, quei gio­va­ni fa­ce­va­no qual­sia­si cosa ma di na­sco­sto».

Trai­ler di Ma­rock, di Laïla Mar­rak­chi (2005)

«The wolf of wall street senza coca»

Anis non alza il go­mi­to allo Sky­bar. Nel bel mezzo della sala, si trova lì solo «per bere un bic­chie­re di Coca e go­der­si la mu­si­ca». Abito nero, ca­mi­cia rosa e faz­zo­let­to ab­bi­na­to, que­sto gio­va­ne im­pren­di­to­re di 28 anni vive la sua vita tra Pa­ri­gi e Ca­sa­blan­ca, la sua città na­ta­le. Nel XVI ar­ron­dis­se­ment sta per di­ven­ta­re no­ta­io. A Ca­sa­blan­ca vende lam­pa­da­ri di lusso. E sbuf­fa par­lan­do della la­sci­via che lo cir­con­da. «Sin­ce­ra­men­te, al 60% della gente che è qui non glie­ne frega nien­te, sono per­so­ne che si ac­con­ten­ta­no di vi­ve­re con i soldi dei ge­ni­to­ri».

Il gior­no dopo, nella sua bou­ti­que Cris­to­lux, nel quar­tie­re Mers Sul­tan, Anis El Hamzi è an­co­ra fre­sco come una rosa. Per­fet­ta­men­te ra­sa­to, in com­ple­to Ar­ma­ni, Anis si mette alla guida della sua Re­nault: «Avrei po­tu­to com­pra­re una Pa­na­me­ra ma, come puoi ve­de­re, non fac­cio spre­chi. Pre­fe­ri­sco fare af­fa­ri». Un’at­ti­vi­tà che gli ha per­mes­so di com­pra­re una villa di 650.000 euro, a due passi da uno dei pa­laz­zi del re Mo­ham­med VI. Men­tre fa il giro della pro­prie­tà, il gio­va­ne im­pren­di­to­re in­si­ste sui va­lo­ri che la sua fa­mi­glia gli ha tra­smes­so, dei va­lo­ri op­po­sti a quel­li della jeu­nes­se pri­vi­le­gia­ta: «La­vo­ro, de­ter­mi­na­zio­ne, buona edu­ca­zio­ne». Se Anis deve il 50% del suc­ces­so alla sua for­ma­zio­ne, la re­stan­te metà la deve alla Fran­cia. I suoi mo­del­li? «Sar­ko­zy, Valls, Xa­vier Niel» ma anche Jor­dan Bel­fort, il bro­ker sre­go­la­to rap­pre­sen­ta­to sul gran­de scher­mo da Leo­nardo Di Ca­prio. «The Wolf of Wall Street, sai, mi ri­spec­chio molto in lui, ma senza coca, né in­gan­ni». Anis El Hamzi, in de­fi­ni­ti­va, si rias­su­me nella frase ri­por­ta­ta su una tar­ghet­ta del sa­lo­ne della sua villa: «Think Rich, Look Poor» (Pensa da ricco, vesti da po­ve­ro).

chiu­si in una bolla er­me­ti­ca

La ve­ri­tà è che Anis è il solo a pro­muo­ve­re la cul­tu­ra del self-ma­de man. A Ca­sa­blan­ca, la re­go­la è il con­for­mi­smo, raf­for­za­to dalla mo­nar­chia del paese. «Non bi­so­gna di­men­ti­ca­re che stia­mo par­lan­do di un paese in cui i gio­va­ni con­si­de­ra­no il re come una rock star», af­fer­ma Anis, tra un boc­co­ne e l’al­tro d’é­clair alla va­ni­glia di "Chez Fau­chon". «Ed il re è elet­to a vita!». Nella real­tà, il ri­sul­ta­to di tutto ciò rien­tra nel ge­ne­re: «Par­ti­re al­l’e­ste­ro a spas­ser­se­la e tor­na­re a far finta di la­vo­ra­re negli af­fa­ri di fa­mi­glia. E le ra­gaz­ze, per loro si trat­ta an­co­ra di tro­va­re un la­vo­ro e un buon ma­ri­to», ag­giun­ge Simo. «Quan­do parlo di que­stio­ni so­cia­li con i gio­va­ni pri­vi­le­gia­ti, mi rendo conto che que­sti sono an­co­ra più chiu­si dei loro ge­ni­to­ri», af­fer­ma Sonia. 

Cosa si mette in di­scus­sio­ne? Non i pri­vi­le­gi e nean­che lo sbal­lo, ma la parte di po­po­la­zio­ne che ha i mezzi per cam­bia­re le cose e non lo fa. «Da que­sti gio­va­ni mi aspet­to una men­ta­li­tà aper­ta, mi aspet­to che si in­te­res­si­no alle pro­ble­ma­ti­che, per­ché molti di loro hanno vis­su­to al­l’e­ste­ro, per­ché leg­go­no. In tanti paesi la gio­va­ne bor­ghe­sia ha preso la si­tua­zio­ne in mano, ma que­sto no è il caso del Ma­roc­co», ag­giun­ge Sonia. A Ca­sa­blan­ca, dove «il posto più alla moda» con­fi­na con una delle 500 ba­rac­co­po­li della città, l’i­gno­ran­za è an­co­ra la pa­ro­la d’or­di­ne quan­do si trat­ta di de­fi­ni­re il rap­por­to tra i figli di papà ed il resto del mondo. Sonia, tra le vo­lu­te di fumo della sua si­ga­ret­ta, spie­ga che «C’è una vera e pro­pria bar­rie­ra fi­si­ca. E que­sta bar­rie­ra è il fi­ne­stri­no del­l’au­to». Anis, quan­to a lui, si di­stac­ca an­co­ra una volta dalla massa. Af­fer­ma di «con­tri­bui­re alla lotta alla po­ver­tà» ver­san­do «una certa somma» per le per­so­ne svan­tag­gia­te delle circa 111.500 fa­mi­glie che vi­vo­no nelle bin­don­vil­le della città. Ad ogni modo, per il Gol­den Boy, «è gra­zie a que­sto con­tra­sto che fac­cia­mo parte dei 10 paesi più sta­bi­li del mondo». Ep­pu­re, con­si­de­ran­do la jeu­nes­se dorée, tutto fa pen­sa­re che il Ma­roc­co sia an­co­ra un paese in­de­ci­fra­bi­le in cui la vita dei ric­chi con­si­ste, se­con­do Sonia, «nel tro­var­si tra due fuo­chi e non ve­der­ne il pro­ble­ma. O forse no».

QUE­STO RE­POR­TA­GE FA PARTE di una SERIE DI AR­TI­CO­LI DEL PRO­GET­TO EU­RO­MED-CA­SA­BLAN­CA, FI­NAN­ZIA­TO DALLA FON­DA­ZIO­NE LINDH E REA­LIZ­ZA­TO GRA­ZIE AL PAR­TE­NA­RIA­TO CON SEAR­CH FOR COM­MON GROUND.