La guerra permanente nella terra di Dio 

Articolo pubblicato il 05 agosto 2014
Articolo pubblicato il 05 agosto 2014

L'operazione "Margine di Protezione" di Israele nei territorio di Gaza continua e il conflitto ogni giorno fa aumentare il numero di morti e delle devastazioni. Questa é la guerra, ma che aria si respirava nei "territori occupati" in tempo di "pace"? Ecco alcune immagini scattate tra gli ultimi giorni di dicembre 2013 e i primi di gennaio 2014.

Da alcune settimane i media di tutto il mondo inondano il lettore con immagini e video della guerra in Palestina. La logica perversa della condivisione online e del mercato editoriale in cerca del click, porta nelle case dell'Occidente le istantanee crude del sangue versato nella terra di Dio, in quel delicato confine tra informazione e spettacolo. In questo caso la comunità internazionale sembra destarsi (a parole) dal profondo torpore, ma in Palestina la realtà é un'altra. Lo stato di guerra é permanente. Abbiamo recuperato delle immagini scattate nei cosiddetti "territori occupati" dopo la guerra dei "Sei Giorni" del 1967, come Hebron, Nilin, il campo profughi Askar (Nablus) e Ramallah, tutti in Cisgiordania. Siamo a cavallo tra gli ultimi giorni del 2013 e i primi del 2014. Sette mesi dopo, l'operazione militare in corso potrebbe avere sconvolto il paesaggio e i volti umani di questi scatti. Ma sono immagini senza tempo, la data potrebbe essere quella di un giorno qualsiasi dal 1948 a oggi. In Palestina Polemos é davvero il padre di tutte le cose. 

Lo stato di guerra in tempo di "pace"

Hebron, Cisgiordania. 2 Gennaio 2014. Per i cittadini palestinesi ormai è una triste quanto corroborata abitudine. Con apparente serenità, che spesso cela paura, impotenza e rassegnazione, gli abitanti di Hebron conducono la loro vita quotidiana costantemente circondati dalla presenza militare israeliana, quando si accompagnano i bambini a scuola, quando si vuole tornare a casa da lavoro oppure, come qui, quando si vuole andare a comprare un po' di frutta al mercato.

Camminando per la città si incontrano decine e decine di checkpoint, dove i soldati israeliani controllano i documenti di ogni passante escludendo il transito ai cittadini palestinesi in alcune zone, e centinaia di telecamere appostate sui tetti delle abitazioni. Come se non bastasse, però, i soldati compiono azioni di controllo ancora più invadente, come in questo caso in cui sono stati fermati alcuni bambini che stavano giocando con una bicicletta.

Qualcuno ha lanciato un'arancia contro i soldati, i quali reagiscono con inseguimenti e con il lancio di sound bomb (riproduttori acustici delle bombe), lacrimogeni e proiettili di ferro rivestiti da uno sottile strato di gomma. 

Una squadra di soldati, penetrando in una abitazione del centro e cacciandone i proprietari, si apposta su un tetto dal quale può controllare la lunga strada su cui si sviluppa il mercato cittadino. Da qui può partire il lancio di lacrimogeni e di alcuni proiettili che provocano il ferimento di alcuni ragazzi, colpevoli di inneggiare alla propria libertà mentre sventolano le bandiere palestinesi.

“Cose normali”, disse un abitante di Hebron riferendosi a quanto avvenuto quel pomeriggio. Ma quel pomeriggio alcune ronde di soldati sono sfociate in vere e proprie irruzioni nelle case degli abitanti del luogo nella zona sotto il controllo amministrativo palestinese. Conclusasi la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, il rabbino Moshe Levinger occupò, insieme ad un gruppo di fedeli, il principale albergo della città rifiutandosi di abbandonarlo. Da quel momento, con il supporto dell'esercito, la popolazione ebraica ha continuato la propria opera di penetrazione nella città, arrivando ad occupare persino buona parte del centro storico.

Una bandiera palestinese sventola su uno dei tetti della parte di città occupata dai coloni ebraici, denominata Hebron 2. Questa è l'unica bandiera dello Stato di Palestina presente in quest'area ed è esposta con orgoglio, non curandosi del divieto imposto dall'esercito, dalla terrazza della sede di ISM (International Solidarity Movement). L'organizzazione senza scopo di lucro e non violenta sostiene la causa palestinese ed é stata fondata nel 2001 dall'attivista Palestinese Ghassan Andoni, l'attivista israeliana Neta Golan, la palestinese-statunitense Huwaida Arraf, George N. Rishamawi e l'americano Adam Shapiross

La guerra degli innocenti 

Non é facile calcolare il numero di bambini palestinesi che hanno perso la vita dall'inizio dell'operazione militare, centinaia secondo i bollettini di guerra che continuano ad aggiornarsi ogni giorno. Le immagini dei giovanissimi e delle devastazioni della guerra vanno spesso a braccetto, perché impressionano l'opinione pubblica e alimentano la logica, a volte spietata, dei media, che attraverso quelle foto e quei video sporcati di sangue attirano lettori, mentre la comunità internazionale si sveglia momentaneamebte da sonni tranquilli. C'é però un dato incontrovertibile: in una terra con uno dei tassi di natalità più alti del mondo i bambini crescono in un ambiente ostile e di tensione permanente. Molti, nella loro breve esistenza, hanno già uno straordinario "curriculum bellico" alle spalle, basti pensare alle varie operazioni militari a ricorrenza biennale: Operazione "Arcobaleno" (2004), Operazione "Piogge Estive" (2006), Operazione "Inverno Caldo" (2008), Operazione "Piombo Fuso" (2009). Nessuno avrà un'infanzia normale. Ad alcuni sarà negato per sempre il futuro. 

Hebron, Cisgiordania. 2 Gennaio 2014. La città è tagliata in due, pur essendo formalmente nell'area amministrata dai Palestinesi: da una parte risiedono 140mila arabi e dall'altra 400 coloni israeliani protetti da 5mila soldati. Qui la presenza militare della Stella di David è ancora più forte e i regolamenti molto rigidi: nessuno può lavorare o comprarsi un veicolo senza il permesso israeliano. Qui alcuni bambini palestinesi giocano a pallone i mezzo ai soldati.

Nilin, Cisgiordania. 3 Gennaio 2014. Durante gli scontri che hanno luogo nei pressi del Barriera di Separazione Israeliana (Muro dell'Apartheid per i Palestinesi), i bambini più piccoli rimangono indietro, osservando i propri padri ed i propri fratelli che lanciano sassi contro il Muro con delle fionde. Qui un ragazzo attende con preoccupazione il ritorno dei propri familiari accanto ad una bandiera palestinese da lui stesso issata. 

Campo profughi di Askar, Nablus, Cisgiordania 1 Gennaio 2014. In questo campo poco fuori la città di Nablus, esteso per circa 1 chilometro quadrato, vivono 6mila persone in condizioni disumane, spesso senza acqua potabile a disposizione durante tutta la giornata. I suoi abitanti sono coloro che sono stati cacciati dalle proprie terre da parte di Israele e che durante le Intifade hanno visto più volte radersi al suolo anche questa seconda dimora. Qui un bambino gioca con la bicicletta per la strada.

Nilin, Cisgiordania. 3 Gennaio 2014. Come tutti i Venerdì, al termine della Preghiera di Mezzogiorno, gli abitanti dei paesi a ridosso del Muro di Separazione danno vita a manifestazioni di protesta. Questa barriera è stata eretta nel 2002 da Israele e da allora alcuni cittadini palestinesi non possono più spostarsi nemmeno dalla Cisgiordania. In queste occasioni avviene spesso qualche lancio di pietre verso quello che viene chiamato il “muro dell'Apartheid”, a cui i soldati israeliani rispondono con lacrimogeni e proiettili, veri e non (ma allo stesso modo potenzialmente letali). Questa è una delle innumerevoli scritte sul quel Muro.

Alture del Golan, Israele, 29 Dicembre 2013. Questa regione si trova nella parte nordorientale di Israele, che è riuscita a portarla all'interno dei suoi confini durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967 strappandola alla Siria. Qui i retaggi di quel conflitto sono ancora visibili, come si vede in quest'immagine con le recinzioni che avvertono della possibile presenza di mine nel terreno. Da allora le tensioni non sono mai venute meno, dato che l'intera regione è tuttora contesa tra Israele e Siria.  

Alle manifestazioni contro il Muro partecipano anche molti ragazzi, estremamente coscienti della situazione in cui vivono e per i quali quell'ammasso di cemento armato è la rappresentazione materiale della loro segregazione e dell'impossibilità di avere un futuro da uomini liberi. E tra loro e la libertà si erge non solo un muro, ma il secondo esercito del mondo in quanto a potenza bellica, che qui risponde ai manifestanti. 

La loro artiglieria non distruggerà le nostre radici 

Ramallah, Cisgiordania. 28 Dicembre 2013. La capitale della West Bank, a pochi chilometri da Gerusalemme, rappresenta la voglia dei Palestinesi di vivere tenendosi al passo con i tempi, abbracciando la modernizzazione a cui però l'occupazione israeliana tarpa le ali. Sui muri sono numerosi i graffiti di protesta e quelli che rivendicano l'orgoglio dell'identità palestinese.

Hebron, Cisgiordania. 2 Gennaio 2014. Dopo il pomeriggio d'inferno che hanno vissuto i cittadini di Hebron, il centro si svuota completamente e gli abitanti si allontanano attraverso le numerose stradine della città. Qui una bambina palestinese è impaurita dal suono delle sound bomb e per l'effetto del lancio di tear gas al mercato, nel cuore di Hebron. 

Ramallah, Cisgiordania. 29 Dicembre 2013. Per le strade del centro si comincia a sentire un grande baccano. Urla, cori, slogan e clacson. È iniziata una manifestazione spontanea, promossa da Al Fatah, in segno di protesta contro i circa 30 arresti avvenuti nel corso della giornata da parte dell'esercito israeliano. La manifestazione si conclude davanti alla tomba di Yasser Arafat.

Durante le numerose manifestazioni promosse da Al Fatah o da Hamas i loro militanti sfilano per le strade imbracciando armi e torce accese, vestendo le rispettive uniformi. Qui uno di loro incita il corteo a intonare slogan per la liberazione di alcuni militanti.

Campo profughi di Askar, Nablus, Cisgiordania. 1 Gennaio 2014. Negli ultimi anni questo campo profughi ha visto un notevole incremento di iniziative volte ai giovani, come l'apertura di un centro in cui essi possono istruirsi e cimentarsi in attività quali balli tradizionali e teatro. Sui muri che circondano il cortile di questo centro si trovano numerosi graffiti, come questo che rappresenta una colomba, simbolo universale di pace che spicca il volo per oltrepassare un muro ed i fili spinati che la tengono imprigionata.