La Giordania tra i fuochi

Articolo pubblicato il 17 novembre 2005
Pubblicato dalla community
Articolo pubblicato il 17 novembre 2005

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Sette giorni fa Amman si è svegliata con gli stessi sintomi già accusati da newyorkesi e madrileni. La stampa locale l’ha considerato un caso isolato tra due battaglie: tra i fuochi dei Territori Occupati e dell’Iraq, la Giordania resta in piedi.

La perdita lascia sempre tristezza e un grande vuoto: una candela illumina l’assenza affinché non si dimentichi. «Bisogna informare sulle radici della realtà che abbiamo vissuto», diceva amareggiato e dolente il principe giordano Al Hassan Bin Talal. Ma qual è questa realtà?

La Giordania ospita tredici agenzie specializzate delle Nazioni Unite. Da un anno a questa parte ambasciate, ong e imprese si sono trasferite dall’Iraq a qui. La comunità straniera è il 17% della popolazione: truppe americane di scalo, meeting di esponenti dei governi, diplomatici, addestramenti dell’esercito e della polizia irachena. Tutto ciò ha un’unica sede: Amman.

I fatti recenti

Si è molto parlato degli attacchi dello scorso agosto a due navi americane nel porto di Acaba. Ma senza dubbio si è parlato poco dei molti tentativi di attacco falliti: nel 2002 Al Zarqawi fu condannato per l’assassinio di un diplomatico americano; nell’aprile 2004, alla frontiera con la Siria, fu bloccato un camion carico di esplosivi e gas chimici, che sarebbe dovuto saltare creando una nube tossica in città. L’ipotesi è che dietro ci fosse la mano di Al Queda. L’1 novembre, otto giorni prima dell’attentato, fu sgominato un gruppo di terroristi che stava pianificando un attacco contro l’esercito americano e la polizia irachena. Era la decima organizzazione che veniva smantellata dall’inizio dell’anno e secondo il quotidiano locale Al Ghad dieci dei suoi quindici membri vennero incarcerati.

Raccontare la realtà

Il governo nazionale giordano dice di iscrivere la sicurezza e la stabilità quali priorità sull’Agenda Nazionale Giordana. Tra i riquadri del complesso scacchiere del Medioriente giocare la carta della sicurezza può significare un’enorme opportunità politica ed economica:sono al momento in progetto riforme per favorire una crescita del Pil nell’ordine del 10% medio nei prossimi dieci anni. Immaginiamo solo il livello di crescita che possono avere paesi come l’Iraq o la Siria.

Erano queste le aspettative giordane fino a meno di quindici giorni fa. La stampa giordana richiama all’unità nazionale e sostiene che il ritorno alla normalità avverrà in breve tempo. Ma bisogna domandarsi: questa è la realtà o è solo un modo per evitare il caos e il complicarsi di una situazione già di per sè difficile?

I presagi avversi vengono da un lato dai segnali della ramificazione attraverso la quale Al Queda tenta di destabilizzare un Paese che trae il suo maggior sostegno dall’essere l’area di tregua degli Stati Uniti verso l’Iraq, nonchè l’occhio dell’Occidente sul Medioriente ed una zona ad alto sfruttamento turistico: sono infatti 4,8 milioni le persone che quest’anno hanno fatto della Giordania la loro meta turistica, contribuendo così all’aumento del 10% della Pil nazionale. Dall’altra parte i più ottimisti insistono sulla validità dell’ipotesi sostenuta dal governo giordano, che sostiene che l’ultimo attentato rappresenta solo un fatto isolato.

Senza dubbio sono molti gli interessi che portano a supporre che la prima ipotesi, pessimista, non prenda piede. Ranna Sabbagh, una conosciuta giornalista giordana, nel suo ultimo articolo, apparso il 13 novembre su Arab Yawn, riferisce di come i dirigenti del governo abbiano preferito non parlare del radicalismo che avanza nel Paese e del fatto che il 60% dell’opinione pubblica giordana veda Al Quaeda come un’organizzazione di resistenza legittima.

Cambierà questa visione alla luce degli ultimi terribili attentati ?