La Generazione Y vista dai libri, tra identità, benessere e crisi

Articolo pubblicato il 06 aprile 2012
Articolo pubblicato il 06 aprile 2012
Due libri usciti in Germania lo scorso anno descrivono la generazione che va dai 20 ai 30 anni. Un’autrice la compiange, l’altra le si scaglia contro. Solo su una cosa sono d’accordo: così non può continuare.

La nostra vita non è che un dissidio interiore. Un conflitto con noi stessi. Abbiamo denaro, genitori disponibili, amici, smartphones, conosciamo le lingue, viaggiamo. Soltanto una cosa ci manca: la speranza. Ma come è possibile?

Nell’ultimo anno due libri hanno cercato di approfondire questo fenomeno. Ma già da tempo era stato fatto un ritratto dettagliato della nostra generazione: lo Spiegel ci aveva definiti “figli della crisi”, lo Zeitarrivisti tristi”. Taciamo di fronte ai loro rimproveri, per poi rifarci puntualmente su temi come Occupy Wall Street e patto fiscale.

Meredith Haaf non prova certo simpatia per noi. Ha intitolato il suo libro: “Piangete pure – Una generazione e le sue difficoltà a vivere nel benessere (Über "Non abbiamo paura - terapia di gruppo di una generazione"eine Generation und ihre Luxusprobleme)”. Nina Pauer ci manda invece dallo psicologo: lì balbettiamo, piangiamo, parliamo dei nostri problemi. Ci vengono attestati disturbi della personalità e depressione. “Non abbiamo paura - Terapia di gruppo di una generazione (Wir haben keine angst)" è il titolo del suo libro. E in qualche modo, hanno entrambe ragione.

Rispetto ai fatti sono tutti d’accordo: ieri andava meglio, mentre oggi non può che peggiorare, ogni giorno di più. Il cambiamento climatico, il disboscamento della foresta pluviale, il terrorismo, la disoccupazione giovanile, lo sviluppo demografico: ne siamo tutti a conoscenza e non è che non ci interessi, soltanto non possiamo cambiare le cose.

Ma abbiamo paura. L’unica cosa che possiamo proteggere è noi stessi. Ed è a questo che indirizziamo tutti i nostri sforzi, finendo così come delle perfette rotelline nel sistema. Non crediate che ne valga la pena, o che questo non ci disgusti. Avvertiamo il contrasto. E quando ci ritroviamo soli, e all’improvviso tutto si zittisce, talvolta ci sentiamo abbattuti, oppure postiamo un video di protesta su Facebook: ognuno cerca di superare questa situazione come può.

Possono compatirci per questo, come fa Nina Pauer. Una sera Anna, rappresentante della nostra generazione, si sfoga piangendo tra le braccia della madre. Perché il lavoro le mette una tale pressione. Perché non dorme più da quando ha il nuovo lavoro. Perché in ufficio è tutto “megastressante”. Oppure ci rimproverano, come fa Meredith Haaf. “Questa non è una critica nei confronti di chi si impegna a dare il meglio - scrive - ma contro chi crede che l’unica strada possibile sia quella individuale, ricompensata al massimo con un paio di opzioni di consumo in più". Il punto è che la maggior parte di noi probabilmente le accetterebbe entrambe.

"E’ il mondo quello malato, no?"

Temiamo i contratti a tempo determinato, ma non ci vogliamo stabilizzare. Sappiamo che sarebbe il momento di fare nostri i principi del Postmaterialismo, ma non facciamo che comprare. Vorremmo salvare il mondo, ma non sappiamo come. E anche se ci provassimo, vi rinunceremmo subito perché in Africa muoiono sempre più bambini, e le calotte polari si stanno sciogliendo sempre più velocemente. Invece di pensare a ciò, ottimizziamo noi stessi. Sempre, dappertutto, in continuazione. “È il mondo a essere malato, no?”, grida la protagonista del libro di Nina Pauer. Questa è la soluzione migliore.

"Piangete pure - Una generazione e le sue difficoltà a vivere nel benessere"Meredith Haaf si chiede perché. Per la scrittrice tedesca il futuro non si prospetta certo sereno. A esserne responsabile non è il sistema, ma noi stessi. Ci mancano ideali, solidarietà, consapevolezza politica. E in questo, ha capito Haaf, per adesso il mondo non può aiutarci. "Forse una volta o l’altra si dirà di noi che lasciamo che il mondo si spopoli, perché abbiamo troppa paura di salvarlo”. Il ritratto che fa di noi Nina Pauer è così autocommiserante che ci verrebbe da volgere la lettura altrove. La scrittura di Meredith Haaf è invece così diretta, che verrebbe da chiedersi se in noi sia rimasto ancora qualcosa di buono. E come siamo ora veramente?

Le menti più ingegnose del nostro tempo

In realtà siamo noi le menti più ingegnose del nostro tempo. Possiamo tutto, e siamo stati ovunque. Nessuna montagna è così alta da non poterla scalare, e nessun uomo ci è così sconosciuto da non poterlo conoscere. Soltanto non sappiamo come poter sfruttare queste nostre capacità al meglio. Non ci abbiamo mai riflettuto. Abbiamo sempre seguito la strada già battuta. Ma che questa non porti più da nessuna parte, è risaputo ormai da tempo.

Non credo debba andare per forza così - scrive Meredith Haaf - Credo piuttosto che se iniziamo ad accettare le critiche e a non voler fare sempre tutto nel modo giusto, i cambiamenti verranno da sé”. Ma è più probabile che all’ultimo momento arrivi il direttore, e ci dica: “Che cosa vuoi di più? Hai già tutto”. E anche in questo caso avrebbe ragione.

Foto:  (cc)  magicrobots/flickr; per gentile concessione di Fischer Verlag e Piper Verlag