La generazione “blog” iraniana

Articolo pubblicato il 15 agosto 2005
Articolo pubblicato il 15 agosto 2005

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E’ sempre più folto il numero di blogger in Iran. Si tratta soprattutto di giovani che vedono Internet un mezzo di espressione, spesso delle loro idee politiche, che fanno tremare il regno dei mullah.

La rivoluzione virtuale fa il suo effetto. Vanno dai cinque ai sette milioni gli iraniani utenti di Internet. Una buona fetta di loro frequenta siti di discussione e si dedica alla creazione del proprio blog. Cose da far perdere la testa ai mullah. Nonostante la mole di pagine censurate, il numero dei blog in persiano raggiunge i sessantaquattromila, giusto dietro a quelli in inglese, in francese e in portogese. I siti come Blogger, Blogfa.com ou Persian blog, sono sotto controllo. Verso la metà di gennaio 2005, un deputato conservatore, Nasser Nasssiri, invita il governo a far sparire dall’Iran Orkut et Yahoo Messenger, due luoghi sulla rete molto frequentati dai giovani iraniani. “In nessun altro paese si sentono uomini politici pronunciare parole simili contro Orkut et Yahoo Messenger”, si diverte a commentare Hossein Derakhshan, uno dei più celebri giovani blogger iraniani che vive in Canada dal 2000. Nel 2002 ha lanciato il suo blog, in persiano e in inglese, per parlare della situazione politica in Iran, ma anche di cultura pop e di tecnologia. Oggi é uno dei blogger più visitati. I suoi connazionali restati in patria fanno spesso riferimento a lui. Alì, studente di 24 anni a Teheran, dice al momento del lancio del suo blog nel marzo 2003: “È stato Hossein Derakhshan ad ispirarmi, ho trovato la sua idea molto buona e m’è venuta voglia di fare la stessa cosa, di lasciare una traccia di me sulla Rete”.

Una gioventù impegnata

Come nel caso di Alì, i giovani blogger iraniani vogliono far sapere ciò che pensano al mondo. Il 60% della popolazione ha meno di 25 anni in Iran. Questa gioventù non ha conosciuto che un’unica realtà, quella della Repubblica Islamica, in carica dal 1979, anno della rivoluzione fondamentalista portata avanti dall’ayatollah Khomeini, e che fece cadere la monarchia pro-occidentale del Chan. Omid Memarian, giovane giornalista autore di un blog, riassume bene le sue intenzioni. “Voglio trattare della situazione della democrazia e della società civile, specialmente della gioventù nell’Iran di oggi, ma evocare anche gli avvenimenti di tutti i giorni e le mie esperienze personali”, si legge all’inizio della sua pagina web. La politica è lontana dall’essere la sola preoccupazione dei giovani iraniani. Azadeh, appassionato di cinema e di fotografia, utilizza il suo blog per commentare i film dei suoi registi preferiti, e non cita quasi mai l’occidente. Un altro blogger, Yasser, non è completamente soddisfatto del suo lavoro: “il mio weblog diventa troppo politico, e ciò non mi piace. Voglio parlare di cinema, di film, di libri, di musica”.

Anche se l’impegno politico non è esplicitamente enunciato al momento della nascita del blog, benpresto la maggioranza finisce per parlare di politica. Roozeh per esempio, che scriveva da due anni un blog personale, ha deciso di abbandonarlo per crearne uno nuovo, dedicato esclusivamente alla politica e intitolato “Sulla strada della democrazia”. La maggioranza dei blogger iraniani dissemina dunque contenuti e messaggi di riflessione politica. Tutto ciò spesso con ironia. Bamdad si stupisce “delle somiglianze sorprendenti tra i dittatori. In Iran, come in Libia e in Sudan, i dirigenti hanno tutte le stesse argomentazioni: i prigionieri politici non esistono”. Hussein scrive arrabbiato, non riesce a comprendere “quegli uomini politici europei che affermano che i diritti dell’uomo in Iran stanno facendo progressi. Noi non abbiamo la libertà di mangiare, di bere, di vestirci, di scrivere, di parlare e di pensare. I diritti dell’uomo non esistono. Com’è possibile far progredire qualcosa che non esiste?”.

Internet ha sì un certo effetto liberatore, ma l’apertura virtuale delle frontiere può creare una frustrazione. Fatena, giovane insegnante di Teheran, non ce la fa più a sopportare la propria triste condizione: “Non posso sopportare certi confronti! Perché dirci quello che esiste negli altri paesi? Perché parlarci di una vita più facile e rilassata? Avremo davanti una vita ancor più stressante e noiosa se tutti i giorni ci ripetono che esistono situazioni più facili in altri paesi!”. Il giornalista Omid capisce coloro che hanno deciso di emigrare. “Sono partiti per restare fedeli a se stessi. C’è chi ha avuto successo e c’è chi ha perso tutto. Hanno scelto di insistere e di provarci, e di questo possono andarne fieri”. Lui, Omid, ha scelto di restare per “non abbandonare definitivamente il paese in mano ai mullah”. E ha scelto di scrivere: per la libertà di pensiero. I mullah hanno ragione a non fidarsi: la libertà di pensiero offerta da internet è senza dubbio la prova che la società ta già sfuggendo dalle loro mani. E questa volta è poco probabile che la repressione sia sufficiente. Poiché, come recita un blogger mettendoli in guardia, “il governo segue lo stesso cammino di quello del Chan: imprigiona i pensieri. I mullah hanno però dimenticato che questi pensieri possono liberarsi, e trasformarsi in rivoluzione”.

Articolo pubblicato il 5 aprile 2005 nel dossier Sbatti il mostro in prima pagina!.