La fuga di cervelli dall'Est? Non si ferma

Articolo pubblicato il 20 marzo 2007
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Articolo pubblicato il 20 marzo 2007

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Il caso di due scienziati emigrati dall'Estonia negli anni Novanta. Dopo la fine dell'occupazione sovietica.

Con la caduta dell’Unione Sovietica e la fine delle restrizioni per i viaggiatori, la sola Europa dell’Est ha perso qualcosa come 500.000 scienziati, fuggiti verso ovest. Ecco la storia di Tõnu e Marina.

Da Tallin a Tartu, Kgb permettendo

Physicist Tõnu Pullerits (Photo: KK)Alla fine degli anni Ottanta il sistema scientifico dell'Estonia, allora ancora sottomessa all'Urss, era lontano anni luce dalle ben organizzate università tecniche svedesi. Questa è la ragione per cui il fisico Tõnu Pullerits lasciò il suo Paese natale nel '92 per proseguire la sua carriera in Svezia.

«Nel mio lavoro dovevo leggere molto. Tartu (la seconda città dell’Estonia) è a circa 200 km da Tallin e solo lì potevo trovare i testi di cui avevo bisogno» dice Pullerits. Non solo. «Era necessario fare una domanda al capo del dipartimento per ottenere una copia di un articolo. Non era permesso usare la fotocopiatrice. C’era una persona dedicata a questa attività e il limite di fotocopie al mese assolutamente ridicolo. Oltre a tutto ciò, la stanza per le fotocopie era chiusa a chiave durante le vacanze», ricorda Pullerits.

Aveva visitato la Svezia per la prima volta all’inizio del 1989. Nell’ottica di “salvare” lo “scienziato sovietico” dal potenziale lavaggio del cervello capitalista, Pullerits aveva dovuto incontrare un ufficiale del Kgb (i servizi segreti russi) prima del suo viaggio. «Fui invitato nell’ufficio di un giovane mai incontrato prima. Quando rimanemmo soli mi spiegò che la Svezia era un Paese amico. Non c’erano problemi per il mio viaggio, ma avrei dovuto tener presente quanti americani ci sarebbero stati lì. Lasciai quell’ufficio dopo essere stato avvisato che, nell’ipotesi in cui avessi notato qualcosa di sospetto, sarebbe stato apprezzato che ne parlassi con loro al mio ritorno».

Pullerits non osò discutere con l’ufficiale. Si limitò a esprimere le sue riserve: chi avrebbe dovuto incontrare? «Non tornai in quella stanza in seguito perché mi spaventava l’idea di poter mettere in pericolo il mio viaggio. Guardandomi indietro, però, mi vergogno un po’ di non avere protestato per questa procedura», spiega oggi Pullerits. Quella sarebbe stata la sua unica esperienza con il Kgb.

Ma dopo quel soggiorno del 1989 e l'indipendenza dell'Estonia dall'Unione Sovietica nel 1991, l’allora 29enne Pullerits si trasferì in Svezia, con moglie e due figli al seguito per completare i suoi studi post lauream. Era il maggio del 1992. «Il programma, in verità, era di non rimanere più di due anni. Ma la ricerca andava così bene che mi organizzai per ottenere la borsa di studio dello Swedish Research Council. Questo prolungò il mio soggiorno in Svezia di altri 4 anni», rivela Pullerits. «Dato che la giovane democrazia estone aveva cose ben più importanti di cui preoccuparsi della scienza, pensai veramente che avremmo dovuto rimanere all’estero solo fin tanto che le cose fossero tornate “normali” in patria». Lo scienziato ammette di essere un tipico esempio di fuga di cervelli dall’Europa dell’Est. Oggi è professore associato in fisica chimica alla Lund University nell’estremo sud della Svezia. Ma Pullerits non esclude la possibilità di ritornare in Estonia un giorno o l’altro.

Estonia addio, Germania aspettami

Student scientist Marina Panfilova (Photo: KK)Marina Panfilova sta studiando per il dottorato di ricerca in fisica alla Padeborn University, in Germania dell’Ovest. Quando lasciò l’Estonia era il 1999. Aveva 18 anni e seguiva le orme dei suoi genitori. Era il tempo in cui il governo tedesco garantiva agli ebrei dell’ex Unione Sovietica il diritto di emigrare in Germania. «Avevo programmato di vivere lì con i miei genitori per un periodo, imparare la lingua, per poi ritornare in Estonia dai miei amici», ricorda Marina. «Ma dopo avere viaggiato in Germania e dopo avere visitato un paio delle loro università, mi convinsi a rimanere per la mia laurea in fisica».

La più grande sfida di Marina, come lei stessa sostiene, fu quella di trovare un modo per portare con sé il suo cane. «Non avevo un’auto. L’unico mezzo di trasporto alternativo per passeggeri con animali domestici al seguito era l’aereo. Così ho dovuto ottenere un passaporto per cani, far visitare il cane da numerosi veterinari, comprare una gabbia per cani, pillole di sonnifero e un biglietto d’aereo a tariffa intera per il mio animale. Costò molto più di quanto ero inizialmente preparata a pagare». Per di più nessuno pensò di controllare i documenti del suo cane al controllo doganale in Germania.

Una volta arrivata, Marina doveva affrontare i suoi studi di fisica in Germania. «Dovevo tradurre ogni due parole gli esercizi per capire cosa dovevo fare», ricorda Marina dei suoi primi giorni alla Padeborn University. «Mi prendeva delle ore. Nei seminari era spesso evidente che ancora non avevo afferrato il vero significato delle cose». Ma, dopo avere ottenuto uno sfavillante massimo dei voti nel master, oggi sta continuando il suo dottorato. E ha avuto così tanta fortuna e bravura da ottenere una borsa di studio del dipartimento per la sua ricerca.