La Fuga dei talenti: «L’Italia? Un paese per vecchi gestito da vecchi»

Articolo pubblicato il 31 gennaio 2010
Articolo pubblicato il 31 gennaio 2010
Articolo di Giacomo Rosso Belle spiagge, buona cucina, la dolce vita… perché fuggire dal Belpaese?
La malattia da espatrio che colpisce due giovani italiani su tre ha le sue radici in un sistema clientelare che impedisce di avanzare per merito, di avere retribuzioni adeguate alla media europea e di beneficiare di cuscinetti economici di base per affrontare le esigenze di un mercato del lavoro flessibilmente precario.

Sergio Nava, 34 anni, giornalista, nel 2009 ha pubblicato “La Fuga dei Talenti” (edizioni San Paolo), un libro-inchiesta diventato anche un blog, scritto per cercare di capire qual è l’origine di uno dei mali che affliggono i giovani del Belpaese, narra 27 storie tutte diverse, ma tutte accomunate dalla stessa scelta di partire. Nava ha raccontato l’ansia di una generazione di talenti nati e formati in Italia, ma costretti ad esportare il proprio talento all’estero. E ad aver successo.

Cos’è la “fuga dei talenti” che descrivi nel tuo libro? «La fuga dei talenti, o dei cervelli se preferisci, è un fenomeno molto italiano. Sono un giovane, ho viaggiato, vissuto e lavorato in Europa, e ho visto l’enorme divario che ci separa dagli altri paesi. Basta guardare i dati: in Italia la disoccupazione giovanile è al 26,5%. Spagna e Irlanda a parte, siamo i peggiori della “vecchia” Europa. Manca un sistema di selezione trasparente per i giovani che si affacciano sul mondo del lavoro. Manca uno stipendio adeguato: secondo una ricerca dell’Ocse è inferiore del 32% rispetto alla media europea. Manca anche un serio programma di welfare state disegnato per i giovani. L’Italia è un Paese per vecchi, gestito da vecchi, dove un intero sistema di potere feudale si regge ancora sul do ut des, ti do se tu mi dai, tra “potenti”. Per questo i giovani, di qualsiasi settore, fuggono. Secondo le statistiche ufficiali, nel 2006 quasi dodicimila neolaureati hanno lasciato l’Italia. Questo in un paese dove solo un’esigua minoranza può vantare di aver concluso l’università, e anche dove la precarizzazione del lavoro è diventata una dimensione semi-perenne, anziché una fase di passaggio come negli altri Paesi. Se perdi il lavoro in Italia, a mantenerti resta solo la tua famiglia. Una ricerca ha dimostrato che due laureandi su tre pensano di emigrare».

Succede davvero solo in Italia? «Anche i laureati degli altri Paesi europei vanno all’estero: spesso non si tratta però di una fuga, ma della ricerca di un periodo di formazione complementare, cui fa normalmente seguito il ritorno a casa. Un altro problema italiano è quello dei talenti stranieri: solo lo 0,7% dei 20 milioni di laureati dell’area Ocse hanno scelto l’Italia per trasferirsi. Meno della Turchia. In Italia ogni cento laureati nazionali ce ne sono 2,3 stranieri, contro una media Ocse del 10,45%. L’uscita dei cervelli può anche starci, in un mondo globalizzato, ma deve essere bilanciata da un’entrata altrettanto consistente dei talenti stranieri».

Cos’è la “meritocrazia”? «Ti rispondo citando Roger Abravanel, che tre anni fa scrisse un famoso saggio sul tema: “Meritocrazia significa che i migliori vanno avanti in base alle loro capacità e ai loro sforzi, indipendentemente da ceto e famiglia di origine e sesso”. Meritocrazia è il contrario di raccomandazione, di cooptazione, di familismo e di clientelismo. Significa valutare un giovane per il suo curriculum e non per le sue origini o le sue parentele. Meritocrazia significa considerare il talento. Può anche voler dire fare networking e segnalare i migliori, come avviene nei paesi anglosassoni: ma lì, chi segnala o raccomanda ci mette la faccia. E il meccanismo diviene trasparente».

Mentre in Italia… «Siamo drammaticamente sprovvisti di meritocrazia in politica, nelle università, nel settore pubblico, nella cultura e nelle piccole e medie imprese. Nella maggior parte dell’Europa la meritocrazia è considerata un valore: io ti seleziono, punto su di te, ti offro uno stipendio e prospettive di carriera adeguate, perché puoi aiutarmi a progredire e puoi portarmi un valore aggiunto. In Italia la meritocrazia semplicemente non serve».

Cosa fa la differenza tra la raccomandazione “all’italiana” e una selezione attraverso il networking? «La raccomandazione è: io segnalo te, bravo o mediocre che tu sia, perché mi sarai sempre fedele, garantirai la conservazione del sistema e quando ti chiederò un favore, a te o a un tuo parente, tu me lo farai. Dirai sempre di sì e non creerai problemi. Nella segnalazione, o Networking, invece, chi ti segnala si espone in prima persona, perché sa che sei bravo e che grazie a te anche la sua reputazione crescerà. In Italia, la raccomandazione è assimilata nel sistema e non fa più scandalo, è quasi diventata parte integrante della cultura».

Per smuovere le acque proponi nel tuo blog “Il Manifesto dei giovani”, cos’è? «Il Manifesto dei giovani l’ho lanciato insieme all’iniziativa “Storie di talenti”, attraverso cui raccolgo e pubblico settimanalmente storie di giovani italiani espatriati. L’idea del Manifesto è di raccogliere le denunce e le proposte dei giovani italiani sul web, assemblandole poi in un unico testo. Credo che solo attraverso una presa di coscienza generazionale sulla necessità di cambiare davvero la classe dirigente italiana, potremo dare un futuro al nostro paese».

(Foto di Edizioni San Paolo)