La Francia degli ultimi di Florence Aubenas

Articolo pubblicato il 12 marzo 2010
Articolo pubblicato il 12 marzo 2010
Non si parla che di crisi: crisi di qua, crisi di là. Ma effettivamente, che significato ha questa crisi per coloro che la subiscono quotidianamente, ossia per i più deboli nella scala sociale? Questo è quanto intendeva scoprire la rinomata giornalista Florence Aubenas.
Dal febbraio 2009, la francese, che era stata tenuta in ostaggio in Iraq per molti mesi nel 2005, si è messa nei panni di una disoccupata in cerca di lavoro a Caen. Un mix tra l’inchiesta giornalistica e il lavoro etnologico.

La giornalista ha detto ai suoi amici che partiva per il Marocco per scrivere un libro. Come no! La grande reporter del settimanale francese Nouvel Observateur voleva soltanto non sentirsi con le mani legate, ed eccola iscritta nella lista di disoccupazione di Caen, con il solo diploma di maturità. L’obiettivo: ottenere un contratto a tempo indeterminato. Pensava di riuscirci in pochi giorni, ma dovrà aspettare non meno di sei mesi. Da questa esperienza nasce un libro, “Le Quai de Ouistreham”, in cui ricorda i lavori del giornalista Günter Wallraff. Il 24 febbraio Florence Aubenas era a Strasburgo per presentare il suo libro.

Gioco di ruolo

Non si parlava d’altro. […] Si aveva l’impressione che il mondo fosse sul punto di crollare. Nonostante questo, intorno a noi ogni cosa sembrava al suo posto. Era tutto in ordine”, scrive la giornalista francese nella prefazione del suo libro. La realtà della crisi le appariva difficile da afferrare, questo modo di immergersi nell’universo dei precari le sembrava fondamentale. Nel suo nuovo ruolo mantiene il suo vero nome, ma si inventa un altro passato. Il suo titolo di studi? Un semplice diploma di maturità. Esperienza professionale? Nessuna. Ottenere un impiego con un tale curriculum sembrava impossibile. La parte peggiore per la giornalista era la percezione del tempo. «Si pensa sempre che i disoccupati abbiano tempo. Ma è falso. È il tempo del nulla. Si passa tutto il giorno a cercare un lavoro e il personale del Pôle Emploi (l’Ufficio di collocamento francese)) ha pochissimo tempo da dedicarci». In seguito ad una lunga ricerca, trova finalmente lavoro come donna delle pulizie in un campeggio, sul lungofiume di Ouistreham. Purtroppo il lavoro si rivela una tortura. Le condizioni sono misere e lo stipendio anche. Sei mesi dopo le viene finalmente offerto un contratto a tempo indeterminato, ma fino a quel momento dovrà subire umiliazioni, pregiudizi, sfruttamento e disprezzo; ma avrà anche imparato la solidarietà dei più umili.

Giornalismo letterario?

La giornalista d'inchiesta stimola l'immaginario collettivoNel suo libro riporta la sua storia in maniera avvincente. Osserva, descrive, racconta e fa soprattutto parlare gli altri; coloro che vivono insieme a lei la vita della Francia degli emarginati. Talvolta si ha come l’impressione di leggere un romanzo, grazie ai suoiincontri colorati e alle dettagliate descrizioni. Allo stesso tempo, ci si aspetta invano uno scoop rivelatore, poiché ciò che descrive la Aubenas non ha nulla di spettacolare o scandaloso e, per quanto banale questo possa sembrare, si tratta della semplice realtà. Una realtà terrificante senza alcuna rivelazione rivoluzionaria. «Volevo rendere l’invisibile visibile », spiega la Aubenas, ma la giornalista ci riesce a mala pena nel suo libro. Questo tipo di gioco di ruolo giornalistico non è una novità. La Aubenas ne è consapevole e ne riconosce i predecessori, di cui uno in particolare: «Un tempo Wallraff era il mio mito, il mio pane quotidiano». Sin dagli anni settanta, il tedesco si è fatto la fama di giornalista investigativo svolgendo le sue indagini in full immersion. Sotto la falsa identità di Hans Esser ha lavorato per più di tre mesi al quotidiano tedesco Bild per rivelare i suoi metodi discutibili di ricerca. Il suo libro su questa esperienza (“Der Aufmacher: Der Mann, der bei BILD Hans Esser war”) all’epoca fece molto parlare di sé. Successivamente, Wallraff ha continuato a svolgere numerosi progetti di questo tipo e, tra questi, si è fatto passare per un lavoratore straniero turco, per un senzatetto e, nel 2009, per un uomo di colore. Tutto ciò, non senza violente ritorsioni.

Mascherare o ingannare?

Da un punto di vista giornalistico, Wallraff rimarrà indubbiamente il mito della Aubenas, poiché le sue inchieste rivelavano una metodologia più temeraria e le sue pubblicazioni erano più spettacolari. Wallraff arrivava talvolta al punto di mettersi in pericolo di vita durante le sue ricerche. Nel 1985 scriveva a questo proposito: ”Occorre mascherarsi per smascherare la società, occorre ingannare e simulare per scoprire la verità”. Eppure numerose “vittime” di Wallraff sono in disaccordo a questo proposito. Si sono sentite abusate e tradite. E non solo la Bild Zeitung e altre istituzioni hanno sporto denuncia contro il giornalista, ma il Presserat (consiglio di stampa tedesco) gli ha inflitto una nota di biasimo. Si pone, in effetti, la questione sulla legittimità di questo metodo. Il Pressekodex (codice deontologico della stampa tedesca), seguendo l’esempio del codice deontologico dei giornalisti francesi, impone che ”un giornalista rivela sempre la sua identità”, ma anche che ”la ricerca mascherata è giustificata laddove il giornalista, grazie a questo metodo, riesca ad ottenere informazioni di grande interesse pubblico che non può ottenere altrimenti”. Florence Aubenas non avrà probabilmente troppo di cui preoccuparsi, visto che alla fine non si abbandona a nessun tipo di attacco frontale che potrebbe procurarle una condanna diffamatoria.

Florence Aubenas, "Le quai de Ouistreham", 2010, Editions de l'Olivier.

Questo articolo è stato pubblicato sul babelblog di Strasburgo da Till Neumann

Foto: Raging Sociopath/flickr