La flexicurity scandinava mette d'accordo Stato, imprese e sindacati

Articolo pubblicato il 25 novembre 2009
Articolo pubblicato il 25 novembre 2009

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Dopo aver fatto il suo ingresso ufficiale nelle istituzioni europee, il termine un tempo oscuro di flexisecurity assume oggi contorni sempre più definiti. La sfida è adattare il collaudato modello scandinavo agli altri paesi membri.

Il faro è oggi puntato sulle politiche pubbliche dei settori economici, in particolare, sull’occupazione e su una più generale riforma del mercato del lavoro: la dimensione europea assume allora un’importanza cruciale sia per i possibili interventi d’insieme, sia per le analisi dei modelli nati all’interno dei singoli paesi membri dell’Ue. È questo il caso del concetto di flexicurity.

La flexicurity cos'è e da dove viene

La “combinazione di flessibilità e sicurezza” a cui il termine fa riferimento trova fondamento nel modello creato e sviluppato con successo nei paesi scandinavi. Il termine è stato poi ripreso in misura diversa, non sempre di buon grado e non sempre in modo indolore, nei diversi paesi dell’Unione Europea spinti dal desiderio di aumentare la produttività, cercando allo stesso tempo di non compromettere la qualità di vita dei lavoratori.

L’idea della flexicurity ha trovato origine nel dibattito politico avviato nei Paesi Bassi all’inizio degli anni Novanta, quando la disoccupazione diminuì vistosamente e il mercato del lavoro fu ampiamente deregolato. Più dell’Olanda, però, è la Danimarca, il paese al quale l’Europa ambisce a uniformarsi: le modalità con le quali ha promosso la flessibilità dell’occupazione garantito la tutela del benessere sociale sono invidiabili agli occhi dei paesi vicini. Accanto alla Danimarca, anche la Svezia viene eretta a modello grazie alla sua capacità di coniugare un mercato del lavoro flessibile con politiche pubbliche in grado di scongiurare l’esclusione sociale.

Un concetto esteso

Nei paesi scandinavi c’è un sistema collaudato di trattative tripartite tra stato, imprese e sindacati

Nel concetto europeo nato a Lisbona nel 2000, la “flessibilità” fa riferimento alle diverse fasi che contraddistinguono la vita lavorativa delle persone, che sono chiamate a rispondere in maniera rapida ed efficace alle richieste variabili interne alle attività produttive: dalle modalità di lavoro alle competenze diversificate. Anche la “sicurezza” viene estesa oltre le consuete garanzie che assicurano il mantenimento del posto di lavoro o le tutele di fronte alle trasformazioni aziendali, anche preservando l’esistenza dei sussidi che riducano le difficoltà economiche connesse ai periodi di transizione o di interruzione lavorativa: in questa direzione va l’idea di apprendimento permanente, sempre più importante per le politiche europee e volto ad assicurare al singolo individuo opportunità di formazione adeguate alle nuove richieste di un’economia in costante evoluzione.

I primi a rispondere furono i sindacati francesi e tedeschi: per loro fu subito chiaro che dietro il modello di flexicurity, come attuato realmente nei paesi scandinavi già da molti anni, c’è un sistema collaudato di trattative tripartite tra le istituzioni statali, i rappresentanti del mondo delle imprese e di quelli dei lavoratori. Dalla sua nascita ad oggi, tuttavia, per la flexisecurity vale sempre lo stesso ostacolo: le relazioni tra Stato, sindacati e imprese sono complesse e specifiche ad ogni singolo paese dell’Unione Europea.