La fine di un’illusione

Articolo pubblicato il 25 aprile 2005
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Articolo pubblicato il 25 aprile 2005

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Lo scandalo dei visti facili in Germania ha innescato un acceso dibattito intorno al popolarissimo Joschka Fischer. Ma nella controversia che verte su grandi ideali, la prospettiva di un’Europa aperta al mondo si fa sempre più remota.

Tutto ha avuto inizio con una visione che voleva impedire la creazione di una “Fortezza Europa”, e che adesso paradossalmente le prepara la strada. Quando il nuovo governo rosso-verde tedesco si è insediato nel 1998, uno degli obiettivi dichiarati era la liberalizzazione della politica sull’immigrazione. Ed era una società aperta e ospitale ciò che si voleva raggiungere nel 2000 quando, con il cosiddetto Decreto Volmer, è stato commesso un errore che non solo, nel frattempo, è costato il posto all’ex sottosegretario agli esteri che ne è stato l’ideatore, ma è diventato adesso il principale capo d’accusa dell’opposizione tedesca nei confronti dello stesso ministro degli esteri, di cui ormai da settimane chiede le dimissioni. Tuttavia dovrebbe essere chiaro che il dibattito ha poco a che vedere di per sé con Joschka Fischer o con la domanda su chi, quando, e quanto sapesse. Piuttosto l’opposizione tedesca sembra credere di aver trovato l’occasione propizia per liberarsi del suo nemico di sempre, Joschka Fischer per l’appunto. Com’è ovvio, è in gioco ben più del destino politico di Fischer, fino a poco tempo fa uno dei candidati più favoriti per la carica di Ministro degli Esteri europeo, e questo in particolare nella prospettiva europea. Il problema di fondo è l’idea di un’Europa aperta al mondo, ma ancora di più la domanda se questa idea sia effettivamente realizzabile o sia destinata a rimanere una pia illusione. Eppure la società civile ignora il dibattito.

Che fine ha fatto l’opinione pubblica europea?

All’inizio del 2003 i cittadini europei si riversavano nelle strade nelle grandi città per protestare contro la guerra in Iraq, e venivano spesso citate le parole di Juergen Habermas, che vi aveva visto la rinascita dell’Europa e la nascita di un’opinione pubblica europea. Da allora, soprattutto nei circoli accademici, si è scritto molto sulla transnazionalità della comunicazione politica in Europa. L’opinione pubblica europea si esprimerebbe nei casi in cui questioni politiche assumano un rilievo europeo. Ma allora che fine ha fatto l’opinione pubblica europea oggi, proprio quando una vicenda di politica interna si impone prepotentemente come una questione di interesse paneuropeo? È possibile che l’opinione pubblica europea, ancora per così dire in fasce, sia già ripiombata in quel sonno profondo di cui è già stata così spesso accusata in passato? Perché il dibattito sui visti turistici tedeschi ha luogo in sostanza solo in Germania, quando tuttavia la comunicazione transnazionale sull’Europa e la sua cosiddetta Fortezza non solo vengono favorite, ma addirittura letteralmente promosse?

Idealismo ostile al mondo

Perché una cosa è certa: indipendentemente da quando, dove, e da chi siano stati commessi gli errori fatali, a pagarne lo scotto è l’Europa nel suo complesso. Ecco perché è necessario che la società civile europea prenda parte al dibattito il più presto possibile, chiedendosi, allo stesso tempo, cosa si può ancora salvare dell’idea di un’Europa aperta al mondo. Infatti, un traffico di clandestini e prostitute agevolato a livello legislativo rende non solo più forti, ma anche più comprensibili, le richieste a favore di una Fortezza Europa. È inconcepibile che l’opinione pubblica e la società civile europea chiudano gli occhi davanti a questo errore. Soprattutto gli esponenti del femminismo non devono farsi alcuno scrupolo oggi nel denunciare la provincialità ideologica di una politica fallita, di cui tuttavia – o forse proprio per questo – dobbiamo rispettare gli ideali alla base. L’editorialista tedesca Alice Schwarzer ha naturalmente pienamente ragione nel notare che la politica del governo ha agevolato il racket della prostituzione in Europa. In un’intervista a der Spiegel, infatti, dice chiaramente che la questione dei visti non riguarda assolutamente un’apertura al mondo, quanto piuttosto un’ostilità nei confronti del mondo esterno. O, in altre parole, si tratta di un’ingenuità, al limite della stupidità, con la quale si è perseguiti con un programma fin dall’inizio preparato sommariamente – e questo nonostante tutte le richieste di aiuto dalla realtà delle sedi diplomatiche nell’Europa dell’Est.

Vogliamo forse doverci assumere la responsabilità di aver distrutto delle vite umane, cosa inevitabile con l’attuale legislazione, solo perché ci si è incaponiti su una politica fallita? O forse preferiamo fare comunque tutto il possibile per salvare l’idea della realizzabilità di un’Europa aperta al mondo? Per quanto sia difficile ammettere questo fallimento – e indipendentemente dall’eventualità che, dopo il bavarese Ludger Volmer, adesso anche Joschka Fischer diventi vittima di un naufragio politico – l’Europa liberale non ha altra scelta, vista la situazione attuale, che riconoscere questo fallimento e – forse con l’aiuto del Trattato Costituzionale – portare più coerenza nella politica europea in materia di immigrazione. Adesso è arrivata l’ora della società civile europea.