La favola di Brussel e della fortezza.

Articolo pubblicato il 04 luglio 2003
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Articolo pubblicato il 04 luglio 2003

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Alcuni cercano di dare la responsabilità della chiusura delle frontiere a “Brussel”. In modo che le nostre società non si trovino a doversi guardare allo specchio.

Se c’è una cosa che mi disturba, sono le stupidaggini. Capisco che il dibattito sull’immigrazione è uno dei più complessi sui quali si affrontano le nostre ricche società dell’Europa occidentale, ma ciò non significa che non lo si debba affrontare con dignità e discernimento. La sua complessità deriva dal semplice fatto che ci mette dinnanzi al nostro modo di relazionarci con l’altro. Siamo riusciti ad organizzare la nostra vita in comune sui modelli del dialogo e della democrazia in una cornice statale, e stiamo perfino cercando di farlo, seguendo uno schema più flessibile ed originale, su scala continentale, in tutta l’Europa, oggi più che mai. Ma lo straniero, colui che è diverso, l’immigrato non è previsto in quello schema, e per questo motivo ci fa saltare i piani, ci complica la vita, ci mette innanzi ad un’alternativa: o riproporre lo stesso modello e cercare una soluzione per tutti, o escludere quell’“alieno”, nel senso latino (?) del termine. La prima scelta è, evidentemente, complessa e significherebbe, secondo i più, cambiare un modello che funziona in nome di un altruismo certamente gratuito. La seconda opzione è più semplice, ma ha l’inconveniente di essere contraria ai principi che fondano la democrazia: solidarietà, libertà... e comunque, mostrarsi tanto ipocriti, mette sempre un po’ a disagio, no?

Schengen, ovvero quando ci si addormenta da immigrati e l’indomani non lo si è più

E tuttavia, la prima scelta è possibile, almeno parzialmente. L’Unione europea è di per sé una riedizione del modello nazionale di Stato che ha portato, come logica conseguenza, alla libera circolazione della gente al suo interno. Uno spagnolo o un portoghese, in Francia, erano prima visti come immigrati, oggi non più: non hanno bisogno di nessun visto, né tirar fuori il passaporto quando vengon fermati per la strada, non devono chiedere permesso a nessuno per stare a Parigi. Non sono immigrati, e ciò grazie al sistema di Schengen. La stessa cosa accadrà coi dieci nuovi paesi membri dell’Est europeo: oggi, un polacco in Spagna è un immigrato, domani non più. E più tardi, succederà la stessa cosa coi Balcani che entreranno nell’Unione, non v’è dubbio a riguardo. Perciò, quando ci si lamenta del sistema di Schengen, conviene ricordare i risultati a cui esso ha portato. Quegli stessi che passano il giorno dicendo che l’Unione Europea non è altro che un’unione economica di tipo liberale sono gli stessi che affermano che l’obiettivo dell’Unione è chiudere le sue porte all’immigrazione dal terzo mondo e che Schengen è un nuovo muro della vergogna.

Certo, quest’affermazione non è del tutto erronea ma necessita comunque alcune precisazioni. Al recente summit di Tessalonica, fortunatamente, Tony Blair non è riuscito ad ottenere da parte dei suoi omologhi l’approvazione del suo progetto volto alla realizzazione di “isole di transito” collocate alle frontiere dell’Unione, in cui aspetterebbe in attesa di una risposta chi ha chiesto asilo all’UE. Questa proposta, criticata dalla maggior parte di coloro che difendono i diritti umani e che è probabilmente contraria alla Convenzione di Ginevra, avrebbe rappresentato la vera soluzione repressiva da molti criticata, ma l’Europa non l’ha adottata. L’Europa (uffa!) continua a credere nei diritti umani. Perfino per gli stranieri!

Inoltre, le decisioni non dipendono totalmente da “Brussel”. Attualmente, e finché le cose non cambiano, la maggioranza delle questioni leagate all’immigrazione dipendono dal cosiddetto “secondo pilastro”, o GAI (Giustizia e Affari Interni), dell’UE. Ciò vuol dire che gli Stati mantengono un particolare potere di decisione e la Commissione ha un potere più limitato che in altre aree. Il che spiega precisamente come Blair possa arrivare a proporre un progetto, laddove nel funzionamento “normale” della Comunità Europea, è la Commissione l’unica ad aver tale diritto. Tutto ciò implica che gli Stati, a poco a poco, iniziano ad accettare che la Commissione possa trattare tale materia. Per il momento, ad esempio, il commissario GAI, il portoghese Antonio Vittorino, può proporre la creazione di un controllo comune alle frontiere esterne dell’Unione, ma ha le mani abbastanza legate in materia di integrazione o di garanzia dei diritti dell’immigrato. E tuttavia ha ottenuto che venissero adottate due importanti direttive negli ultimi mesi: una sul ricongiungimento familiare ed un’altra sullo status dei residenti stranieri di lunga durata. Va detto che non bisogna credere che a Bruxelles vi sia un gruppo di persone cattive che vogliono unicamente che gli arabi non entrino nell’Unione, perché, come tutti sanno, gli arabi portano la peste. No, c’è gente competente, sufficentemente cosciente dei problemi che si pongono nel campo dell’immigrazione, ma che possono fare solo quello che gli si lascia fare. Brussel non può far sì che vengano spalancate le frontiere ai paesi arabi; e non può neanche decidere che vengano chiuse definitivamente.

L’Europa è piena. Almeno è quanto credono in molti...

Vittorino, in realtà, tenta di mantenere il sangue freddo e sottolineare l’importanza della garanzia di protezione dei diritti umani, il ruolo dell’immigrazione nei progressi dell’economia europea e nei sistemi di protezione sociale o la necessità di garantire un certo livello di integrazione culturale e sociale degli immigrati e dei loro figli. Il tutto – dobbiamo ricordarlo – in un contesto non facile. Quello del post-11 settembre, quello della psicosi contro il terrorismo islamico. Un contesto che favorisce, di fatto, la soluzione repressiva. Basti pensare che in Italia governa una coalizione di tre partiti nella quale: la Lega Nord è un partito del nord ricco, razzista non solo con gli stranieri ma persino con gli stessi italiani del sud; Alleanza Nazionale è un partito post-fascista (si commenta da solo); e Forza Italia che è un partito (partito? no, partito no, naturalmente) diciamo proprietà privata di un uomo che considera che la civiltà occidentale è “superiore” a quella musulmana. Vorrei anche ricordare che in Spagna, nel 2000, gli elettori diedero la maggioranza assoluta ad un partito che difese in campagna elettorale la linea dura contro l’immigrazione rispetto ad altri partiti che chiedevano maggiore flessibilità e rispetto. Va ricordato ancora che un anno fa, il 21 aprile, gli elettori francesi diedero più voti a un candidato fascista, omofobo e razzista che al primo ministro socialista e che, oggi, in quella stessa Francia, il politico più popolare è senza dubbio il ministro dell’Interno, difensore di un’azione di polizia “ferma”. E bisogna ricordare che in Inghilterra, fatto inedito, il Partito Nazionale Britannico, razzista, progredisce ad ogni elezione, il che in parte spiega l’atteggiamento del governo laburista. E solo un anno fa, in Olanda, patria della tolleranza, un tipo che affermava che l’“Olanda è piena” fu il gran vincitore postumo delle elezioni, senza parlare di quel che succede in Danimarca, in Austria...

Bene, ed in questo contesto nazionale, in un settore in cui “Brussel” non ha le mani libere, alcuni vogliono ancora far credere che è la Commissione, quell’ente tecnocratico, a chiudere le porte agli immigrati. Ma per Dio, basta con le sciocchezze. Se c’è qualcuno che chiude quelle porte, si tratta semplicemente degli elettori. Il che è segno di un problema molto più pregnante che ha a che vedere con l’educazione, col senso della tolleranza e della solidarietà delle nostre società ricche.