La dottrina 'Infanta'

Articolo pubblicato il 23 gennaio 2016
Articolo pubblicato il 23 gennaio 2016

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La sorella del Re Filippo VI, Cristina di Borbone e Grecia, ex duchessa di Palma di Maiorca è la moglie del principale imputato del dirottamento di 6,2 milioni di euro di fondi  pubblici con una falsa ONG (Istituto Nóos) attraverso l’impresa familiare Aizoón. Dallo scorso lunedì (11 gennaio, n.d.t.), anche lei è seduta al banco degli imputati.

Ieratica e praticamente immobile per quasi  11 ore.

Sorprendentemente inespressiva davanti “all’incubo” – come si è ben premurata di sottolineare la sua difesa – di essere la prima Infanta di Spagna seduta a un banco degli imputati e cupamente rigida di fronte alle più di 500 telecamere che lo scorso lunedì hanno inondato  la sala in cui l’Udienza di Palma di Maiorca giudica in questi giorni 18 persone per il cosiddetto ‘Caso Nóos’.

Così si è mostrata la sorella del Re Filippo VI, Cristina di Borbone e Grecia, totalmente assente e visibilmente accigliata. Come se non capisse cosa ci facesse la sorella e figlia di reali di Spagna seduta con altre 17 persone imputate di dirottamento di fondi pubblici, malversazione, falsificazione di documenti e riciclaggio di capitali, tra gli altri reati derivati dalla complessità di una trama corrotta che, per sorprendente che appaia, è stata ordita per molti anni da quello che era il genero del Re di Spagna, Iñaki Urdangarín.

La fase istruttoria del caso si è prolungata per cinque anni pieni di rivelazioni quanto meno sorprendenti (come la perfetta organizzazione della struttura creata dall’ex duca per evitare di finire dove è finito); accuse clamorose (come quelle lanciate dal suo ex socio, Diego Torres, che assicura che la Casa Reale e il Re Juan Carlos I erano perfettamente a conoscenza delle attività di Urdangarín); accusati di ogni risma (tra cui figurano dirigenti politici e anche  ex presidenti di Comunità Autonome) e perfino dettagli degni della cronaca rosa come la presunta infedeltà dell’ex duca e l’altrettanto presunta avventura del Re emerito con l’attraente  Corinna, finita anche lei tra le centinaia di pagine che conta il sommario di Nóos.

In definitiva, cinque anni di intensa investigazione giudiziaria in cui c’è stato anche tempo per sfruttare mediaticamente fino alla sazietà l’implicazione diretta della famiglia (esemplare) del Re in un caso di corruzione.

Forse per questo ricordiamo poco il motivo dell’accusa e sentiamo solo l’eco di sentenze di cui capiamo poco, ma che speriamo siano giuste. Cinque anni hanno sbiadito, nel “cortoraggismo” della nostra memoria, il ricordo del fatto che se l’infanta si trova sul banco degli imputati è perché, attraverso l’impresa che divide con suo marito, entrambi si sono arricchiti con i fondi  pubblici riscossi  dalla presunta ONG – l’Istituto Nóos-  a cui molti dirigenti politici versavano, senza troppe domande, ingenti quantità di denaro per l’organizzazione di eventi sportivi e pubblicazioni relative al mondo dello sport.

Non importava che le amministrazioni pubbliche pagassero per eventi senza senso  fintanto che la controparte era il genero del Re, con cui si potevano sempre fare foto da incorniciare e appendere negli studi.

E non importava da dove provenisse il succulento denaro che arrivava ai conti della coppia perché, a quanto pare, l’Infanta non l’ha mai chiesto e se l’ha fatto non l’ha mai denunciato. Per questo è seduta al banco degli imputati. Per aver frodato il fisco. E qualcuno dovrebbe ricordarglielo. A lei, che questa settimana sembrava non capire nulla e a cui mancavano il fasto e la pompa magna per sentirsi a proprio agio; all’Avvocatura di Stato e al Fisco, che si impegnano a difenderla; e anche agli spagnoli, che non capiscono perché – nonostante quanto dica la Costituzione – non tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. Perché questa è la questione ora. Il motivo per cui l’Infanta, nonostante sia imputata, sembra che infine verrà prosciolta dai reati penali (non da quelli civili) che le si attribuiscono.

Bisognerebbe spiegare, o almeno tentare di farlo, le azioni di un Fisco e di un’Avvocatura di Stato che hanno inondato le pagine dei giornali di una “Dottrina Botín” a cui ricorrono di volta in volta per tentare di scagionare – insieme alla sua Difesa - la sorella del Re. Ciò su cui ora si dibatte è a quale legislazione del Tribunale Supremo spagnolo  ricorrere.  I fautori della “Botín” sostengono che un’azione popolare (quella che può presentare qualunque cittadino in difesa della legalità, anche se non vittima diretta dei fatti) non è sufficiente a portare in giudizio una persona se né il Fisco né la parte civile (in questo caso lo Stato in rappresentanza del Tesoro, che è l’entità direttamente danneggiata per l’evasione delle imposte) lo fanno. O in altri termini, sostengono che non ha senso pronunciarsi  sulla richiesta di 8 anni di prigione che Mani pulite (l’organismo che rappresenta la parte civile) ha sollecitato per l’Infanta Cristina, perché lei non ha responsabilità alcuna nei fatti, dato che non ne era a conoscenza né è stata artefice diretta del reato, di cui ha solo beneficiato. Un ruolo  indiretto e minore che si sanerebbe, dicono, con il pagamento di una multa di 587.000 euro

Tuttavia la successiva sentenza “Atutxa”  rettifica la precedente e insiste sul  fatto che, se il reato “per la sua peculiare natura” non ha una parte lesa concreta che possa comparire nel caso, ma ne ha una astratta, allora l’azione popolare può chiedere di procedere nei confronti di un accusato, e quindi, permane il diritto di Mani Pulite di costituirsi parte civile nel caso. Ed è su questo che si trova a deliberare il tribunale. Per chiarire a tutti se, quando l’Infanta e suo marito hanno frodato  il Fisco, la parte lesa è stata solo lo Stato o se indirettamente lo sono tutti i cittadini, perché è da questo dettaglio che dipende il verdetto della sentenza.

Prima di tutto l’indipendenza dei tribunali e la presunzione di innocenza, ma se quando si emette un verdetto si opta per la dottrina “Botín” sarebbe anche bene che lo Stato e i giudici ne spiegassero la ratio. Dovrebbero spiegare com’è possibile che in uno Stato democratico in cui tutti i cittadini sono obbligati a pagare le imposte per poi distribuirle e pagare servizi pubblici che tutti utilizzano, non ci si dovrebbe sentire danneggiati dal mancato pagamento di milioni di euro da parte di chi, per la sua posizione privilegiata, ha malversato fondi pubblici.

Testo: Carla González Ricarte