La digestione del fotogramma

Articolo pubblicato il 02 gennaio 2014
Articolo pubblicato il 02 gennaio 2014

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Si dice che esistono persone che mangiano con gli occhi. E abbiamo esagerato. Niente può trasmettere il sapore di un alimento se non una deliziosa immagine, tutte le volte che lo si desidera. Una foto che si può condividere pubblicamente, in un atto di messa in mostra gratificante che non fa altro che riaffermare le necessità a cui tecnologia ed ego, coppia ormai alla moda, ci hanno portato. 

La pri­ma volta che è successo è stato in quel ristorantino in centro. Festeggiavano il loro terzo anniversario. Hanno scelto quel posto per due motivi: era abbastanza caro perché si sentissero all’altezza della situazione e abbastanza giovanile perché vivessero al di sopra delle loro possibilità. Il contesto intenzionalmente romantico di quel bis­trot alla fran­ce­se richiedeva che qualcuno dei presenti immortalasse il momento. Non avevano mai pagato tanto per una cena e le grandi occasioni sono fatte per essere ricordate. 

Per questo motivo, proprio nel momento in cui il cameriere, con un grande sorriso e la barba assolutamente incolta, ha servito loro quella millefoglie di fegato e mela caramellata che avevano chiesto come primo di una lista di piatti dal nome eccessivamente lungo, non ha saputo resistere alla tentazione di conservare nel ricordo l’essenza di quel manicaretto.  Ha preso il suo telefono e, senza pensarci due volte, ha scattato. Al primo tentativo ha pensato che la foto non rendesse giustizia alla reale bellezza del piatto, allora ha scattato un'altra volta. Solo con l’insistenza della compagna, che con un dolce “si raffredda” cercava di fargli capire che non aveva fatto merenda per non saziarsi subito in un’occasione così speciale, sono riusciti ad arrestare la frenesia fotografica. Perlomeno fino al piatto successivo. Ed è lì che è cominciato tutto.

Poi è arrivato il momento dei viaggi. Nel suo caso non erano pochi: un giovane dalla mentalità aperta come lui, cresciuto sotto l’influsso della onnipotente Rya­nair, frequentava ogni angolo del continente con assiduità e allegria. Così, ogni delizia consumata all’estero era una buona scusa per tirare fuori il cellulare e fotografare il succulento manicaretto, senza che nessuno potesse giudicarlo.

Quando uno è turista può permettersi questo tipo di cose, ma a casa propria si appare ridicoli. Convinto della sua condotta, si emozionava ogni volta che osservava sul display del telefono l’immagine di quei magnifici spa­ghet­ti cacio e pepe che gli avevano servito a Tras­te­ve­re. O le innumerevoli fotografie fatte alle ga­let­tes de sa­rra­sin che aveva divorato in Bre­tagna. Che dire poi di quell’hamburger del Cor­ner Bis­tro di New York, nel suo primo viaggio oltreoceano, pagato con il denaro di un borsa di studio. Quando gli amici e i familiari gli chiedevano con curiosità se praticava turismo gastronomico, lui rispondeva sempre la stessa cosa, semplificando la questione: “il miglior modo di conoscere un paese è attraverso il cibo”. Forse aveva ragione. Anche se non rivelava mai che, in molte occasioni, il suo appetito veniva saziato dai clic e non dalle calorie, nascoste nella parte più profonda della materia di quella carrellata gastronomica.

Poi si è messo a cercare nuovi ristoranti nella sua città. Posti che gli offrissero piatti, immagini, mai visti prima. Mai fotografati prima. I suoi occhi, gli occhi della macchina fotografica, hanno superato la bocca nella strada dei sensi. Poteva tornare in quel posto, ma non riprendeva mai lo stesso piatto. Ciò avrebbe significato perdere l’opportunità di scattare una nuova immagine, di aggiungere un nuovo trofeo alla sua collezione privata. La sua ossessione di conservare i frammenti di realtà gastronomica era talmente forte che ha deciso di cambiare il cellulare con un altro dalla risoluzione migliore. Uno che gli consentisse di osservare nel dettaglio ogni finezza dei manicaretti. Condivideva con zelo le proprie conquiste sulle reti sociali, dove un "mi piace" o un commento positivo poteva far supporre una digestione gradevole.

Infine, quel rituale fotografico è diventato un atto di quotidianità irrinunciabile. Una dichiarazione di narcisismo gastronomico. Ogni cosa che mangiava la fotografava. Non sentiva nessun tipo di soddisfazione digestiva se non riusciva a immortalare ogni boccone in una fotografia, che consumava tutte le volte che il suo appetito fotografico lo desiderava.  

Aveva dimenticato il sapore delle cose, ma avrebbe conservato per sempre l’immagine. In fin dei conti, il primo è effimero, la seconda è relativamente eterna. Forse ha ragione e siamo noi che abbiamo scelto la strada sbagliata. O forse siamo tutti come lui. Chi non ha mai ceduto al piacere di gustare e digerire i fotogrammi.

QUESTO ARTICOLO FA PARTE DEL DOS­SIER DI FINE ANNO DEDICATO AL NAR­CI­SIS­MO, PREPARATO IN SENO ALLA REDAZIONE DI CA­FÉ­BA­BEL A PARIGI A PARTIRE DALL’IMMAGINAZIONE DEGLI EDITORI.