La Digestion "musica ascoltata raramente": Inizio stagione

Articolo pubblicato il 30 novembre 2017
Articolo pubblicato il 30 novembre 2017

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Il 24 novembre La Digestion nell’antica chiesetta di San Giuseppe alle Scalze Salita Pontecorvo, ha dato inizio alla stagione inaugurata dal musicista svizzero Francisco Meirino, che abbiamo intervistato prima della performance. 

La Digestion, musica ascoltata raramente, si propone infatti di avvicinare il territorio napoletano a una musica particolare, meno rigida e poco ascoltata nell’ambiente in cui viviamo. Ci saranno quest’anno varie rappresentazioni da artisti provenienti da tutto il mondo, che ci regaleranno una visione più ampia e estesa di ciò che significa musica. Noi di Cafèbabel abbiamo deciso di intervistare uno dei membri, che hanno dato vita a questa nuova iniziativa, Giulio Nocera.

D: Come è nata la Digestion e perché?

R: La Digestion è un luogo in cui siamo capitati. Ci ha spinto fin lì la necessità di portare a Napoli esperienze musicali, artistiche, teatrali che normalmente fanno fatica ad arrivare fin qui. Si tratta prima di tutto di un nostro desiderio a cui rispondiamo, da artisti. Creare, qui, nella nostra città, un continuo tumulto, un laboratorio di pensiero e creazione senza soluzione di continuità.In un solo anno e mezzo il festival è cresciuto più di quanto ci saremmo aspettati, tutto va continuamente ripensato e riadattato a Napoli, non ci si può rilassare mai, bisogna che il festival stesso sia un mutaforma, che sia poroso come il tufo di cui è fatta Napoli. 

Naturalmente questo non è un progetto che nasce dal nulla. Io, Mimmo Napolitano, Renato Grieco e Andrea Bolognino, che componiamo l’organico di Phonurgia, ci siamo rivolti ormai più di due anni fa alla Fondazione Morra e all’associazione EM-arts. Raffaella Morra, Peppe Morra e Teresa Carnevale hanno ascoltato le nostre idee e hanno avuto la lungimiranza di volerci sostenere.

D: Come mai vi siete concentrati, quest’anno, sulla relazione tra il suono e lo spazio?

R: Anche in questo caso ci è parso naturale. Napoli è uno spazio nello spazio nello spazio nello spazio. Una matrioska, fatta di spazi cavi, sacche di risonanza, ventri, cunicoli, come le canne di uno sconfinato organo. E la cosa straordinaria è la vitalità delle pietre. In questa città i monumenti, le chiese, tutte le architetture antiche vengono vissute quasi come un tempo. Non si ha mai la sensazione di essere in un cimitero delle pietre ma bensì in un luogo dove il tempo s’è fermato, gli spazi ti invitano ad entrare. Non si tratta della solita banalità su mettere in relazione spazio e suono. Cosa vuol dire ‘mettere in relazione’? È possibile per davvero? 

Direi che la nostra è più una risposta ad un invito, ci sono delle porte aperte e dei luoghi che chiedono di entrare, noi abbiamo deciso di varcare, con gli artisti invitati, queste soglie che pongono domande. 

D: Secondo voi i napoletani sono pronti a relazionarsi con la non convenzionalità che state proponendo grazie alla rappresentazione di una musica sperimentale?

R: Non solo crediamo che i napoletani siano pronti, e che quindi li si sottovaluti e che si sottovaluti in genere la maturità culturale di Napoli, ma crediamo inoltre che essere pronti non sia una condizione necessaria. Musica sperimentale o musica di ricerca, si tratta ancora una volta solo di definizioni che naturalmente servono al piano della retorica. 

In ultima istanza la musica, l’arte in genere, dovrebbero per la stessa natura essere sempre una ricerca, una sperimentazione. Certo, spesso la musica cosiddetta sperimentale si distingue per una superficiale apparente alterità, per un suo sottrarsi ad un concetto più comune di musicalità. Ma non è sempre così, e non è l’indirizzo del nostro festival. Quello che ci interessa è la ricerca, e la ricerca si può condurre anche all’interno di forme più codificate. 

D: Cosa significa per voi “musica concreta”?

R: Tre su quattro dei componenti di Phonurgia si occupa di musica concreta. 

Posso rispondere per me. Certe volte apro la finestra e mi siedo, sul mio balcone, ad ascoltare il rincorrersi dei suoni. Nessuno si è organizzato. L’onda del mare non ha un appuntamento con il passaggio del treno che a sua volta non è d’accordo a passare proprio pochi secondi prima che una signora, al terzo piano, urli a gran voce il nome di suo figlio per lanciargli il paniere. Eppure pare esserci un silenzioso accordo, una orchestrazione, lo testimonia la perpetua armonia. È questo prima di tutto, l’interesse alla concretezza dei suoni del mondo, ascoltarli prima di tutto, poi certe volte catturarli, solo qualcuno riproporlo all’ascolto rimaneggiandolo.

Ricordiamo le altre quattro date del festival: 3 febbraio; 31 marzo; 19 maggio; 16 giugno.