La democratizzazione come politica estera europea, pretesto o realtà?

Articolo pubblicato il 01 febbraio 2003
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Articolo pubblicato il 01 febbraio 2003

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L’influenza principale dell’Europa sul piano internazionale non potrebbe alfine esser rappresentata dalla sua straordinaria capacità di suscitare processi di democratizzazione? È la domanda ch’è legittimo porsi difronte all’assenza, sempre tanto notevole, di una reale politica estera europea. Eppure, bisogna senza dubbio andar a vedere cosa si cela dietro la retorica della democratizzazione.

Transizioni e democrazia

Alcuni fatti sono difficilmente contestabili: la maggior parte delle cosiddette antiche democrazie popolari sono oggi delle reali democrazie e si può altrettanto ritenere che i loro vicini più prossimi siano anch’essi, salvo qualche eccezione, in fase di democratizzazione. Questi paesi, a dar retta ai sondaggi recenti, hanno un’immagine estremamente positiva dell’Unione Europea per la stragrande maggioranza delle loro popolazioni; e le organizzazioni europee come l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, (OSCE), ed i programmi di sviluppo finanziati direttamente dall’Unione Europea, (come i programmi TACIS o CARDS), rappresentano sicuramente un fattore che spiega questo entusiasmo.

La scadenza del 2004 rischia tuttavia di porre un certo numero di problemi tali da compromettere seriamente questa ottimistica immagine. Infatti, l’entrata dei 10 nuovi paesi nell’Unione Europea, in ragione dell’infatuazione che comporterà, rischia di mettere nell’ombra quei paesi che ne restano fuori – aumenterà così lo scarto tra “ins” e “outs”, trascinando con sé un certo numero di conseguenze impreviste, particolarmente nella zona dei Balcani.

In effetti, sebbene la maggior parte di questi paesi faccia parte del Patto di Stabilità per l’Europa del Sud-Est e nonostante un numero importante di crediti siano investiti nella regione dei Balcani, in base a questa obliquità, l’incremento delle disuguaglianze tra i paesi una volta membri della stessa federazione, (la Slovenia s’integrerà nell’Unione nel 2004 e la Macedonia che rischia di restarne molto tempo fuori, erano due repubbliche jugoslave), non mancherà di attizzare tensioni. Il rischio di questa duplicità è che i paesi “outs” siano abbandonati a causa dell’allargamento, diventando così la periferia della periferia europea.

Per i Balcani è in ogni caso, evidente che l’interesse suscitato negli anni 1991-1995, (guerra tra Bosnia, Croazia e Federazione Jugoslava), poi nel 1998-2000 (avvenimenti in Kosovo, caduta di Milosevic), è stato deviato verso altre zone di conflitto, senza per questo risolvere talune questioni cruciali per il loro avvenire.

I fallimenti della democratizzazione

Se si prende l’esempio della Bosnia-Erzegovina, si toccano con mano i limiti dell’influenza “democratizzante”. Si è visto bene all’epoca delle ultime elezioni, le prime organizzate autonomamente dal paese dopo la guerra, che l’istituzione di transizione dell’ONU, l’OSCE e l’insieme delle agenzie governative e non governative europee non sono riusciti ad impedire un voto radicalmente nazionalista, in Croazia come in Serbia e in Bosnia.

Allo stesso modo, la questione irrisolta dello statuto del Kosovo pone dei problemi, e nonostante il partito di Ibrahim Rugova abbia ottenuto un onesto successo alle elezioni, è difficile comprendere la situazione critica della Macedonia senza gettare un occhio sull’incapacità, da parte dei funzionari dell’UNMIK, a porre fine ai traffici di armi e di droga, e ad arginare lo sviluppo delle reti di prostituzione verso i paesi attigui. Su questi punti precisi bisogna arrendersi all’evidenza: il Patto di Stabilità non ha finora portato risposte soddisfacenti.

Un ultimo esempio potrebbe essere quello della Turchia: la democratizzazione della Turchia, sebbene sia innegabilmente legata all’attrattiva rappresentata dall’Unione Europea, è riposta su una dinamica incerta. Nonostante sia un nonsenso non annoverare la Turchia nel campo delle democrazie su scala mondiale, su scala europea le restano ancora moltissime riforme da perseguire, particolarmente in materia di diritti delle minoranze e di libertà di stampa. Basta leggere gli ultimi rapporti di Human Rights Watch, (HRW), per convincersene, e non sono certo gli annunci resi pubblici in questi ultimi mesi, abolizione della pena di morte e aumento dei diritti delle minoranze linguistiche curde, a cambiare la situazione nella sua realtà.

Dopo aver messo in evidenza queste situazioni critiche in materia di democratizzazione e di rispetto dei diritti dell’uomo, è lecito porsi una domanda più generale, formulabile in questi termini: l’assenza di una reale politica estera europea, definita chiaramente attraverso una linea politica, un’istituzione propria e un discorso ufficiale chiaro e preciso - e dunque la credenza più o meno diffusa che la particolarità dell’Unione Europea su scala internazionale sia costituita da un tipo di “soft power”, di potere di influenza diffuso che addirittura la costruzione europea generi grazie al suo proprio funzionamento e per un fenomeno di “straripamento”, (spill over), dei fenomeni di democratizzazione, questa credenza non è responsabile di un insieme di nefasti equivoci? In breve, credere o far credere, (volontariamente o per carenze istituzionali), che la politica estera dell’UE sia la promozione della democrazia non crea delle situazioni di malinteso? Se ne possono contare almeno due enormi.

I malintesi della politica estera europea

Da una parte, e probabilmente il più grande malinteso del processo di allargamento è quello della posizione dell’Europa nei confronti della Turchia. Che cosa chiede l’Europa alla Turchia? Democratizzazione? Diritti dell’uomo? Economia di mercato veicolabile? Oppure non ha piuttosto paura di vedere entrare un paese certamente laico, ma musulmano al 98%, che diventerebbe il secondo paese dell’Unione per popolazione, e soprattutto che considera la sicurezza e la stabilità in un modo profondamente differente rispetto agli europei: ed ecco che la Turchia resta in una logica di guerra fredda visto che dispone di uno degli eserciti più potenti della regione e che è un alleato strategico all’interno della NATO, l’Unione Europea volta piuttosto il suo sguardo verso i problemi di sicurezza rappresentati da Cipro, dalla questione curda, dalle frontiere con l’Iran e con l’Iraq, dalla questione armena e dalla questione dell’acqua nella frontiera sud-est del paese. Vendendosi come fattore di sicurezza, la Turchia è all’opposto vista come generatrice di instabilità.

L’altro malinteso riguarda soprattutto i candidati all’adesione nei Balcani: mentre l’Unione Europea vede la sua missione nei paesi di transizione e nell’allargamento dell’Unione un ritorno ai principi fondatori dell’Europa, ovvero la pace e la stabilizzazione politica, la popolazione dei paesi riguardati percepisce soprattutto i vantaggi che si celano dietro la loro adesione o la loro futura adesione in termini economici: l’Unione Europea rappresenta la vita prospera, lo sviluppo dell’economia e l’aumento del tenore di vita. La Macedonia, la Croazia, la Bosnia vorrebbero poter condurre un livello di vita europeo dall’oggi al domani. E’ precisamente questa falsa speranza che comincia a generare un certo numero di frustrazioni e che rischia di generarne ancor più. Questo malinteso si riflette anche nella questione della sovranità: se si prende il caso della Slovenia, l’unica che aderirà nel 2004, della Croazia, della Bosnia-Erzegovina e della Macedonia, la loro indipendenza recente ed il loro rapporto con una sovranità da poco ritrovata, rischia di porre problemi dinnanzi alle esigenze comunitarie, particolarmente agli occhi dell’opinione pubblica. Tanto più che i dirigenti non faranno nessuna fatica a capire dai loro colleghi europei che l’Unione Europea rappresenta un eccellente capro espiatorio per far passare riforme impopolari.

Ci si potrebbe chiedere dunque, per finire, se tutti questi elementi non portino a pensare che l’Europa, incapace di avere peso dinnanzi agli Stati Uniti durante gli anni ’90 nell’Europa del sudorientale, non conduca oggi “una politica estera per difetto”, mascherando le sue carenze politiche - o le sue intenzioni reali - dietro un discorso di “democratizzazione” sincera ma spesso inefficace. Democratizzazione dunque, ma non dovunque e non sempre…abbiamo senz’altro il diritto di aspettarci di più.