La Danimarca andrà alle urne il 18 giugno

Articolo pubblicato il 28 maggio 2015
Articolo pubblicato il 28 maggio 2015

Il primo ministro danese, Helle Thorning-Schmidt, ha convocato una conferenza stampa a sorpresa in cui ha annunciato che il 18 di giugno si terranno le elezioni generali.

Già da qualche settimana nel paese si respira un clima da campagna elettorale, con le strade piene dei cartelloni dei partiti politici che si presenteranno alle imminenti elezioni. Il primo ministro, obbligata a convocarle prima della fine dell'anno, ha aspettato il momento considerato più favorevole alle sue aspirazioni politiche.

Tuttavia, secondo un sondaggio pubblicato martedì dal quotidiano danese Politiken, il blocco dei partiti di centro-sinistra, cui appartengono i socialdemocratici di Thorning-Schmidt, otterrebbero solo un 48% del sostegno cittadino. In cambio, il fronte della destra dovrebbe riscuotere il 52% dei voti.

Thorning-Schmidt ha dato avvio alla sua conferenza stampa dichiarando che la Danimarca è ormai fuori dalla crisi e promettendo più posti di lavoro: «È una grande responsabilità, e se i cittadini danesi mi eleggeranno, continuerò quel lavoro che sta dando risultati. Un lavoro che significherà 120.000 nuovi impieghi nel settore privato per l'anno prossimo», ha riportato la premier danese.

Nella giornata precedente, l'attuale premier aveva annunciato un pacchetto di misure sociali che comporterebbero un investimento da 39.000 milioni di corone danesi - circa 5.200 milioni di euro -, attraverso i quali Thorning-Schmidt spera di poter incrementare i voti che i sondaggi le attribuiscono.

Da parte sua, anche il principale leader dell'opposizione, Lars Løkke Rasmussen, ha tenuto una conferenza stampa poco dopo l'annuncio della data. «Queste elezioni riguardano il futuro della Danimarca. La società di domani deve essere migliore di quella odierna. Il fatto che funzioni bene, non è sufficiente», ha detto Rasmussen, presentandosi come la migliore alternativa a Thorning-Schmidt.

La percezione che hanno i danesi della figura di Rasmussen è in linea di massima migliore rispetto a quella che hanno di Thorning-Schmidt, considerata come una buona leader ma incapace di conquistarsi la simpatia dei suoi cittadini a causa del carattere troppo freddo. A pesare sulla posizione di Rasmussen, tuttavia, ci sono i recenti scandali relativi alle spese del suo partito, che lo hanno portato a perdere parte dell'appoggio a scapito di Thorning-Schmidt.

Dall'altro lato, le elezioni europee di un anno fa, le ultime celebrate in Danimarca, hanno visto uscire vincitore il partito di estrema destra Dansk Folkeparti (DF), anti-immigrazione ed euroscettico. Con il 26,6% dei voti, DF è riuscito a posizionarsi davanti ai socialdemocratici di Thorning-Schmidt (19,1%), e ai liberali di Rasmussen (16,7%). Risultato a dir poco inaspettato per una formazione che, seppur considerata da sempre come parte del blocco di destra, non si pensava potesse aspirare ad essere uno dei partiti più numerosi in Parlamento.

A seguito della vittoria, il leader di DF - Kristian Thulesen Dahl -, ha fortemente criticato i costi dell'immigrazione sostenuti dall'attuale governo: «Quello che possiamo osservare è che il governo ha intenzione di spendere 6.300 milioni di corone in più per le politiche di asilo e riunificazione familiare, evitando così di stanziare fondi per gli ospedali e per i nostri anziani», ha dichiarato al quotidiano Jyllands-Posten.

I quattro anni del governo di Thorning-Schmidt sono stati segnati da profonde riforme per riscattare il paese dalla crisi che, nel 2011, aveva portato la disoccupazione al 7,6%. Secondo le cifre di Eurostat, il tasso di disoccupazione si è oggi abbassato al 6,4%, rimanendo comunque lontanto dal 3,4% degli anni precedenti alla crisi. L'economia, invece, nel 2014 è cresciuta dell'1,1%, uscendo dalla tendenza negativa degli ultimi due anni ma rimanendo lontana dal 3% degli anni pre-crisi.

Altre tematiche scottanti nella società danese restano quelle dell'immigrazione e del terrorismo, specialmente dopo gli attacchi di Copenhagen in cui sono morte due persone. La gestione di questa crisi da parte delle forze statali di sicurezza è stata particolarmente criticata, a seguito dell'apertura di un'inchiesta riguardante la risposta della polizia e le 13 ore impiegate per individuare il terrorista. Anche se l'immagine della premier ne è uscita rinforzata, nel ruolo di leader determinato di fronte al terrore, il capo della polizia segreta è stato destituito proprio per la considerazione negativa della lenta reazione dei corpi di polizia.