La cultura Fiat e l’esperienza di Pomigliano ( II parte )

Articolo pubblicato il 04 maggio 2012
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Articolo pubblicato il 04 maggio 2012
di Andrea  Migliaccio I sindacati Il 22 giugno 2010 si è tenuto nella fabbrica di Pomigliano il referendum dei lavoratori per l’approvazione dell’accordo sul nuovo contratto, e come era prevedibile, hanno vinto i SI con il 63 per cento dei voti. Non proprio un plebiscito. La Fiom contro, e tutti gli altri (Fim, Uilm, Ugl metalmeccanici, Fismic) per l’accordo: ed ora la Fiom è fuori dalla fabbrica.
“Ma qual è il peso dei sindacati  a Pomigliano?”, faccio questa domanda a Francesca, aspettandomi una risposta che mi desse la conferma che Pomigliano fosse una fabbrica abbastanza sindacalizzata. “I sindacati? Ma chi ci sta adesso? Comunque chi ci sta ci sta sono una cosa con i quadri”.

 La Fiat oggi, e da sempre, è il punto di riferimento del sindacalismo italiano: se passava qualcosa alla Fiat, poteva andare bene in tutti gli stabilimenti italiani. Si possono trovare spiegazioni alla risposta di Francesca con l’uscita della Fiat dalla Confindustria. Per i sindacati, una cosa è trattare il contratto dei metalmeccanici con l’associazione degli industriali, senza avere il peso di eventuali ripercussioni immediate, una cosa è trattare con l’azienda, e soprattutto sedersi al tavolo per ogni singolo stabilimento. Il sindacato ne è risultato così diviso: da una parte la Fiom, imperterrita nel difendere quei diritti acquisiti anni addietro ed accusata di voler buttare tutti per strada, dall’altra parte tutti gli altri, firmatari del contratto e visti come un tutt’uno con il top management. A questo punto sarebbe improbabile pensare a sindacalisti ammiccanti con la dirigenza per piaceri personali e cose simili, ma in un tempo come il nostro, segnato dalla sfiducia verso la classe dirigente, di ogni ente pubblico e privato,  si potrebbe fare, forse, un tentativo per capire chi pensa il contrario.

Aldilà della crisi economica, politica o sociale, il principale problema italiano è ormai da decenni la mancanza di cultura, intesa come manifestazione di pensiero in qualsiasi ambito.Fonte: alessandrorobecchi.it

World Class Manufacturing a metà

Il World Class Manufacturing  prende spunto dalle teorie della Qualità Totale, una quasi religione per i manager che guardano al futuro. Uno degli elementi principali di queste teorie è il joy in work , ossia la soddisfazione nel lavoro, facendo sì che il lavoratore elimini le proprie paure endemiche legate al proprio impiego, il fear in work. Trai 14 punti che Deming, uno dei padri delle teorie gestionali moderne, enunciò nel 1980, alcune possono bastare come esempio di questa filosofia manageriale: abbandonare la politica dei contratti al ribasso; eliminare le esortazioni; favorire la fierezza del lavoro; promuovere l’istruzione. Dopo un’attenta ricerca da parte della comunità scientifica, si è osservato che se un operaio viene reso partecipe della vita aziendale, la massimizzazione del proprio contributo lavorativo risulta essere connotata da un attiva produttività . Un esempio: se io, operaio della Toyota, vado in una concessionaria di un’altra marca, noto degli aspetti positivi, li porto nella mia fabbrica e miglioro il processo, questo è possibile perché mi sento partecipe al cento per cento della vita aziendale di cui faccio parte. L’esempio della Toyota non è un caso, dal momento che la QT  ha avuto terra fertile proprio in Giappone. Ma gli operai Fiat quanto si sentono partecipi, e soprattutto, quanto sono coinvolti dalla propria fabbrica? Dalla storia di Francesca direi proprio niente. E allora, perché continuare ad insistere sulla produttività, sui tempi morti, sui ritmi accelerati e non puntare sulla cultura aziendale, sul senso di appartenenza all’azienda? Sebbene il caso di Francesca sia uno dei tanti ed il suo punto di vista condivisibile o meno, forse la risposta a questa domanda potrebbe essere cercata lontana dalle spiegazioni tecniche dell’economia, ma vicina alla storia italiana: investire nella cultura, sul modo di pensare, in qualsiasi ambito e disciplina, è sempre stato l’aspetto più sottovalutato dal comune modo di vedere della nostra classe dirigente.