La crisi greca a bordo di uno yacht

Articolo pubblicato il 27 luglio 2010
Articolo pubblicato il 27 luglio 2010
Vista dagli uffici di un ricco armatore o da quelli del presidente della più importante società di yacht del paese, la crisi greca ha un gusto molto diverso da quello che assapora la popolazione coinvolta nella dieta economica nazionale.
Ma ad Atene, gli irriducibili della falce e martello riversano la loro collera contro lo Stato e non contro le classi privilegiate, che tirano così un sospiro di sollievo.

Sulla crisi: «se i vostri dipendenti hanno meno soldi, questo si riflette sugli affari»A giudicare dalla decorazione del suo ufficio, situato nel quartiere chic di Kifissa a Atene, l’enfant prodige del commercio marittimo greco, ama tanto l’arte contemporanea quanto i suoi autoritratti. Harry Vafias aveva solo 27 anni quando nel 2005 divenne il più giovane amministratore delegato di una società marittima a entrare a Wall Street. Quando gli chiedete se la società Stealthgas, che lui stesso ha fondato, subisce gli effetti della crisi greca, il suo sguardo si stacca finalmente dai tre schermi dei computer sui quali lavora: «Non c’è nessuna influenza diretta, - risponde perentorio. - L’effetto è indiretto e gioca sulla psicologia degli impiegati che hanno perso potere d'acquisto. Se i vostri dipendenti hanno meno soldi, avrete una ricaduta sugli affari!».

Gli armatori navigano in cattive acque

Per Harry Vafias «l’unico effetto diretto della crisi è la fragilità delle banche» che in Grecia blocca i prestiti. Ma quando gli chiedo se lo spostamento di somme ingenti, provenienti dai conti bancari dei ricchi e delle maggiori società greche, verso  banche svizzere, cipriote o britanniche, abbia avuto un impatto su questa fragilità bancaria, lui risponde: «È il governo che ha ingannato i greci, non noi. Noi siamo come i cittadini, al di sotto della legge».

È anche presidente di Greenpeace in GreciaO al di sopra? È ciò che afferma Giorgos Glynos, economista del centro di ricerca Eliamep, dal lussuoso interno del suo loft, nella parte alta di Exarchia, il quartiere alternativo di Atene: «Gli armatori non sono toccati dall’attuale aumento delle tasse - sostiene Glynos, nonostante l’IVA sia passata dal 21% al 23%. - È il paradosso dell’economia greca: i grandi armatori, che sono gli imprenditori più ricchi del paese, sfuggono senza problemi al sistema fiscale. Hanno solo bisogno di collocare la loro flotta sotto una bandiera straniera compiacente». Una forma di evasione fiscale dovuta certamente alla natura internazionale dei loro affari, ma anche al laisser faire dei politici greci. Sempre secondo l'economista dell'Eliamep, «i governi, in successione, tentano sempre d’incitare gli armatori a scegliere la bandiera greca, proponendo loro un sistema fiscale vantaggioso». Analisi che trova riscontro nelle parole dell'onnipresente corrispondente di Libération a Bruxelles, Jean Quatremer, che, dopo il suo incontro con il Ministro della Finanza greco, affermava: «Se il reddito prodotto dagli armatori in Grecia è tassato, lo è solo nella misura in cui loro lo desiderano».

«Due problemi asfissiano la Grecia: l’alto numero di funzionari pubblici e l’incapacità dei greci ad accettare le tasse»

Allora nessuna crisi per i ricchi armatori? «Certo che gli affari sono toccati dalla crisi» precisa George A. Vernicos, presidente della Vernicos Yacht, leader nazionale nella vendita e nel noleggio delle barche di lusso. «Fortunatamente la vendita dei panfili, nostra principale attività, si trova da 10 anni in un ciclo di ripresa e non rischia di essere toccata dalla crisi». “Mr Yachting”, come lo chiama la stampa, con i cui articoli ha decorato le pareti del suo ufficio, non accusa il governo: «Qui tutto è difficile. La Grecia non è un paese fatto per gli affari». Le parole di Harry Vafias gli fanno eco: «Due problemi asfissiano la Grecia: l’alto numero di funzionari pubblici e l’incapacità dei greci ad accettare le tasse». Per i due giganti dell’economia greca il colpevole è lo Stato.

Situata sul porto del Pireo, è al momento vuota: tutti i turisti europei sono nelle Cicladi

«I greci non sono contro i ricchi»

«Lo Stato è nelle mani di tre famiglie: i Papandreou, i Karamanlis e i Mitsotakis»

Strano. Ritornando nella rumorosa arena del contribuente medio ateniese il discorso non cambia: «I greci non sono contro i ricchi, ma contro il governo», mi assicura l’impiegato di una gioielleria del centro città. La proprietaria del negozio è la madre di Alexis Grigoropoulos, giovane studente di 15 anni ucciso da un agente di polizia il 6 dicembre 2008. Lei si trova al processo del poliziotto che ha ucciso suo figlio. Tra gli abusi delle forze dell’ordine nel 2008, le successive manifestazioni studentesche e quelle attuali contro il piano di rigore voluto dal governo Papandreou, la collera che si è impossessata della società greca contro lo Stato è la stessa. Sia che si tratti di ricchi armatori, di giovani anarchici o di commercianti, tutti hanno il dente avvelenato contro i politici.

Difficile per le orecchie di un francese - specie dopo lo scandalo Bettencourt - non sentire nessun greco scandalizzarsi per il divario economico tra l’élite del paese e il resto della popolazione. Solo la classe politica protesta apertamente, soprattutto perché «lo Stato è nelle mani di tre famiglie - come mi fa notare la moglie di un ricco chirurgo plastico che vive a Kyfissia. - I Papandreou, i Karamanlis e i Mitsotakis».

«Il nemico di classe è lo Stato»

I muri sono pieni di graffiti anarchici contro i politici più che contro le élite economicheE gli armatori, che trasmettono di padre in figlio i propri affari? «La maggior parte dei giovani non ne conosce neppure l’esistenza», mi spiegava la figlia del cineasta Theo Angelopoulos, incontrata per caso in un bar del quartiere d’Exarchia, i cui muri sono pieni di graffiti rivoluzionari e di manifesti anarchici, ma, nonostante la vena marxista e anticapitalista, sono diretti contro lo Stato: «Dopo la Dittatura dei Colonelli - spiega Giorgos Glynos - c'era una coscienza militante in Grecia, ma non essendo mai realmente esistita una classe capitalista contro la quale opporsi, il nemico è diventato lo Stato». Lo Stato e le tre famiglie più importanti. Nel frattempo i ricchi continuano senza nessun intoppo a eludere le tasse. «Il nemico di classe - conclude l’economista - è lo Stato. Quindi la cosa pubblica!».

Grazie a Elina Makri e a tutto il gruppo di cafebabel.com a Atene

Foto: davesag/flickr; Harry Vafias; Dana Cojbuc; Elina Makri